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Tre articoli

18 Giugno 2012

Così la Germania è diventata ricca con le crisi degli altri
di Renato Brunetta
(dal “Giornale”, 18 giugno 2012)

A In principio fu Maastricht. Con le sue luci e le sue ombre. Si fissarono 4 obiettivi per un ideale alto: la moneta unica. Per realizzarlo era previsto, per gli Stati, un limite massimo di deficit al 3%; un rapporto debito/Pil del 60%; convergenza dei tassi di interesse (tanto sul debito pubblico quanto sull’indebitamento privato) verso il limite massimo del 2% della media del tasso di interesse dei 3 Paesi più virtuosi; convergenza dei tassi di inflazione verso il limite massimo dell’1,5% della media dei 3 Paesi a inflazione più bassa.

Per rispettare questi parametri, gli Stati arrivano (pur se con qualche trucco) alla moneta unica stremati dal rigore e si crea subito un divario tra Stati «formica », come la Germania, che avvia un percorso di riforme che si riveleranno decisive per la sua crescita nel decennio successivo, e Stati «cicala », come Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna, che non sfruttano il periodo precedente all’entrata nell’euro, in particolar modo la fine degli anni ’90, per fare le riforme.

B Il decennio dell’euro è stato caratterizzato da una violenta crisi scatenata dalle Twin Towers e dalle numerose bolle speculative Usa, da internet a quella immobiliare, dalle materie prime ai debiti sovrani. Con un rapporto euro/dollaro che dall’1,07 medio annuo del 1999, scivola fino al minimo storico di 0,89 nel 2001 per poi salire fino a 1,24 nel 2004, rimanere mediamente stabile fino al 2006 e infine riprendere la corsa al rialzo fino a 1,39 nel 2011, con picco massimo (1,47) registrato nel 2008.

C I mercati accolgono bene il trattato di Maastricht e la moneta unica funziona anche senza strumenti forti di controllo. Maastricht si basava su due ipocrisie: il doppio egoismo opportunistico di Stati «cicala » e di Stati «formica ». La moneta unica ha portato vantaggi per entrambi, con modalità diverse. Gli Stati «cicala » non hanno goduto dei vantaggi legati alla rigidità del tasso di cambio, ma hanno tratto beneficio dalla riduzione dei tassi di interesse; mentre gli Stati «formica » e ad alta competitività hanno beneficiato di un tasso di cambio favorevole, che ha rilanciato il commercio e le esportazioni, nella totale assenza di politiche redistributive. È il caso della Germania. Impressionante l’evoluzione della bilancia dei pagamenti nel decennio in cui un’economia tedesca, certamente competitiva per propri meriti, lucra su un cambio strutturalmente «sottovalutato » e sul conseguente aumento esplosivo delle sue esportazioni nel resto dell’area euro, a scapito di tutti gli altri Paesi.

D Ma questo lo si sapeva già perché l’eurozona non può essere considerata un’area monetaria ottimale e conduce le economie nazionali a divergere se non si attivano uno o più di 3 strumenti a disposizione: mobilità del lavoro, politiche fiscali compensative e flessibilità dei cambi. Questi ultimi, per esempio, hanno consentito, fino all’introduzione dell’euro, di compensare gli squilibri di bilancia dei pagamenti degli Stati che quando raggiungevano avanzi o disavanzi eccessivi erano tenuti rispettivamente a rivalutare o svalutare la propria moneta.

E L’insieme di questi due vantaggi (tasso di interesse più basso del dovuto per Paesi che non lo meritano e tasso di cambio più vantaggioso, senza alcuna redistribuzione, per i Paesi in surplus) può essere definito come il dividendo avvelenato di Maastricht, che gli Stati «formica » hanno utilizzato per capitalizzare, anche oltre il dovuto e contro gli altri Paesi dell’euro, i risultati conseguiti con le riforme ma che, invece, non è stato utilizzato dagli Stati «cicala » per consolidare i conti e avviare riforme strutturali. Di questo, però, in sede europea, nessuno si è preoccupato più di tanto, essendo, momentaneamente, un gioco a somma positiva per tutti.

F Si è creata in tal modo una sorta di bolla dal dividendo egoistico di Maastricht, in cui tutti lucravano sulla moneta unica. Il bengodi è durato dall’introduzione dell’euro nel 1999 fino a ottobre 2009, quando la Grecia ha fatto scoppiare la bolla. La reattività dell’area euro alle crisi delle finanze pubbliche di singoli Stati nazionali è stata insufficiente e, come vedremo, si caratterizza come il vero punto debole dell’intero sistema euro: rispondere troppo poco e troppo tardi alle ondate speculative.

