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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Johann Wolfgang Goethe (13)

19 Giugno 2012

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Le Elegie Romane e la rottura con Charlotte von Stein

Proprio il viaggio in Italia segnerà la fine del rapporto ultradecennale con la Charlottevon Stein. Il ricordo delle sue notti romane, con la fortunata e soprattutto felice scoperta dei piaceri erotici che si trasformerà in pura gioia dei sensi e sarà immortalata in una ventina di “Elegie”, scritte nella ritrovata tranquillità della sua Weimar dal 1788 al 1790, testimonia il suo “rinsavimento” e corona per certi versi quanto avrà modo di confessare al fido Eckermann il 5 ottobre 1829: “Sì, io posso dire che solamente a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere un uomo. Non sono mai più ritornato ad uno stato d’animo così elevato, né a una tale felicità di sentire. Confrontando il mio stato d’animo di quando ero a Roma, non sono stato, da allora, mai più felice”. Questo stato d’animo aveva impregnato anche le Elegie Romane, che, riprendendo temi cari ai poeti dell’età classica, come Catullo, Properzio e Tibullo, trasudano di “dolce” rimpianto. In proposito non sarebbe azzardato parlare di una vera “scoperta” da parte di Goethe; che sulla soglia dei quaranta anni ha avuto la fortuna di accorgersi che esistevano anche i piaceri dell’erotismo, una gioia dei sensi assolutamente impensabile, soprattutto nella Germania “luterana” ed in un periodo storico in cui imperversava il “pietismo”. Le Elegie Romane rappresentano per molti versi un momento di liberazione da pregiudizi e preconcetti di cui per secoli si era fatta portavoce la Chiesa di Roma, mortificando e trascurando la filosofia del piacere che aveva imperato nel mondo classico greco e romano. La “felicità” provata a Roma, la capitale del mondo di allora, che col suo fascino l’aveva tentato per interi decenni, lasciandosi poi docilmente conquistare, viene a mio avviso resa più completa proprio da questa serie di esperienze erotiche che ci danno un’idea precisa e palpitante sui momenti d’estasi colti dal poeta tedesco, che rimane affascinato e grato alla sua “Faustina”, donna semplice e soprattutto compagna di notti indimenticabili. In proposito ci piace riportare una “ricerca” consegnata alla storia delle notti romane di Goethe da Ermanno Ponti, avvocato, giornalista e scrittore di Roma, dove era nato alla fine dell’Ottocento. Sulla autenticità delle “fonti” non ci giureremmo, ma le citazioni in esso contenute, i riferimenti “storici” sulla locanda dove avvenne il fatale incontro tra Goethe e Faustina, ed altri particolari “logistici” ci fanno sembrare la storia verosimile ed in ogni caso degna di essere ricordata. “I due camerieri Toni e Goschi sono intenti a servire, mentre Francesco Vacchini, garzone, sta forse su, nelle camere della piccola e bene avviata locanda. All’improvviso scorgiamo lì nel fondo un gruppo di persone che non ci aspettavamo di trovare qui… è un gruppo di tedeschi, di buoni artisti, degne figure di quel Settecento bonario e godereccio, placido e sognante che non conosceva ancora la rivoluzione francese e la predicazione sociale di Carlo Marx. Più tardi, uno di quella comitiva, prenderà a rievocare, da par suo, quella scena: ‘Qui stava la nostra tavola e c’erano, intorno intorno, dei tedeschi così alla buona’. Un’aria di cordialità affratella gli animi e avviva e allieta l’umile osteria romana. All’improvviso i bravi tedeschi interrompono il loro frastornante conversare e si volgono con palese attenzione verso la porta. Due donne hanno fatto il loro ingresso nell’osteria. Sono madre e figlia. La madre è ilare e compiacente, ostenta un’aria di confidente piacevolezza. La figlia!