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LETTERATURA: Johann Wolfgang Goethe (11)

15 Maggio 2012

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Il viaggio in Italia

Kennst Du das Land wo die Zitronen blühen? (Conosci il Paese dove fioriscono i limoni?)

A trentotto anni Goethe poteva finalmente mettersi in viaggio e dirigersi verso l’Italia, il Paese dei suoi sogni. Soltanto adesso si sentiva “maturo” per intraprendere un’avventura del genere e si era deciso, con un passaporto falso intestato ad un certo Philipp Möller, di realizzare un desiderio a lungo accarezzato. Tutti coloro che lo conoscevano, ed in particolare gli amici più intimi, sapevano che tale pensiero era in cima ai suoi desideri. In una lettera a Körner del 12 agosto 1787 Schiller aveva avuto modo di scrivere: “il suo viaggio in Italia se l’è portato in cuore fin dalla fanciullezza”. Nel giugno e nel novembre del 1775, mesi in cui aveva soggiornato, seppure per breve tempo, in Svizzera, era stato ad un passo dall’Italia, ma ambedue le volte non aveva osato oltrepassare il San Gottardo; non si sentiva ancora preparato ad un’iniziativa del genere, che l’avrebbe finalmente portato nel Paese tanto agognato. In Italia il poeta sarebbe rimasto due anni, fra il 1786 e il 1788, ma la prima delle tre parti in cui si articola il “Viaggio in Italia” viene pubblicata solo ventotto anni dopo, nel 1816. A fare da base allo scritto gli appunti e i diari del periodo, assieme alle lettere inviate agli amici di Weimar, tra cui Charlotte von Stein e Herder. E così, dopo essere partito in gran segreto da Karlsbad il 3 settembre 1786, si ritrova la sera dell’8 settembre al Brennero, mitica stazione di confine per quei viaggiatori tedeschi che per venire in Italia sceglievano la via austriaca. Scrupoloso come era – o meglio da buon “tedesco” – può cominciare a stendere i primi appunti sul viaggio Monaco – Brennero: “Eccomi giunto, quasi costretto dalla necessità di poter finalmente riposare in un posto così tranquillo, come me lo sarei solo potuto augurare. è stata una giornata il cui ricordo si può assaporare per anni”. Il primo passo di quel viaggio così lungamente accarezzato era stato fatto. Adesso si trovava in Italia, in quella che veniva considerata la culla della cultura europea, sulle tracce dei suoi progenitori greci e romani. Da sempre aveva inteso il viaggio in Italia anche come fuga dal quotidiano e al contempo come occasione di ritrovarsi, di ricominciare una nuova vita. Alla sua “Bildung” (formazione) acquisita nelle Università di Lipsia e Strasburgo, perfezionata dal “praticantato” di futuro avvocato nella quiete di Wetzlar e poi messa in pratica nel “suo” regno di Weimar, mancava l’imprimatur ufficiale: proprio quel viaggio in Italia considerato da sempre la summa di un percorso veramente formativo. Così il “viandante” Goethe si preparava a quella che sarebbe stata la sua massima esperienza di vita. Nel “Paese dove fioriscono i limoni” ritrova l’humus ideale per far sviluppare tutte le sue potenzialità. Piante, rocce, uomini e soprattutto quella “cultura” italiana così impregnata di grecità e di romanità saranno d’ora in poi l’oggetto del suo totale interesse. Una miriade di impressioni che fin dall’inizio lo occuperanno totalmente, mettendo a dura prova la sua capacità di raccogliere e ordinare i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue sensazioni. Fin dall’inizio si sente semplicemente sopraffatto da tutto quello che ha occasione di osservare e non sempre trova