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LETTERATURA: “Il Rapporto” di Philippe Claudel – Ponte alle Grazie, 2008

12 Febbraio 2009

di Francesco Improta  

Probabilmente due libri non sono sufficienti per valutare il talento di un romanziere e la qualità della sua scrittura, ma credo che ope ­re come Le anime grigie (2003) e Il rapporto (2008), di Philippe Claudel, mi autorizzino ad affermare che siamo in presenza di uno scrittore fuori del comune, che non a caso ha già ottenuto tan ­tissimi riconoscimenti in Francia e all’estero. Comunque, onde evitare rampogne da parte di critici e di censori più cauti o più se ­veri, vorrei ricordare che il mio giudizio, come ogni giudizio del resto, è sempre relativo, legato al tempo e allo spazio, e può quindi essere cambiato, corretto o capovolto se mutano le prospettive, le angolazioni e le condizioni oggettive, ne consegue che la valu ­tazione espressa in una determinata circostanza, debba essere sem ­pre confermata e ratificata dal tempo, unico vero e inappellabile giudice.
Per il momento ritengo – e me ne assumo tutta la responsabilità, a differenza di quanto fa il protagonista Brodeck all’inizio del ro ­manzo – che Il rapporto sia un capolavoro, superiore persino a Le anime grigie, con il quale del resto ha molti punti di contatto, tanto che potrebbe essere intitolato Le anime grigie – Atto II, o meglio ancora Le anime nere, essendo il romanzo in questione ancora più cupo, più pessimista del precedente, contrassegnato com’è dalle stigmate del male e a livello collettivo e a livello in ­dividuale.
Entrambi i romanzi sono ambientati in Lorena, in una zona a ri ­dosso della Germania, al tempo di un conflitto mondiale, primo o secondo poco importa; in entrambi i romanzi l’autore compie un’indagine esplorativa, sempre più approfondita e impietosa, nei meandri dell’animo umano, prendendo spunto da un crimine, ne Le anime grigie si tratta di una bambina trovata morta in un canale, ne Il rapporto di uno straniero, massacrato da un intero paese inferocito.
Premetto che, dicendo ciò, non ho svelato nessun mistero, perché a differenza della bambina di Le anime grigie il cui assassino verrà scoperto a distanza di anni, qui, fin dall’inizio, si sa ciò che è successo, l’ereigniës, come dice l’autore in una lingua dal sapore dialettale, più vicina al tedesco che al francese, e chi ne è respon ­sabile. Non a caso al protagonista Brodeck, che, come ho già det ­to, nell’incipit dichiara la propria estraneità ai fatti, viene affidato il compito di redigere il rapporto di quello che è successo alla locanda Schloss.
Ma procediamo con ordine.
In un paesino montano, senza nome, non lontano dal confine con la Germania, non molto tempo dopo la fine della seconda guerra mondiale, arriva uno strano individuo su una giumenta, di nome “signorina Julie” e accompagnato da un asino chiamato “signor Socrate“. Non si sa da dove venga né perché sia venuto; sembra, anche per l’abbigliamento bizzarro e anacronistico, che provenga da un altro mondo e da un altro tempo. Tutto ciò accresce la diffidenza innata degli abitanti del paese che era già stata messa a dura prova dagli orrori della guerra e dall’occupazione nazista. Lo straniero, che neppure al sindaco, unica autorità in paese, essendo morto in guerra il gendarme a cui era affidato il mantenimento dell’ordine, declina le proprie generalità, viene visto con crescente sospetto e bollato con il nome di Anderer, l’altro. La convivenza diventa sempre più difficile e sfocia, come abbiamo detto, in un crimine collettivo che rende indispensabile una puntuale ricostru ­zione dei fatti, affidata appunto a Brodeck, che aveva studiato e sapeva come usare le parole…
Da quanto abbiamo sommariamente esposto, si evince che tema di fondo del libro siano il diverso e la paura che esso suscita quando la sua presenza sembra turbare i ritmi di vita consueti, semplici e ripetitivi come in questa piccola comunità montana. Credo, però, che sia riduttivo soffermarsi sull’insofferenza che il paese mani ­festa nei confronti dello straniero, in forme e modi sempre più violenti, fino a sfociare in una furia omicida. Ci sono altri motivi, che si dipanano come da una matassa disordinata in questo ro ­manzo, e finiscono con il coinvolgere l’antisemitismo; la paura che si mangia l’anima, gli orrori della guerra, o come sarebbe più giusto dire semplicemente la guerra, perché è essa stessa l’unico vero orrore, e il male, nella sua accezione più ampia e comprensiva che si annida in ciascuno di noi, anche in quelli apparentemente più innocenti, trasformandoli da vittime in car ­nefici.
Abyssus abyssum invocat. Il male si amplifica a dismisura ed è proprio la ricostruzione che Brodeck, entomologo e botanico di professione, ne fa che funge da moltiplicatore o da semplice spia rivelatrice, anche se nelle intenzioni di chi gli aveva affidato quell’incarico doveva servire a mettere le cose a posto, a esor ­cizzare l’angoscia, i sensi di colpa e a redimere dal peccato, anche perché: “Raccontare – come dice Claudel, rifacendosi a Primo Levi – è una medicina sicura“.