G Si palesa il dividendo di Maastricht malamente utilizzato e inizia il gioco al massacro con banche e agenzie di rating, nella vorticosa sequenza bassi tassi di interesse-speculazione-titoli tossici. Le banche, in particolare quelle tedesche e francesi, giocano con i Paesi «cicala », come con la Grecia, senza preoccuparsi troppo della solidità delle finanze dello Stato. E ce n’è per tutti.

H A questo l’Europa ha risposto in maniera insufficiente e miope. Nessuna reazione intelligente alla crisi ma ricette sbagliate: punizioni oltre misura per gli Stati «cicala », che generano guadagni, anch’essi oltre misura, per gli Stati «formica », in particolare per la Germania. Come?

I Sulla scia della combinazione di speculazione internazionale e reazione inadeguata dell’Europa, i tassi di interesse che gli Stati «cicala » si trovano a dover pagare sui titoli del debito pubblico aumentano vorticosamente, più di quanto non sia giustificato dallo stato dei conti. E a guadagnare sono gli Stati «formica », prima fra tutti la Germania. Infatti, il Bund tedesco diventa titolo «rifugio » e il rendimento diminuisce. Con lo scoppio della crisi sono le «cicale » a pagare il servizio del debito alle «formiche ». Come sempre, prima fra tutti la Germania.

J Per l’economia tedesca, quindi, doppio guadagno: all’aumento delle esportazioni, ripetiamo, a scapito degli altri Paesi europei, di cui avevano beneficiato al momento del passaggio alla moneta unica, grazie al tasso di cambio strutturalmente favorevole e sottovalutato nel tempo, si aggiunge la riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico conseguente alla crisi.

K Da qui deriva anche la tentazione egemonica della Germania, assecondata dalla debolezza della Commissione europea, burocratica, impotente, piatta. Piuttosto che chiedere alla Germania di aumentare i consumi, gli investimenti, i salari, le importazioni e, di conseguenza, la crescita per gli altri Paesi, ha ceduto di fatto la propria sovranità allo Stato tedesco, allineandosi passivamente alle ricette sangue sudore e lacrime da questo imposte a tutta l’Unione.

L La dabbenaggine masochistica dei parametri previsti da Basilea 3 e dall’Eba porta gli istituti di credito a dover svalutare i propri asset e, di conseguenza, a ridurre proporzionalmente la liquidità ai clienti. L’esplosione è assicurata e porta alla tempesta perfetta e al collasso dell’intero sistema euro. Con le conseguenti tensioni democratiche, cambi di governo e inevitabili derive populistiche.

M In questa tragicommedia dell’euro non ci sono né angeli né demoni.
Semplicemente Stati, con le loro storie, i loro equilibri geopolitici, i loro equilibri sociali, i loro comportamenti opportunistici. Allora mai più guerre, mai più egoismi nazionalistici, mai più egemonismi.

N A ben vedere, a guadagnare da tanti errori, da tanta miopia e da tanta inadeguatezza delle regole, in tutti questi anni, è stata soprattutto la Germania, a livelli insopportabili. Ne prenda atto, Angela Merkel, quando dirà i suoi no e, sperabilmente, i suoi sì.

O Professor Monti, porti all’attenzione dell’Europa il dossier dei guadagni dell’economia tedesca degli ultimi dieci anni sull’export e quelli dell’ultimo anno grazie ai titoli di Stato tedeschi. Chieda conto dello stato comatoso delle sue Casse di Risparmio e il ruolo della finanza pubblica nei loro confronti; chieda conto dei trucchi della Cassa Depositi e Prestiti per aggirare le statistiche sul debito pubblico tedesco; chieda perché all’inizio della crisi Deutsche Bank ha venduto titoli del debito sovrano greco e italiano, buttando benzina sul fuoco; chieda conto dei comportamenti delle banche tedesche nei confronti della Grecia e dei titoli tossici che hanno in portafoglio; chieda perché nel fiscal compact l’indicatore degli squilibri connessi alle esportazioni sia stato fissato al 6% quando la Germania arriva giusto al 5,9%. Senza alcun timore reverenziale, senza subalternità. La posta in gioco non lo consente. E smettiamola una volta per tutte col dire che la Germania paga per tutti.

P Contemporaneamente all’operazione verità occorre rilanciare lo spirito europeista che fu alla base della costruzione comunitaria dopo la Seconda guerra mondiale. Con la necessità di correggere gli errori già conosciuti fin dai tempi di Maastricht.

