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LETTERATURA: Intervista a Rolla Scolari, giornalista inviata speciale in Medio Oriente

9 Gennaio 2012

a cura di Alberto Pezzini
È bruna come la Regina Nefertiti, ma nata a Milano come dice il suo nome. Sua madre viene dall’Egitto e lei – tra Nilo e piramidi – ha anche studiato. Oggi a 34 anni è una delle più giovani inviate per il Medio Oriente di tutta la stampa italiana e di solito vive a Gerusalemme, insieme ad un gatto che sembra una specie di faraone in sedicesimo. Si chiama Rolla Scolari e si è dimostrata un’osservatrice molto obiettiva di una realtà che sta mutando in continuazione, il mondo islamico in generale. Sa raccontare i fatti senza sporcare la tavolozza di colori superflui. Se vede un cielo trapuntato di pallottole, state certi che ve lo dirà, e voi potrete sentire il puzzo della cordite salirvi dentro le narici.

Come è stata la caduta di Gheddafi? Tu c’eri ?

«Si, io c’ero. Devo confessarti che a Tripoli ho avuto paura. Abbiamo respirato il pericolo. Se pensi che hanno impiegato 4 giorni per liberare Tripoli, puoi comprendere quanto dico. Quelli sono stati i giorni che ci sono voluti per liberare Piazza Verde e Piazza dei Martiri. La notte del 20 ottobre è stata la peggiore. Forse la più tormentata in tutti i sensi. In Libia si è trattato di un conflitto – come dire – fluido, difficile da “fermare” in qualche modo.
Quando Gheddafi è stato catturato, ho scritto che sentivo tutto intorno a me dei colpi di arma da fuoco “di gioia”. Oggi non so sinceramente quanto fossero di gioia ».

 

Certo che Gheddafi è caduto dopo 42 anni di dominio pressoché incontrastato. Pensi che la sua morte porterà ad una immediata pacificazione della regione?

«La fine feroce di Gheddafi non ha coinciso con una pronta stabilità ritrovata.La Libiaè composta da molte tribù che ora – più di prima – dovranno cercare di ritrovare una specie di coesione interna.   La morte di Gheddafi, invece, ha coinciso con le prime elezioni libere del mondo arabo. E questo non è un segnale da poco ».

Da giornalista della carta stampata, come ti sei regolata e come ti regoli con internet?   Ed in mezzo ad una guerra?

«Devo arrivare prima. Il problema della carta stampata è dato dai tempi tecnici della TV e di Internet. Ad esempio, in Libia, Al Jaazira è arrivata prima di tutti. Quando mando il “pezzo” devo dargli un fiato in più. Non è facile catturare il presente, diciamo, e poi cercare di trasmetterlo al lettore senza fargli perdere la freschezza ».

 

Parliamo adesso di un’altra tua passione: la politica. Come si presenta oggi l’Egitto dopo una rivoluzione che lo ha scosso dal profondo?

«La caduta di Mubarak ha rappresentato la scossa più forte per il medio oriente. Il Faraone – come lo chiamava la stampa internazionale – era stato un interlocutore ascoltato alla Casa Bianca. Da solo ha sempre garantito un assetto stabile al medio oriente. La sua caduta ha aperto la crepa più profonda. Uno dei problemi che ha lasciato in eredità all’Egitto è la libertà. Nonostante sia rimasto “scosso” – come dici tu – in realtà l’Egitto di oggi sta continuando a scontare uno scorretto esercizio del voto. Anche dallo scoccare della rivoluzione l’esercizio del voto non ha funzionato come avrebbe dovuto. I Tribunali militari stanno ancora in piedi – grazie alle leggi d’emergenza – e paradossalmente in Egitto l’ondata rivoluzionaria si è quasi scaricata in una pericolosa fiammata all’indietro, una specie di ritorno alle condizioni più primitive. La sua altissima densità demografica poi,(quasi ottanta milioni di abitanti) non lo aiuta di certo ».

Che cosa ti è rimasto di un periodo così caldo in Oriente? Ti sei portata via qualcosa, come faceva la mitica Oriana Fallaci, che si portò via un casco dal Vietnam?

«In Egitto mi ricordo della bandiera egiziana che sventolava il giorno della caduta di Mubarak.   Ho ancora in mente i gadget della rivoluzione! I portachiavi andavano a ruba, ad esempio. Si, mi è rimasta proprio una bandiera egiziana.   È una specie di feticcio, per me. Come questo che ho dietro le spalle ». Mi indica un nudo bellissimo, molto magrittiano.   «Me l’hanno regalato in Iraq… » E fa un sorriso che si accende di luce.   Come dire, gli opposti si attraggono e pure le guerre si possono dimenticare. Pensi che il terremoto arabo sia partito davvero soltanto il 17 dicembre del 2010 quando Mohamed Bouazizi, di Sidi Bouzid, si è incendiato per protesta? P.S. Questa domanda non è mai stata fatta. Tra il serio della guerra ed il sacro del Corano, cala un cauto silenzio.

 

(dal “Corriere Nazionale”)


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Bart