di Francesco Improta
Cresciuta nel culto della grande narrativa americana, quella per intenderci di Steinbeck, Faulkner e Caldwell, Cécile Coulon, giovanissima e talen tuosa scrittrice francese, ha ambientato il suo ultimo romanzo, Il re non ha sonno (Keller edizioni), in una cittadina di provincia degli Stati Uniti, dove le ore scandiscono riti e abitudini immutabili.
Il titolo metaforico allude all’attaccamento del protagonista Thomas Hogan, e di molti suoi concittadini, alla terra, da cui non hanno alcuna intenzione di allontanarsi perché il loro orizzonte non va al di là di quello spazio selvaggio e sublime al contempo “Un re non deve mai lasciare il suo palazzo, perché non sa cosa può trovare al ritorno, se ritorno c’è”. L’insonnia del titolo ci rimanda, però, anche ad una certa inquietudine di fondo, un malessere che cresce nell’animo del protagonista come la gramigna. Del resto, come diceva Pavese, l’America è il palcoscenico in cui la vita si rappresenta più e meglio che altrove, dove il bene e il male sono declinati nei loro termini estremi e dove i personaggi hanno una indiscutibile vitalità e ferocia, un modo di vivere fiero e tragico al contempo. In questa categoria rientra, infatti, il padre di Thomas che ha dedicato tutta la sua vita al lavoro massacrante, anzi a più lavori, per acquistare una proprietà circondata da cespugli di lamponi e da una foresta popolata da cerbiatti, lepri e volpi, un luogo quasi mitico che finisce col crescere e con l’espandersi fuori e dentro di lui. Vita breve, comunque, la sua perché muore per una ferita, procuratasi in segheria, e finita in cancrena, quando Thomas è ancora piccolo e gracile e incapace agli occhi del padre di seguire le sue orme, tanto è vero che per lui aveva pronosticato una monotona vita impiegatizia. Crescendo, però, amorevol mente assistito dalla madre, una donna docile e bella, che il padre aveva trascurato o ignorato, stremato come era dalla fatica, Thomas cambia fisicamente, acquista forza e vigore. Significativa la scena in cui il ragazzo scopre i cambiamenti del suo corpo denudandosi dinanzi allo specchio, come aveva visto fare alla madre. E in questo fascio di muscoli e nervi finisce con l’insinuarsi un veleno sottile e pericoloso, che conferisce un nuovo significato, quasi profetico, all’episodio del serpente che lo aveva sfiorato quando bambino di pochi anni era seduto su uno sgabello in veranda.
A livello strutturale il romanzo si divide in due parti, di dimensioni perfettamente uguali, ed è una lunga analessi, nel senso che il dramma, di cui non si conoscono né l’entità né i contorni, è annunciato come già avvenuto fin dalla prima pagina ma viene ricostruito successivamente in tutti i suoi particolari attraverso la descrizione minuziosa dell’ambiente e la storia della famiglia Hogan.
Nel paese, decisamente rurale tanto che l’attività principale è rappresentata da una segheria che trasforma in steri di legno gli alberi tagliati nella foresta, si sente l’odore dei fagioli rossi, del pollo all’aglio, del pane di avena, dell’alcol di pera o di menta, del bourbon dall’aroma e dal colore ambrato e mentre sui tavoli da gioco vengono distribuite le carte da poker, i topi squittiscono sotto le assi di legno o fanno vibrare le loro code all’aria. Gli uomini che abitano questa contrada hanno mani ruvide, ru gose, rovinate dal lavoro e dalla sofferenza e cuori duri, brutali, feroci come risulta dalle parole di Gardener, un poliziotto che nel bar, in preda ai fumi dell’alcol, racconta una storia di efferata ferocia, di cui aveva dovuto occuparsi e che acquista all’interno del romanzo una funzione di mise en abîme. Un mondo che sotto l’apparente semplicità nasconde qualcosa di ferino, di barbarico e di primitivo, a cui si conforma perfettamente la scrittura della Coulon, esente da orpelli e da svolazzi, tutta incentrata sulle cose, fisica e sanguigna al contempo, minacciosa e pericolosa come un’arma carica, dove gli occhi stessi di una giovane infermiera vengono paragonati a due canne di fucile, senza nulla perdere del loro fascino, perché uno dei meriti della scrittrice è quello di coniugare, nelle persone e nelle cose, brutalità e bellezza. Un libro, a mio avviso, veramente imperdibile.