Q Occorre introdurre in Europa quei meccanismi redistributivi che Maastricht non aveva considerato. Prima regola: nessuno può guadagnare troppo, così come nessuno può pagare troppo per le tensioni conseguenti alla moneta unica. Seconda regola: solidarietà per gli Stati che vengono attaccati dalla speculazione. Terza regola: basta con le cicale irresponsabili, ma basta anche con le insopportabili moraliste formiche. D’altra parte, le regole di Maastricht non erano sufficienti, ma non lo sono neanche quelle del recente fiscal compact, pur volute dalla occhiuta Germania (a suo uso e consumo egoistico).

R Per uscire dallo stallo l’Europa (se vuole!) ha tutti gli strumenti. Si parta subito con l’annuncio di una road map di riforme da realizzare simultaneamente: 1) unione bancaria, vale a dire un sistema bancario unico europeo con un fondo comune di garanzia sui depositi; un sistema centralizzato di sorveglianza sugli istituti di credito; una regolamentazione uniforme dei fallimenti bancari; l’istituzione di un’agenzia europea di rating del credito; 2) unione economica, attraverso l’attivazione immediata di Euro Bond, Project Bond e Stability Bond e l’istituzione di un fondo speciale comunitario che assume i debiti dei Paesi che eccedono il limite del 60% del Pil; 3) unione fiscale, vale a dire previsione di un’autorità centrale di controllo delle politiche di bilancio dei singoli Stati e armonizzazione delle politiche economiche, ma anche di sicurezza, mercato del lavoro, welfare e politica estera; 4) unione politica e relativo rafforzamento del quadro istituzionale attuale, con eventuale elezione diretta del presidente della Commissione europea.

S Il tutto nell’ambito di un processo riformatore volto ad attribuire alla Banca centrale europea, attraverso opportune modifiche dei Trattati, un nuovo mandato che preveda il ruolo di prestatore di ultima istanza, al pari delle altre banche centrali (inglese, svizzera, giapponese) e in particolare della Federal Reserve americana.

T E se il Consiglio europeo del 28-29 giugno si risolverà, per responsabilità della Germania e secondo i peggiori istinti che hanno caratterizzato la storia del ‘900 nel continente europeo, nell’ennesimo nulla di fatto, saranno la Germania e la sua classe dirigente a mettersi fuori dall’euro e fuori dalla storia. Che questo accada non è nell’interesse di nessuno: né degli Stati Uniti, che, come abbiamo visto, sono all’origine delle ondate di crisi e non possono fare solo da spettatore preoccupato, né dei Paesi «formica », in primis la Germania, che da un collasso dell’euro avrebbero tutto da rimetterci, né tanto meno dai Paesi «cicala », che ancora molto devono fare per la loro disciplina finanziaria e per la loro modernizzazione. Si salvi, dunque, con generosità la Grecia nell’euro e si usi la stessa generosità e la stessa lungimiranza per salvare l’Unione europea.


L’Euro è salvo. La Grecia no
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 18 giugno 2012)

L’Euro è mezzo salvo, la Grecia non si sa. I partiti pro Euro hanno vinto le elezioni e per il Vecchio Continente questo è un problema in meno, ma su una reazione positiva dei mercati non scommetto. Provo a spiegare perché. Tutti i problemi della Grecia restano in piedi. Un Paese con un Pil minuscolo e in caduta libera (poco più di 210 miliardi di euro), capitali scappati e in fuga, in piena depressione economica e con un piano di risanamento irrealizzabile, si prepara a varare un governo che alla sua sinistra e alla sua destra si ritroverà due ossi durissimi: Syriza e Alba Dorata. I primi sono la nuova sinistra greca, radicale, euroscettica, anti-tedesca; i secondi sono una versione reloaded dei neonazi, un movimento anti-tutto. Sono i partiti che crescono davvero: Syriza mette a segno un grande risultato, passando in pochi anni da una manciata di voti al 27 per cento dei consensi, Alba Dorata entra in Parlamento. Risultato politico della «cura » europea: un «fasciocomunismo » da esportazione in chiave «no Euro ». Complimenti agli statisti di Bruxelles. Il voto greco è stato dominato dalla paura su due fronti. Quello dello spettro del caos, della punizione finanziaria, che ha guidato la scelta verso i partiti moderati; il secondo è quello del timore di morire di stenti, dell’esser inceneriti dal drago fiscale. In mezzo, un vuoto gigantesco: quello dell’Europa che non ha saputo far altro che riproporre ad Atene una cura che sta uccidendo il malato. La Grecia si salva solo cambiando gli accordi. Se Berlino pensa di andare avanti così, il risultato è quello anticipato ieri dal premio Nobel per l’economia Paul Krugman: Nuova democrazia e Pasok governeranno per qualche mese, poi saranno stritolati dalla depressione economica e dalla rivolta sociale provocata dall’austerità contabile imposta da Bruxelles. A quel punto, nel giro di sei mesi, massimo un anno, la Grecia tornerà alle urne e i partiti «fasciocomunisti » prenderanno definitivamente il potere. A questo punto, la partita si sposta nel vero epicentro della crisi europea, a Berlino. Il nuovo governo di Atene avrà qualche possibilità di farcela solo se la cancelliera Angela Merkel la smette di fare calcoli elettorali e apre un nuovo negoziato con la Grecia. Il memorandum va riscritto. Senza questo passaggio, anche le elezioni di ieri saranno solo il rinvio di una morte annunciata, il prolungamento di un’agonia. Non possiamo permetterci più altri mesi di speculazione folle, non è in gioco il destino della Grecia, ma quello dell’Europa.