… è un’autentica popolana, bruna, formosa, dai grandi occhi fieri e vellutati. è giovanissima: eppure è già madre e, peggio, è già vedova: – un bravo giovane, le è morto il marito – Domenico Antonini dopo soli sei mesi di matrimonio. Ma chi pensa a siffatte tristezze di fronte all’appassionante vedovella? I tedeschi si levano e salutano in coro le due donne facendo largo al loro tavolo. Ormai essi le conoscono. Anzi qualcuno non ha potuto rattenere un impercettibile sorriso, mentre uno di essi – quello laggiù – giovane dall’alta aitante persona, dal portamento nobile e bello, dall’occhio altero e profondo – Filippo Müller pittore, ma in realtà Wolfango Goethe poeta – ha fissato i suoi occhi negli occhi della giovane donna. É un attimo, ma basta loro per rievocare tante cose. E si fa avanti con simpatica semplicità: la piccola cercò un posto, a me di faccia, vicino alla madre; e tanto smosse la panca e così bene seppe armeggiare che mi scoprì alla vista mezzo il viso e tutto il collo…. Ah, complice amore nel grigio ridotto dell’osteria della Campana ! Quale è dunque la mira di tutto questo segreto armeggiare? Più forte ella parlava che non usino le romane; assaggiò, si volse a guardarmi, mescé e sbagliò il bicchiere.   Il vino fluì sulla tavola ed ella col dito grazioso cominciò a tracciare umidi cerchi sul piano di legno. E il mio nome intrecciò col suo; avidamente, via via seguivo con l’occhio il dito sottile, ed ella bene se ne accorgeva. Alfine tracciò rapida il segno del cinque romano e davanti un’asticciola. Non appena io l’ebbi visto, subito intrecciò cerchi su cerchi, per cancellare lettere e cifre; ma restò impressa nel mio occhio l’immagine deliziosa del quattro. Quattro! le ore quattro di notte, ciò che corrispondeva, secondo l’uso romano d’allora, alle dieci di sera. Era quella l’ora in cui gli amanti si sarebbero visti: e in tal modo con astuzia, avanti a tante persone ignare la fanciulla, che il poeta ha eternato nelle Elegie romane tra uno sguardo acceso e un sorriso sconvolgeva l’animo del poeta innamorato. Io ero rimasto a sedere senza parole; tra la malizia, il piacere e il desiderio mi morsi a sangue il labbro che bruciava. É appena il pomeriggio. Chi dà al cuore che anela la forza di trascorrere in un’opaca attesa tante ore? Prima ancora tanto tempo che annotti! E poi ancora quattro ore di attesa! O sommo sole, tu indugi e contempli la tua Roma…. Mirabile idillio pieno di grazia romantica, fiorito tra le pagane reminiscenze di Roma! Esso meritava bene che un re – Luigi I di Baviera – consacrasse l’umile osteria con la sua presenza e con una lapide marmorea che i moderni non si sono peritati di rimuovere e disperdere: ‘ln dieser osteria pflegte – Goethe sich zu begeben – Während seinem aufenthalt – in Rom in den Jahren – 1786-87-88′ (In questa osteria era solito venire Goethe nel suo soggiorno romano negli anni 1786-87-88). La figura di Faustina riempie di sé tutta la scena. Creatura di sangue e di passione palpita di forte e gioconda paganità. I critici – è ben vero – hanno sentenziato che l’amore di Goethe per Faustina è del tutto immaginario e che il grande poeta ha, nelle Elegie, perfino nei particolari, adombrato il suo amore per Cristiana Vulpius. Ma senza nemmeno sfiorare la complessa questione, basta ricordare le pazienti e fruttuose ricerche con cui uno studioso noto sotto lo pseudonimo di Carletta, sia riuscito a fornire le prove documentali della autenticità storica della Faustina goethiana. Rovistando gli atti parrocchiali di San Nicola in Carcere e sopratutto gli utilissimi Stati delle anime, è venuta fuori una Faustina, figlia di Giovanni e di Angela Carucci, nata il 24 marzo 1764, che abitava con la famiglia in una specie di grottino a sinistra dell’Arco dei Saponari, all’inizio dell’ascesa di Monte Caprino. Rimasta vedova, essa deve essere tornata a casa dei suoi, e quando s’incontrò col Goethe, frequentando con la madre l’osteria dei fratelli Camossi al vicolo della Campana, non poteva avere più di ventitre anni. Ora nelle Elegie un tale amore è intuito e rivissuto con ammirabile senso di ambiente. Ogni verso, ogni passo sta a significare un momento, un palpito, un’impressione, un quadretto, e il tutto è reso con rara potenza d’arte. Quel che vale anche più, è che troviamo rappresentato con somma efficacia e magistrale eleganza di linee, i sentimenti propri di una appassionata e fiera popolana di Roma. Essa sente il rossore di aver ceduto al ricco straniero, dietro il complice assenso della madre, e il poeta la conforta: ‘non ti pentire, o cara, d’essermiti subito arresa! Credi non penso di te con malizia…’”.