L’animo suo e dei suoi compaesani, invece, attraverso una paziente e scrupolosa indagine, viene sottoposto alla sua lente di ingrandimento e la storia tragica di quegli anni, la cronaca quo ­tidiana e il vissuto personale finiscono con il riflettersi l’uno nel ­l’altro, come in una fuga di specchi posti l’uno di fronte all’altro. È questa struttura composita uno dei pregi maggiori del romanzo: presente e passato si rincorrono continuamente, si sovrappongono, confondendosi e sconvolgendoci.
Bellissima, ad esempio, la descrizione della notte dei cristalli, che è una pagina di grande narrativa sulla violenza selvaggia e gratuita che si nutre di se stessa e alla quale fa da pendant la descrizione della folla, che monta, come pasta lievitata che tracima dal suo contenitore, e che occupa come un blog, fluido invasivo e perva ­sivo, la locanda di Schloss, taverna/antro con tutte le implicazioni psicoanalitiche che essa assume agli occhi del protagonista e del lettore:
Si può sempre dire… che le folle sono inconsapevoli dei loro gesti, del loro avvenire, e del loro percorso. Tutto questo è falso. La verità è che la folla è un mostro in sé. Partorisce se stessa, corpo enorme composto di migliaia di altri corpi coscienti. E so anche che non ci sono folle felici. Non ci sono folle pacifiche. E anche dietro le risate, i sorrisi, le musiche, i ritornelli, c’è del sangue che si scalda, del sangue che ribolle, che turbina e impazzisce per essere così strapazzato e mescolato nel suo stesso vortice”.
Certo non sono concetti nuovi. Della folla e dei pericoli insiti nella stessa hanno parlato Seneca, Manzoni; Steinbeck, Fromm, Peckinpah (Cane di paglia) e molti altri senza soffermarsi sui tanti sociologi che hanno analizzato i comportamenti dei sedicenti tifosi allo stadio o del branco, che stupra, violenta, delinque, ma ci sono nelle pagine di Claudel un impatto e una forza di evocazione che hanno pochi eguali.
Nel libro frequenti sono i riferimenti alla Storia con la s maiu ­scola: i pogrom, l’olocausto, l’occupazione nazista i carri bestia ­me, i campi di concentramento, dove Brodeck viene prima costretto a spalare la merda e poi, ridotto in catene, diventa cane Brodeck e cammina a quattro zampe, ma riesce a sopravvivere e torna al suo paese dove trova, la moglie muta, con lo sguardo vuoto, una canzoncina sulle labbra e una bimba, frutto della vio ­lenza subita da alcuni soldati tedeschi e alcuni paesani colla ­borazionisti, quegli stessi, forse, che avevano denunciato lui.
Brodeck, il protagonista narratore, sembra una vittima innocente, su cui si rovescia non solo la malignità degli altri, ma anche l’indifferenza di una natura dura, arcigna per molti versi leopar ­diana, ma non è così anche lui ha i suoi lati oscuri, le sue ombre, le sue colpe… anche lui è stato un carnefice e si è ritagliato il suo piccolo spazio nel regno del male. Ed è questa la lezione che si ricava dal romanzo: nessuno è innocente, siamo tutti colpevoli o, citando un famoso film di A. Cayatte, Siamo tutti assassini.
Per quanto riguarda lo stile di Claudel, talvolta serrato e in ­calzante, talaltra movimentato e ondoso, sempre icastico e inci ­sivo, c’è una pagina più eloquente e significativa di qualsiasi con ­siderazione critica. Dice Brodeck, parlando del rapporto che sta scrivendo, (capitolo XVI, pagina 101): “… continuo a spingermi avanti, a tornare indietro, a saltare il filo del tempo come in una corsa a ostacoli, a prendere vie traverse, a tacere forse, senza farlo apposta, l’essenziale. Quando rileggo le pagine precedenti di questo scritto, mi rendo conto che mi muovo tra le parole come un animale braccato, che corre svelto, procede a zigzag, cerca di depistare i cani e i cacciatori lanciati al suo inseguimento. C’è di tutto in questo guazzabuglio. Ci svuoto la mia vita. Scrivere mi sgrava il cuore e le viscere”.
Il romanzo ha una struttura circolare e si chiude così come era iniziato: “Io mi chiamo Brodeck e non c’entro niente“, con una di ­chiarazione di estraneità e di non responsabilità, dopo aver affer ­mato in maniera chiara e inequivocabile che la Storia è una verità maggiore fatta da tante menzogne individuali e che “vivere, con ­tinuare a vivere significa forse decidere che il reale non è affatto tale“.
Si conclude così questo straordinario libro dei vivi e dei morti dove non si sa con esattezza chi siano i vivi e chi i morti, anche perché come dice Claudel: “I morti non lasciano mai i vivi“.


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Il Rapporto” di Philippe … — 12 Febbraio 2009 @ 15:22

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Bart