“Il santo maledetto” – Meridiano Zero

di Bartolomeo Di Monaco

Paolo Buchignani non ha mai smesso di amare il romanzo. Divenuto storico in particolare del fascismo e del risorgimento con libri che hanno suscitato ampio interesse tra gli specialisti, egli tuttavia non si è mai sentito completamente appagato e si può dire che ad ogni saggio storico ha accompagnato l’uscita di un romanzo, l’ultimo dei quali, “Solleone di guerra”, del 2008, ebbe la prefazione di Carlo Lizzani.

Questo ultimo lavoro mette al centro la figura di un personaggio storico che fu oggetto di un suo studio del 1984, “Marcello Gallian. La battaglia antiborghese di un fascista anarchico” (editore Bonacci).
Marcello qui ha un altro nome, Matteo, figlio maggiore del Console di Turchia conte Leopoldo Galati e della contessa Francesca, donna di chiesa, offesa e tradita dal marito con altre donne, tra le quali la brutta istitutrice Clotilde Vezzosi, fra le cui braccia troverà la morte per infarto.

La struttura del romanzo è semplice, abbellita da una scrittura piacevolmente nitida, con pagine di bella efficacia come quelle, ad esempio, che descrivono la relazione amorosa del protagonista con la vedova Lisa.

Matteo-Marcello, divenuto claudicante a causa di un ictus capitatogli poco prima della guerra d’Etiopia, dopo anni d’impegno nel fascismo rivoluzionario, deluso da Mussolini, si rinchiuderà, divenuto un povero sbandato, nella Certosa di Farneta di Lucca. Di lui si perderanno le tracce l’ultimo giorno dell’anno 1989, come se fosse stato “un fantasma che spariva nella nebbia.

Buchignani ci fa conoscere, attraverso un diario che il recluso decide di tenere a partire dal 25 gennaio dello stesso anno 1989, i fatti più importanti della sua vita, non solo dunque gli avvenimenti familiari che tanto influenzarono la sua formazione adolescenziale, ma anche i fatti dell’uomo maturo gettato nella lotta politica e nell’agone sociale, mettendoli a confronto, talvolta, con l’attualità (l’avventura di Fiume, ad esempio, con i movimenti del sessantotto), come a dirci che, se ben analizzata, la storia in qualche modo si ripete puntualmente, nel rispetto dell’insegnamento vichiano. Si pensi al giovane Guido Keller, che era stato “asso di cuori” nella squadriglia di Francesco Baracca durante la   Prima Guerra mondiale: “compirà un raid aereo Fiume-Roma e lancerà un pitale su Montecitorio.

Grazie ad un ragazzo del popolo, Spartaco Scipioni (morirà nelle file dei volontari comunisti nella guerra di Spagna), Matteo si avvicinerà all’anarchia ascoltando nel quartiere popolare di Trastevere a Roma Errico Malatesta: “In quel periodo le idee politiche di Spartaco erano anche le mie; nelle sue ingenue, folli utopie ci credevo anch’io che avevo letto Machiavelli e Tito Livio.”

Nel romanzo si avvertono gli echi del best seller di Buchignani (che farà seguito a quello di “Fascisti rossi”, Mondadori, 1998): “Rivoluzione in camicia nera” (Mondadori 2006): “Tra Fiume e Mosca c’è forse un oceano di tenebre. Ma indiscutibilmente Fiume e Mosca sono due rive luminose. Bisogna al più presto gettare un ponte fra queste due rive.” Ed è presente anche una severa denuncia nei confronti di coloro, veri e propri camaleonti, che, dopo aver considerato Mussolini “il più grande rivoluzionario del Novecento”, per opportunismo approderanno “alla sponda dell’antifascismo. Per inserirsi nella nuova Italia democratica, per entrare nella sua classe dirigente o nell’establishment culturale dominante”. Per fare ciò “bisognava scrollarsi di dosso, a tutti i costi, l’etichetta fascista.

Perché questo diario che dura tutto un anno e misura, in questo breve lasso di tempo, l’intera vita del protagonista? La risposta ce la dà lui stesso all’inizio, dopo averci manifestato le sue delusioni per ogni sorta di rivoluzione, tanto di destra che di sinistra, che ha attraversato il Novecento: “Sono schiacciato da una montagna di speranze deluse, di sbagli enormi, di colpe imperdonabili. Spero di espiarne qualcuna indagando, con mente lucida e cuore sincero, il tempo trascorso che tutte le contiene.”
Così il lettore avverte da subito che ciò che leggerà è qualcosa di sacro, che fuoriesce da una espiazione non ancora del tutto conclusa e che per ciò stesso si libera da ogni velo e da ogni compromesso alla ricerca delle risposte di verità alle domande che si affacciano nell’esistenza di ogni uomo.

Buchignani riesce felicemente a conciliare l’esigenza del narratore, il quale attraverso la scrittura stimola e suggerisce, con quella dello storico che intorno al personaggio muove avvenimenti davvero accaduti, i quali ne permeano a poco a poco la personalità. Come accadrà con lo scoppio della Prima Guerra mondiale che lo sorprende, incerto novizio, mentre si trova nel monastero di Santa Trinità a Firenze,   da dove fuggirà per tornare a Roma a – incontratovi di nuovo Spartaco – preparare la rivoluzione.

Seguiranno l’entusiasmo per l’avventura rivoluzionaria e antiborghese di Fiume e di D’Annunzio, tradita dai socialisti (lo stesso entusiasmo si riaccenderà al momento dell’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra mondiale), la battaglia di Civitavecchia, la marcia su Roma ostacolata dai comunisti e le altre molte variegate ed inquiete, se non addirittura tragiche, esperienze (si pensi all’eccidio della Certosa di Farneta, a Lucca, avvenuto il 3 settembre 1944) rivolte, però, a promuovere la “rivoluzione di tutti gli oppressi contro tutti gli oppressori.

Di una cosa, infatti, Matteo-Marcello sarà sempre certo e lo rivelerà a Spartaco che ha scelto la fede comunista: “Sarebbe stato bello combattere dalla stessa parte, noi due. In fondo vogliamo quasi le stesse cose. Quando D’Annunzio s’è messo a trattare coi vostri capi, avevo sperato accadesse, ma poi è andato tutto a puttana!

Solo dopo la marcia su Roma, l’alleanza di Mussolini con la borghesia, la genuflessione del fascismo a Hitler, il protagonista aprirà gli occhi e   il suo sogno s’infrangerà (dopo vari tentativi di resistenza grazie alla letteratura, al teatro e ad alcune riviste e giornali come “L’Impero”, “Il Riccio”, “Italia vivente”, “L’Universale”, o raduni al Caffè Aragno dove s’incontrano, in amicizia e fidando l’uno nell’altro, comunisti e fascisti rivoluzionari) per essere sostituito da una lunga fase d’isolamento e di espiazione.

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