 Fu quello l’incontro che scatenò una passione travolgente tra la giovane romana innamorata e il quarantenne poeta. E, per la gioia di ambedue, a tale incontro ne seguirono moltissimi altri. Annota con malcelata soddisfazione Wolfango Goethe: “Faustina è la mia felicità: essa divide volentieri il letto con me e serba fede incorrotta al suo fedele amante”. Fatta una legittima precisazione sull’ora del primo incontro, del resto già anticipata da Ermanno Ponti, che da buon romano puntualizza che si trattava delle dieci di sera, la ricostruzione, lo ripetiamo, ci pare verosimile ed in ogni caso può essere considerata una curiosità “gustosa” e degna di corredare questo lavoro “divulgativo” che abbiamo tentato sull’esperienza di Goethe a Roma, immortalata dalle “Elegie Romane” di cui si riportano ampi stralci.

Dalle Elegie Romane (Erotica Romana).

Le elegie romane furono scritte tra la fine del 1788 e l’aprile del 1790, subito dopo il ritorno di Goethe dall’Italia, ne mancano due a causa del loro contenuto troppo spinto per la mentalità dell’epoca…

 

I
….
Ancora contemplo chiese e palazzi, rovine e colonne,
da uomo accorto, che un utile trae dal viaggio.
Ma presto tutto è finito, poi sarà un unico tempio,
tempio d’Amore, soltanto, che accolga l’adepto.
Un mondo, per certo, sei tu, Roma, ma senza l’amore
Il mondo non più il mondo, Roma non sarebbe più Roma.

II

Onorate chi vi pare e piace! Finalmente ora sono in salvo!
Belle dame e voi signori del mondo distinto,
chiedere dello zio e cugino, delle zie e parenti decrepite,
e al discorso scontato segua il tetro gioco.
Andate con dio anche voi, che in circoli piccoli e grandi
Spesso mi avete portato sull’orlo della disperazione.
…
Ora non mi troverete tanto presto nel mio rifugio,
che Amore, il principe, con tutela regale mi ha dato.
Qui mi ricopre con la sua ala; l’amata non teme,
con la sua coscienza romana, i Galli furiosi,
non è curiosa della novità, spia sollecita
i desideri dell’uomo a cui ha dato se stessa.
In lui prova piacere, il libero forte straniero,
che le parla di monti e di neve, di case di legno;
prende parte alle fiamme che gli suscita in cuore,
è lieta che non badi al denaro come i Romani.
Ora la sua mensa è più ricca, non è senza vestiti,
non senza carrozza che la porti all’Opera,
madre e figlia sono contente del loro ospite nordico,
e il barbaro domina un seno e un corpo romani.

III

Non pentirti, cara, di esserti data a me così presto!
Credimi, non ho di te un’idea così bassa e insolente.
Esiti vari hanno gli strali d’amor; incidono alcuni
E un veleno si insinua per anni nel cuore che soffre.
Ma con ali possenti, con taglio affilato di fresco gli altri
Penetrano dentro il midollo, incendiano rapidi il sangue.

Nei tempi eroici, quando amavano gli dèi e le dee,
seguiva il desiderio allo sguardo, il piacere al desiderio.
Credi sia rimasta a lungo indecisa la dea dell’Amore
Quando nella selva dell’Ida un giorno Anchise le piacque?

Se la luna avesse esitato a baciare il bel pastore,
oh, l’avrebbe svegliato subito, per invidia l’Aurora.
Eros, tra le voci della festa, rivolse lo sguardo a Leandro,
e ardendo l’amante fu con un balzo nell’onda notturna

Rea Silvia, regale vergine, scende per attingere
l’acqua del Tevere, e il dio l’afferra.
Così nacquero i figli di Marte! – Allatta i gemelli
una lupa, e Roma si chiama sovrana del mondo.

IV

Devoti siamo noi amanti, adoriamo in silenzio tutti i demoni
Ci auguriamo ogni dio, ogni dea a noi propizi.
Così siamo simili a voi, vincitori romani. ….
….
Ma non cruccia gli eterni se noi preferiamo
Spargere incenso pregiato a una delle divinità.
Si, siamo lieti di dirvelo, consacriamo la nostra preghiera,
il nostro quotidiano servizio a una più che ad altre.
Monelli, allegri e seri celebriamo feste segrete
E il silenzio si addice a tutti gli adepti.
Con imprese atroci vorremmo attirare le Erinni
Sulle nostre tracce, senza temere la dura sentenza
di Zeus che ci forza alla ruota in moto o alla rupe,
ma non sottrarre l’animo al servizio di gioia.
Questa dea si chiama Occasione (1), imparate a conoscerla!
…
Così la figlia inganna l’inesperto il timido:
deride chi è assopito, passa in volo accanto a chi è sveglio;
le piace darsi all’uomo rapido, attivo,
questi la trova docile, giocosa, tenera e amabile.
Anche a me apparve un tempo, ragazza bruna, i capelli
le cadevano scuri e folti sopra la fronte,
riccioli corti s’inanellavano intorno al collo grazioso,
i capelli sciolti si attorcevano dalla scriminatura.
Non potei disconoscerla, ghermii la fuggente, e subito
mi rese abbraccio e bacio con dolce amore.
Come ne fui felice! – ma silenzio, il tempo è passato,
e intricato io sono, trecce romane, da voi.

