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LETTERATURA: Il “Mal di cuore” di Pinocchio- Il testo di Francesco Bovenzi

15 Dicembre 2013

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

È un libriccino scritto da un medico. Perché ne parlo, visto che di medici scrittori la letteratura italiana ne ha già avuti, ed anche qui in lucchesia abbiamo due esempi illustri come Mario Tobino e Remo Teglia?

Perché mi è accaduto, ahimè, di subire recentemente un infarto e di essere stato ricoverato nel reparto cardiologico dell’ospedale di Lucca, di cui è direttore il dottor Francesco Maria Bovenzi, non lucchese, ma barese, di là capitato a Lucca per fortuna della città. Infatti, la cardiologia lucchese, da quando è arrivato Francesco Bovenzi, ha fatto un salto di qualità notevole, dotandosi di macchinari moderni e di specialisti di primordine. Al dottor Bovenzi, ora che sto praticando la riabilitazione cardiologica, ho anche confessato che perfino il personale medico che assiste quotidianamente i malati è stato scelto con cura. Quando entro nella palestra di riabilitazione, ad esempio, a ricevere me ed altri tre pazienti (ogni squadra di pazienti è composta da quattro soggetti) sono due fisioterapiste molto gentili e carine, Serena ed Eva, che ci permettono di coniugare ai necessari e benefici sforzi terapeutici anche la soddisfazione degli occhi.

Uno dei primi giorni, le due infermiere carine e gentili donarono a ciascuno di noi un libro di poesie dedicate al cuore, scritte da un amico di famiglia del primario Bovenzi, Aldo Cellie.   Questo libro in cui è ricordato anche il padre del primario: Michele Bovenzi, medico pure lui, ha la prefazione di Francesco. Ovviamente, essendo anch’io cultore di lettere ed avendo alle spalle una abbondante esperienza con romanzi, saggi e poesie, vengo preso dalla curiosità di vedere se questo medico sappia scrivere. Concludo che non solo sa scrivere, ma che dimostra di riuscire a penetrare con la mente e con il cuore dentro la poesia.

Quando, qualche giorno dopo, lo incontro in occasione di una sua visita in palestra ho la faccia tosta di domandargli se quella prefazione fosse sua o di qualche ghost writer (oggi si dice così per indicare che è stato qualcun altro a scriverla). Sorride e mi risponde che è tutta farina del suo sacco. Non mi resta che complimentarmi con lui, e di manifestargli tutta la mia ammirazione. Del resto il libro è stato edito dalla nota casa editrice lucchese Maria Pacini Fazzi e chiunque non creda alle mie parole può verificare di persona. È una prefazione di grande qualità.

Forse compiaciuto dalla mia inaspettata sorpresa, mi invita a seguirlo nella sua stanza e mi dona un libriccino uscito al tempo in cui lavorava al policlinico di Bari.

Il libro contiene tre scritti, la presentazione a cura di Alessandro Boccanelli, la storia dell’aspirina di Italo de Luca, e nel mezzo un piccolo tesoretto, il racconto di Bovenzi incentrato sul cuore di Pinocchio.

La famosa storia di Collodi è piacevolmente ripercorsa in chiave cardiologica e vuole dimostrare che il pezzo di legno trasformato in burattino aveva anche lui un cuore, e se Collodi non ne parla nel momento in cui ci racconta come Geppetto costruì il burattino, è perché nemmeno un burattino può vivere senza un cuore. Ricordate? Anche quelli di Mangiafuoco lo avevano.

Il celebre romanzo ha molti passaggi in cui la presenza e l’importanza del cuore sono sottolineati da Bovenzi, il quale li passa in rassegna puntualmente, poiché ciò che gli preme è educare tutti noi alla prevenzione, alla cura e, insomma, alla salvaguardia di questo cuore, facendoci intendere che il cuore è presente in ogni  particella del mondo. E allora ecco che il celebre romanzo gli offre l’occasione affinché tutti se ne rendano conto e si adoperino per amarlo. Le pagine che Collodi scrive sulla malattia di Pinocchio sono tra le più note e divengono tali anche per il racconto di Bovenzi: se ricordate, vi compaiono dei medici colmi di presunzione e in sostanza ridicoli ed ignoranti: una denuncia   e un ammonimento tanto di Collodi quanto di Bovenzi, che la fa propria: la medicina è cosa seria, non la si può praticare senza preparazione ed oggi, addirittura, senza specializzazione. È la disciplina che non deve indulgere alla chiacchiera   e alla superficialità. Da quale malattia, allora, è stato colpito Pinocchio, visto che i medici di Collodi non riescono a diagnosticarla? Quale malattia ha così profondamente addolorato la Fata Turchina?

Ci risponde Bovenzi, approfittando dei numerosi indizi seminati da Collodi. Non era stato affatto colpito dalla malattia più diffusa in quel momento, la Pasteurella pestis, assai contagiosa, bensì – diagnostica Bovenzi,   prendendo il posto dei tre medici pretenziosi e superbi -, da una cardiopatia. Il cuore è lo stesso per tutti, e nessuno deve dimenticarsi di possederne uno, sia esso un burattino o un essere umano. È la lezione che, con la sua garbata favola e con la sua bonarietà,   Bovenzi sente il dovere di consegnarci.

Lo fa con una scrittura che ci trasforma in amici e compagni del suo viaggio. Del resto Bovenzi è   fatto così, sempre sorridente, sempre disponibile, sempre pronto a dialogare con tutti, specialmente con coloro che si erano dimenticati del cuore ed ora ne stanno soffrendo. Li aiuta a tornare ad essere come prima e a voler bene alla vita, come gliene volevano allorché il cuore non aveva cicatrici e funzionava con la regolarità e la precisione di una ferrari. Ci fa capire che, con un po’ più di attenzione e un po’ più di pazienza, può tornare ad essere quello di prima. Ci dà la speranza.

Ricordate da dove, nel gran libro di Collodi, giunge la speranza ed anche la guarigione? Da “una certa polverina bianca in mezzo ad un bicchier d’acqua.” Sapremo poi dalla stessa analisi attenta ed esperta di Bovenzi (Pinocchio si lamenta: “È troppo amara! Troppo amara! Io non la posso bere.”) che si trattava di un “glucoside dal forte sapore amaro come la Salicina”, e scopriremo, nel terzo racconto di Italo de Luca, che questa Salicina altro non era che la prima forma dell’aspirina, un salicilato conosciuto sin dall’antichità e via via perfezionato fino a diventare oggi uno dei farmaci più benefici per la cura delle malattie del cuore.

Dunque, ci fa capire Bovenzi, un posto di primordine nel romanzo collodiano è occupato dal cuore, anche se, quando Geppetto lavora il ciocco di legno, nemmeno viene nominato, poiché intimo, ineludibile e indispensabile anche per un burattino. Dunque è il cuore che muove la vita, e perciò ne discendono corollari altrettanto importanti: la cura che se ne deve avere affinché si mantenga integro ed efficiente; e, se ciò non accadesse, la necessità di non rifiutarne la medicina, ossia quella polverina troppo amara che Pinocchio voleva rimandare indietro e che la Fata Turchina riuscì a convincerlo – come fanno i cardiologi di oggi – a bere sciolta in un bicchiere d’acqua

Confesso. La bellezza di questo racconto, oltre che nella gradevole scrittura, sta nell’idea straordinaria (forse la prima ed unica?) di andare a cercare nel celebre romanzo di Carlo Lorenzini, detto Collodi, l’importanza del cuore come sacrario della vita dell’universo intero, nonché l’importanza di saperlo proteggere ed amare.

 

 

 


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