le parole adatte a descriverle. La sera stessa, riepilogando le impressioni di un’intera giornata riesce solo ad annotare: “La giornata è lunga, la meditazione indisturbata e le meravigliose immagini di ciò che mi circonda non soffocano per nulla il sentimento poetico, anzi lo evocano tanto più vivamente grazie al moto e all’aria libera”. Per venti giorni si intrattiene in questa regione di confine dove la lingua tedesca era di casa. Poi sarà la volta di Venezia, una città già così cara a suo padre. Il suo impatto con la città lagunare viene descritto con toni fatalistici: “Nel libro del destino era dunque scritto, nella pagina che mi riguardava, che il 28 settembre 1786, alle cinque di sera secondo la nostra ora, entrando dal Brenta nella laguna, avrei visto per la prima volta Venezia, e subito dopo avrei toccato e visitato questa meravigliosa città insulare, questa repubblica di castori”. A Venezia si ferma fino al 14 ottobre, poi è tutta una corsa e un veloce susseguirsi di città come Ferrara, Bologna e Perugia. Da un lato l’ansia di arrivare prima possibile a Roma, dall’altro il desiderio di soffermarsi ad osservare quei panorami che si accavallano. Questo dissidio insanabile gli procura veri attacchi di panico: “Ho cercato di impiegare la mia giornata nel modo migliore possibile, vedendo e rivedendo, ma nell’arte è come nella vita, più ci si addentra e più vasto diventa il campo” – così scriverà a Bologna il 19 ottobre. In fondo ha però in testa un unico obiettivo: Roma, la culla della classicità. La città eterna lo attira così irresistibilmente da fargli trascurare tutta la zona dell’Appennino tosco-emiliano. Persino per Firenze ha poco tempo, e i fiorentini, da elitari “Etruschi”, non glielo perdoneranno…. Vi si ferma tre ore e può solo fuggevolmente notare: “Ho attraversato velocemente la città, il duomo, il battistero. Qui si apre ancora una volta ai miei occhi un mondo completamente sconosciuto. Il giardino di Boboli ha una posizione incantevole. Ne sono uscito velocemente, così come ne ero entrato” (25 ottobre). A Terni, ormai nelle immediate vicinanze di Roma, non riesce più a frenare la sua impazienza, dorme vestito e non vede l’ora di essere svegliato per rimettersi in viaggio. Adesso neppure il paesaggio lo attira, sulla carrozza che lo trasporta finisce con l’appisolarsi, l’unico modo per recuperare le tante ore sottratte al sonno. Ancora pochi giorni e finalmente potrà farsi vivo con gli amici e con lo stesso Duca, che aveva lasciato insalutati a Weimar: “Finalmente posso schiudere le labbra e porgere un lieto saluto ai miei amici. Chiedo perdono per essere partito segretamente ed essere arrivato fino a qui in incognito. Non osavo quasi confessare a me stesso dove ero diretto, persino durante il viaggio temevo di non portarlo a termine, solo quando attraversai Porta del Popolo ho avuto la convinzione che Roma mi apparteneva” (1 novembre). Roma, la città lungamente desiderata, era finalmente sua. Solo così pensava di guarire da quella strana malattia che da anni lo tormentava. In una sorta di confessione lo stesso giorno annota: “Si, negli ultimi anni è stata una vera e propria malattia, da cui poteva guarirmi solo la sua vista e la sua presenza. Adesso lo posso pure confessare: ultimamente non potevo più guardare nessun libro di latino, nessun disegno di una qualsiasi località italiana. La voglia di vedere questo Paese era più che matura. Adesso che è appagata, patria e amici tornano ad essermi profondamente cari, e desiderabile il ritorno…”.