V
…
Ma le notti Amore mi vuole intento a opere diverse:
se divento dotto a metà, doppio è il piacere che provo.
E non mi erudisco mentre spio le forme dell’amabile
seno, guido la man giù per i fianchi? …
Se anche l’amata mi ruba qualche ora del giorno,
mi ripaga con il dono di ore notturne.
Nella tregua di baci si fanno saggi discorsi;
se il sonno la coglie, vicino a lei medito a lungo

VI

“Puoi, tu crudele, turbarmi con tali parole?
…
In questa Roma di Preti si stenta a crederlo, ma io lo giuro:
mai un prete ha avuto la gioia del mio amplesso.
Ero povera, ahimè, e giovane e nota ai seduttori;
Falconieri mi ha spesso guardata, stranito negli occhi,
e un mezzano di Albani, con la lusinga di missive influenti,
mi ha invitato ora a Ostia ora alle Quattro Fontane.
Ma chi non venne fu la ragazza. Tu vedi che ho sempre odiato
Di cuore le calze rosse e anche le calze violette.
Poiché “Voi ragazze siete sempre le ingannate alla fine”,
diceva mio padre, ma la madre prendeva la cosa più alla leggera.

E così anche io alla fine sono ingannata! Tu fingi soltanto
Di adirarti con me, perché pensi alla fuga.

Vai! Non siete degni di noi donne! Noi portiamo i bambini
Sotto il cuore, e così portiamo la fedeltà;
ma voi uomini, con la vostra forza e lussuria,
negli amplessi scuotete anche l’amore!”

VII

Oh come lieto mi sento qui a Roma! Se ricordo il tempo
Che un giorno grigiastro, lontano nel Nord, mi avvolgeva,
e torbido il cielo e greve si piegava sopra il mio capo,
senza forma e colore il mondo giaceva intorno all’esausto
…

VIII

Quando mi dici, amata, che da bambina non piacevi
Alla gente, e tua madre ti disdegnava,
fino a che ti facesti adulta in modo discreto, io lo credo:
volentieri ti immagino una fanciulla diversa.
Anche al fiore della vite mancano forma e colore,
ma l’acino maturo incanta esseri mortali e divini.

IX
Arde la fiamma d’autunno dal rustico focolare socievole,
crepita e splende alla svelta, con un brusio, dai rami secchi.
Si riduca carbone, affondi sotto la cenere,
verrà la cara ragazza. Poi ciocchi e rami divampano,
e la notte col suo tepore sarà per noi splendida festa.
Solerte di prima mattina lascerà il giaciglio d’amore
Per suscitare di nuovo, rapida, fiamme dalla cenere.
A lei, lusingatrice, più che ad altre, Amore il dono concesse
di svegliare la gioia che non era ancora cenere quieta.

X

Alessandro e Cesare, Enrico e Federico, i grandi,
sarebbero lieti di darmi metà della loro gloria,
se gli potessi cedere per una notte questo giaciglio,
….

XI
Per voi, Grazie, depone i pochi fogli un poeta
Sul puro altare, vi aggiunge boccioli di rosa,
e lo fa con fiducia. L’artista è lieto della sua
officina, se intorno a lui ha l’aspetto di un Pantheon
Giove piega la fronte divina, e Giunone la innalza,
Febo incede, scuote la testa ricciuta;
Minerva abbassa gli occhi severa, e Hermes, dio leggero,
volge lo sguardo di sbieco, beffardo e tenero ad un tempo.
Ma verso Bacco, lo snervato, il sognante, solleva Citerea
sguardi di voglia soave, umidi anche nel marmo.
Ripensa con gioia al suo amplesso e sembra chiedere:
non dovrebbe lo splendido figlio essere al nostro fianco?

XIX
…
Per questo Faustina è la mia fortuna; volentieri divide
il letto con me e si serba fedele a me fedele.
La gioventù irruenta ama la sfida dell’ostacolo;
io amo godere in pace un bene sicuro.
Quale felicità! Scambiamo baci fidati, respiro
e vita suggiamo e ci infondiamo senza timore.
Le lunghe notti sono per noi un piacere, ascoltiamo,
stretti l’uno all’altro, tempesta e scrosci di pioggia.
Così fino alle prime luci dell’alba…


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Bart