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LETTERATURA: Il segreto di Colette? Se stessa e sempre

5 Aprile 2012

di Seia Montanelli

A pensarci oggi, a quasi settant’anni dalla sua morte, sembra impossibile che le prime opere di Gabrielle Sidonie Colette siano uscite con la sola firma del marito di allora, Willy: la vitalità, l’esibizionismo, la voracità con cui la più grande scrittrice francese del ‘900 affrontava la vita e la letteratura rendono ora difficile credere che abbia accettato di celarsi dietro un nome altrui, per giunta maschile, ma in fondo doveva ancora scrivere le sue opere migliori, per le quali basterà solo un nome, Colette (nel 1923 con Le blé en herbe). E nient’altro. In realtà è un cognome che è anche nome e finisce per essere un’identità, un personaggio unico e irripetibile: omaggiata della Legion d’onore e della presidenza, membro onorario del National Institute of Art and Letters di Nuova York, Presidente dell’Académie Goncourt e prima donna in Francia a ricevere le esequie di Stato nella corte d’onore del Palais–Royal nel 1954. E’ stata ballerina, attrice, giornalista, critico cinematografico, critico culinario, estetista e ovviamente scrittrice. Una vita piena di arte, di amori, bellezza, che di solito distrae dalla letteratura, ma non è il suo caso, che ha fatto della sua esistenza e della sua produzione un’opera d’arte costante. Indimenticabili sono i suoi personaggi, Claudine, Gigi, Cherie, vivide, reali, tridimensionaliquasi,maal confrontocon la loro autrice quasi impallidiscono, eppure c’è tanto di lei in loro. E allora a chi come Virginia Woolf, si interrogava sulla bravura di questa scrittrice: « sono, per così dire, annichilita di fronte a tanta capacità di penetrazione, e di bellezza. Ma come ci riesce? », non si può che rispondere che il segreto di Colette è Colette stessa.

Per questo sono così importanti gli scritti di non-fiction contenuti nella raccolta direttamente curata dall’autrice nel 1932, “Prisons e paradis”, ben tre edizioni in Francia, per la prima volta tradotti in Italia per Del Vecchio Edi-tore (con postfazione di Gabriella Bosco) dal talentuosAngelo Molica Franco, con la collaborazione di Rosalia Botindari, che ben riesce a domare una materia linguistica scottante e complicata: Colette usava esattamente le parole che intendeva scrivere, la più adatta in ogni occasione, ma soprattutto si affidava a un gusto istintivper la sonorite il colore di ogni termine.

Sono testi scritti tra il 1912 e l 1932 per diverse testate, tra cui Vogue, divisi in dodici sezioni e sono articoli più o meno brevi con descrizioni di animali, luoghi esotici, cibi, personaggi, ma che in generale ci forniscono uno straordinario autoritratto di Colette attraverso i suoi interressi, le sua passioni, gli oggetti della sua infinita curiosità.

Dal vino bevuto per la prima volta a tre anni – «uno shock volut-tuoso » -, all’empatia che prova per Landru durante il processo in cui è accusato dell’omicidio di decine di donne, trovando che fosse «il ritratto della cortesia », alla magia delle notti marocchine, esotiche e misteriose, questo libro è insieme una summa e una sintesi dell’intera opera di Colette, ci ritroviamo tutta la sua multiforme vitalità e ogni singola goccia di un talento letterario raro e prezioso, sopra le righe a volte, sempre leggero. La tecnica letteraria è in Colette come in una delle ricette che descrive, che prevede l’utilizzo di sessanta spicchi ma che lei giura alla fine non si sentono: c’è, è smi-surata,ma non pesa sul testo che resta soave.

Colette gioca con la sensualità delle parole e le percezioni sensoriali che riesce a evocare, le pagine dedicate al cibo sono forse le migliori, si sentono gli odori e i sapori, seduce pur restando innocente, o fingendo di esserlo, am-malia in ogni bozzetto e in ogni descrizione precisa, accurata, vibrante.

E dire che quest’autrice, che leggeva gli articoli di un ventenne Simenon, liquidandoli sempre con uno scuotimento leggero di capo e un esasperato «Ce n’est pas ca, ce n’est pas ca… C’est trop littèraire », ha rischiato spesso l’oblio, soprattutto da noi: la prima edizione di un suo libro in italiano risale solo al 1966 per Salani (“Claudi-

ne” con traduzione anonima), poi pochissimi sono i testi ancora in circolazione, a parte un raro Meridiano Mondadori del 2000, che riunisce undici romanzi e sei racconti. Molto poco rispetto alla prolifica produzione di Madame Colette.

(dal “Corriere Nazionale”)


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