 A Roma Goethe sente scorrere nelle sue vene nuova linfa vitale. Comincia una nuova vita, si sente rinato, ed è il primo a compiacersi per quel suo stato d’animo che adesso lo pervade e che in fondo si era augurato fin dall’inizio del viaggio. Confronta la Romareale con quella fantastica dei suoi sogni e delle sue letture e la riconosce perfettamente. Il suo vuole essere un vero e proprio “viaggio di apprendimento”, un modo per completare la sua formazione spirituale. Tanti anni prima, quando era già forte il desiderio di conoscere l’Italia ma ancora più forte la coscienza che i tempi, i suoi tempi, non erano ancora maturi, aveva scritto in una lettera a Langer (27 aprile 1770): “In Italia Langer! In Italia! Però non adesso. è ancora troppo presto; non possiedo ancora le conoscenze di cui ho bisogno, mi manca ancora molto. Parigi deve essere la mia scuola, Roma la mia università; una volta che la si è vista, si è visto tutto. Per questo non ho fretta di andarci”. Aveva così inconsciamente introdotto il concetto di “Bildungsreise”, a cui abbiamo già fatto cenno; un viaggio che rappresentasse il coronamento di un percorso formativo; l’Università per coloro che avrebbero voluto vivere secondo il precetto dantesco: “fatti non fosti per vivere come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Questo imperativo interesserà soprattutto Roma, ma può essere esteso a tutta l’Italia. Data la sua autorevolezza, Goethe è stato involontariamente il primo promotore del turismo culturale; un turismo mirato all’arricchimento spirituale, un turismo che si poneva come obiettivo la ricerca della classicità e del bello. Proprio grazie alla pubblicazione del suo “Viaggio in Italia”, che non era e non vuole essere una “guida turistica”, si affermerà tra la sua gente il desiderio di emulazione, di rifare lo stesso viaggio formativo alla scoperta delle radici culturali dell’uomo, per conoscere le realizzazioni più significative di cui è stato capace il suo genio e il suo ingegno. Il “Viaggio in Italia”, a cui tanti storici dell’arte rimproverano tra l’altro di aver trascurato il Gotico di Verona e di Venezia e il Barocco di Roma e della Sicilia, non aveva e non voleva avere la pretesa di fornire uno spaccato esauriente dell’Italia e della sua storia dell’arte, ma deve essere considerato come un diario, il diario personalissimo di un poeta che ha voluto completare il suo percorso umano; il diario di un viaggio intrapreso per conoscere se stesso e che per questo non può prescindere dalla conoscenza dei propri simili. La prima settimana romana è una corsa frenetica per la città, alla riscoperta di quella che secondo lui era la Roma eterna, modello insuperabile di umanità e di cultura – “lentamente m’accosto alle maggiori bellezze e non faccio che aprire gli occhi e guardare, che andare e venire, dato che solo a Roma ci si può preparare a comprendere Roma” – (7 novembre). Della parte antica è semplicemente suggestionato – ” si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione, Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma” – (1 novembre). Ha la netta sensazione che non può permettersi uno studio sistematico, vuole raccogliere sensazioni, conoscenze che gli servano poi per il resto della sua vita – “Non sono qui per godere come più mi piace; voglio costringermi a studiare questi grandi monumenti e contribuire alla mia formazione spirituale prima di compiere quaranta anni” – (10 novembre). Nel frattempo si accavallano le impressioni – “verso sera ci recammo al Colosseo; era già quasi buio. Quando si contempla una cosa simile, tutto il resto appare un’inezia..” – (11 novembre) e comincia a familiarizzare con monumenti e opere d’arte – “tutte vecchie conoscenze, simili ad amici che ci si è fatti da lontano per corrispondenza e che ora possiamo finalmente vedere in viso” (18 novembre). L’impatto con la Cappella Sistina lo sconvolge: “Il giudizio Universale e il ciclo di affreschi di Michelangelo nel soffitto divisero la nostra ammirazione. Io non riuscivo che a guardare e a strabiliare. Non c’è parola per esprimere l’intima sicurezza e vigoria del maestro, la sua grandezza” (22 novembre). Di tanto in tanto viene assalito dalla paura di non riuscire a vedere tutto, di fissare nella memoria tutto quello che avrebbe voluto portarsi dentro per sempre – ” Roma è un mondo e occorrono anni per raccapezzarsi in essa. Fortunati quei viaggiatori che vedono e ripartono…” (13 dicembre). Con il passare del tempo si accorge che la città non è facile da conquistare – ” Mi diventa sempre più difficile dar conto del mio soggiorno a Roma. Così come si trova sempre più profondo il mare man mano che vi si avanza, non diversamente mi avviene nella conoscenza di questa