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LETTERATURA: Incontro con Luca Goldoni autore di “Meglio mai che tardi”

11 Settembre 2011

di AlbertoPezzini

Lo incontro a Parma. Strano. Ci è nato ma da anni ritorna qui soltanto per mangiare le trippe da una zia. Cucinate per tre giorni. Si respira un profumo di tigli e si sente quasi mormorare il fiume di cui parlava Guareschi. Lui è Luca Goldoni, il più ironico giornalista di costume che conosca. Per anni si è dedicato ai nostri tic, ai modi di dire del tipo Cioè, Lei m’insegna, Colgo l’occasione, Esclusi i presenti. Ha un terzo occhio stampato in testa per cogliere le debolezze dell’italiano medio.   Ne ha sempre scritto con bonomiama anche con un’ironia capace di lasciarti addosso dei bei graffi di cui era impossibile non sorridere. E’ ancora un bel signore. Ai capelli biondi ha sostituito una sussiegosa zazzera bianca, gli occhialini trasparenti e bifocali per nascondere meglio una certa timidezza che si porta dietro da bambino.   Lo intercetto con in mano il suo ultimo libro, “Meglio mai che tardi” (ed. Mursia), a pochi metri fuori da Cocchi, una trattoria mitica di Parma. Lo blocco ed estraggo subito il mio materassino da campo per sedute psicanalitiche. Lo invito a sdraiarsi e lui non oppone resistenza. E’ docile all’intervista.

 

Sig. Goldoni, come mai non si oppone a questa intervista immaginaria e psicanalitica da strada?

 

«L’ho inventata io. La prima volta mi venne fuori come un’idea sotterranea nel 1980, al congresso del PSI. Dopo qualche articolo in cui facevo l’alice nel paese delle meraviglie,non sapevo più che pesci pigliare. Mi inventai allora un’intervista a Bettino Craxi, completamente fantasiosa, durante la quale gli facevo dire un sacco di cose interessanti ».

 

Scommetto che Craxi la querelò.

 

«Neanche per idea. Non erano ancora i tempi d’oggi (mala tempora, uhm) in cui ti denunciano anche per un minuscolo peto ortografico.   Mi fece anzi un bel regalo.

Una mattina, dopo l’intervista, mi alzo e sulla prima pagina del “Corriere” trovo una smentita sua alla mia intervista. Secca, una specie di fucilata, in cui dichiarava che la mia immaginazione aveva partorito idee che mai sarebbero uscite dalla sua. Mi sembrò un regalo insperato, quasi una smentita di qualcosa che poi tanto fantasioso non era ».

 

Lei è sempre stato un giornalista di costume. L’unica figura che in qualche modo Le posso accostare (noti la L maiuscola in segno di timore reverenziale) è Paolo Monelli, un giornalista magico, raffinatissimo gourmet, e scrittore di non poca fantasia (Avventura nel primo secolo è un libro che tutti i liceali dovrebbero leggere).

 

Fa un salto sul lettino. «Lei è matto! Paolo Monelli è una vetta irraggiungibile.   Però, Lei mi insegna che – esclusi i presenti -, cioè, non ho parole insomma… Non capisco perché Lei si sdilinquisca tanto. In fondo, Montanelli ne I conti con me stesso (2009) lo aveva detto chiaro: Goldoni è proprio della mia razza ».

 

Speriamo che non traligni…

 

«Stia bene a sentire. Se è per questo il grande Indro – dopo che aveva fondato il Giornale – mi mandò Egisto Corradi ad offrirmi di passare con lui. E sa cosa gli risposi?

Tu hai aperto una splendida boutique, ma io faccio libri popolari e ho bisogno della vetrina di un supermarket ».

 

Lei è un giornalista che ha venduto copie su copie di libri popolari.   Mi può dire come ha fatto?

 

«Senta. Io sono sempre stato un timido. Da ragazzo mi chiamavano Luca Preservativi per il mio cognome.   Non ho mai vinto un torneo e mi sembrava sempre di essere da meno degli altri. Due cose mi hanno salvato. Sapere di piacere alle ragazze e lo scrivere. Tenga conto di una cosa. Se una cosa la dici a voce, puoi passare da cretino.   Se la scrivi, – ma sai – ti dice quello che ti aveva dato del cretino –f orse avevi ragione tu ».

 

Si, ma c’è qualche cosa che l’ha resa diverso da tutti gli altri giornalisti. Secondo me è il fatto che un suo libro – di costume si può leggere sempre, in treno, in aeroporto, nella metro. Lei scrive facile, la sua prosa è levigata ma scorre come il torrente del Lungoparma.   Insomma, ci vuol dire come fa?

 

Mi guarda un po’ perplesso. «Scrivo per farmi capire. Facile. Anche se la sintesi – colgo l’occasione per dirglielo – non è un punto di partenza, ma un faticoso punto di arrivo ».

 

E qui, finalmente, sorride, e dietro quegli occhiali trasparenti lo vedo alzarsi soddisfatto. «Vai tranquillo », mi fa.
(dal “Corriere nazionale”)


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Bart