città” – (23 gennaio 1787). Ma non sono solo i monumenti ad impressionarlo, le belle giornate di sole, gli squarci paesaggistici, l’atmosfera di quei vicoli che trasudavano storia continuano ad avvincerlo: “Della bellezza dell’andar su e giù per Roma con la luna piena, chi non l’ha provato non può averne un’idea. Ogni particolare viene inghiottito dalle grandi masse di luce e d’ombra, e l’occhio non percepisce che immagini immense, totali…” – (2 febbraio). Dopo mesi dedicati a conoscere e studiare storia, monumenti e paesaggi arriva anche per Goethe il momento di lasciare Roma. Egli, ricordandosi delle raccomandazioni del padre, a suo tempo incantato da Venezia e Napoli, sente come una “tentazione” insuperabile, quella di spingersi ancora più a sud e concludere il viaggio proprio nella città partenopea: “Se penso a Napoli, o addirittura alla Sicilia, ciò che colpisce sia nei racconti che nei quadri è che in questi paradisi terrestri si spalanchi con tanta violenza l’inferno dei vulcani, terrorizzando e facendo impazzire da millenni abitanti e turisti” (16 febbraio). Il viaggio verso Napoli, passando per Velletri e le paludi Pontine, sarà una lenta immersione nel verde degli agrumi che lo avrebbe portato ad una convinta osservazione: “Mignon aveva ben ragione di struggersi per queste terre. -” (24 febbraio). Nella città del Vesuvio arriva il giorno dopo – ” E siamo finalmente arrivati anche qui, felici e sotto buoni auspici” (25 febbraio) -. La prima cosa che lo colpisce è la gioia di vivere dei napoletani, che annota lo stesso giorno coniando un detto di cui gli saranno eternamente grati gli eredi di Pulcinella: “Il napoletano è convinto d’avere per sé il paradiso e si fa un’idea ben triste delle terre del settentrione”. La scoperta delle “meravigliose bellezze” della città lo affascina e gli offre l’occasione di rivolgere un commosso ricordo al padre, che così caldamente gli aveva raccomandato questa visita: “Ricordai pure con commozione mio padre, cui proprio le cose da me vedute oggi per la prima volta avevano lasciato un’impressione indelebile. E così come si vuole che chi abbia visto uno spettro non possa più ritrovare l’allegria, si potrebbe dire all’opposto che mio padre non riuscì mai ad essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli” (27 febbraio). La città lo ammalia ed il poeta pensa di rendere onore alle sue meraviglie trascrivendo addirittura in italiano il detto così caro a tutti i napoletani “Vedi Napoli e poi muori!” (2 marzo). Col passare dei giorni comincia anche a rendersi meglio conto dell’attaccamento dei napoletani alla loro città e ne fotografa esattamente il loro stato d’animo: “Se nessun napoletano vuol andarsene dalla sua città, se i poeti locali celebrano in grandiose iperboli l’incanto di questi luoghi, non se ne può fargliene carico, anche se vi fossero ancora un paio di Vesuvi nelle vicinanze. Qui non si riesce davvero a rimpiangere Roma; confrontata con questa ampia dislocazione la capitale del mondo sprofondata nel Tevere appare come un vecchio convento in una posizione infelice” (3 marzo). Immerso in questa atmosfera di spontanea gioia anche lui ne rimane contagiato: “Napoli è un paradiso, dove ciascuno vive in una sorta d’ebbrezza, dimentico di tutto. Mi succede la stessa cosa, non mi riconosco più, mi sembra di essere diventato un individuo completamente diverso. Ieri pensavo: ‘ o eri matto prima, o lo sei adesso'” (Caserta, 16 marzo). Concetto che ribadisce il giorno stesso in un’altra annotazione: “Se a Roma si studia volentieri, qui si desidera soltanto vivere. Ci si scorda delle noie del mondo, e per me è una sensazione meravigliosa avere a che fare solo con gaudenti”.

Cominciava intanto a farsi strada un’altra tentazione, la possibilità di prolungare il viaggio andando a visitare la Sicilia: “… Per quanto riguarda il mio viaggio in Sicilia è ancora in mano agli Dei, l’ago della bilancia oscilla da un’estremità all’altra” (Napoli, 17 marzo). Alcuni giorni dopo l’irrevocabile decisione; la fantasia aveva ancora una volta vinto sulla razionalità. Scordandosi degli impegni gravosi di Weimar, di cui poteva essere considerato a tutti gli effetti il ministro plenipotenziario, e lo sconcerto degli amici, con in testa il Duca, privati della sua preziosa presenza, comunica laconicamente: “Domani questa lettera a voi indirizzata partirà. Giovedì 29 mi imbarcherò… sulla corvetta, destinazione Palermo… Al mio temperamento questo viaggio farà bene, sarà addirittura necessario. La Sicilia mi fa pensare all’Asia e all’Africa ed essere di persona nel punto meraviglioso dove convergono così tanti raggi della storia non è una cosa da poco” (26 marzo).

 


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Bart