Trattativa Stato-mafia, Di Pietro: verità sul Quirinale. Il Pd: Idv irresponsabile
di redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 18 giugno 2012)

“La verità deve essere cercata senza guardare in faccia né presidenti, né ex presidenti”. Lo scrive sul suo blog il leader dell’Idv Antonio di Pietro in merito a quanto pubblicato dal Fatto quotidiano sulle indagini che riguardano la presunta trattativa tra Stato e mafia. Dal momento che “i cittadini devono sapere, devono capire se settori dello Stato hanno operato e collaborato con la mafia”, Di Pietro annuncia che questa settimana l’Idv interrogherà il ministro della Giustizia nel corso del Question Time sulle “pressioni” del Quirinale sui magistrati. Ma le domande di Di Pietro non piacciono al Pd e al vice segretario Enrico Letta che definisce il suo post un “attacco volgare e insultante” contro Giorgio Napolitano.

La polemica si è scatenata su quanto rivelato nei giorni scorsi dal Fatto: l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, oggi sotto inchiesta, lo scorso dicembre telefonò a Loris D’Ambrosio, uno dei più stimati consiglieri del presidente della Repubblica, dicendo di sentirsi un ‘uomo solo’. In seguito il Quirinale chiese informazioni sulle inchieste, segnalando l’opportunità di raggiungere una visione giuridicamente univoca tra le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta che indagano sulle stragi del 1992-1993 e sul patto tra pezzi delle istituzioni e cosa nostra. Ricostruzioni che ieri il Colle ha definito “risibili” e “irresponsabili illazioni”, salvo poi pubblicare una lettera della Presidenza della Repubblica al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito per chiedere chiarimenti riguardo proprio alle indagini che riguardano Mancino.

A Di Pietro la replica del Colle non basta: “Qui di irresponsabile – scrive – c’è solo la convinzione che per qualcuno la legge sia più uguale che per gli altri e che la verità venga dopo la necessità di difendere i potenti di oggi e di ieri. Come se i fatti documentati possano essere liquidati con termini offensivi e senza alcuna risposta”. Continua il leader dell’Idv: ”Purtroppo, quelle parole, pesanti come macigni, sono state snocciolate dallo staff del Capo dello Stato accompagnate da un dato di fatto importante: una triste conferma che ci preoccupa molto. In un altro Paese, di fronte alla notizia della telefonata dell’ex presidente del Senato, Nicola Mancino, al Capo dello Stato per chiedere di fare pressioni sui pm di Palermo, ci sarebbe stata un’alzata di scudi della politica e del mondo del giornalismo, ma in Italia i riflettori rimangono spenti”.

Di Pietro considera una “confessione” la lettera “di pressioni” scritta da Napolitano al Procuratore generale della Cassazione. E prosegue: “Mi chiedo, e chiedo a voi: è nel ruolo di un presidente della Repubblica italiana scrivere al Pg della Cassazione per chiedere di intervenire prontamente sulla questione? E poi: può il segretario generale della Presidenza della Repubblica informare il Pg evidenziando che le preoccupazioni di Mancino, ex Presidente del Senato, sono ‘condivise da Napolitano’? Sono quesiti che in un Paese civile e democratico non dovrebbero neppure porsi, visto che la ricerca della verità dovrebbe essere l’unica guida”.

Durante il Question Time l’Idv chiederà chiarimenti al ministro della Giustizia, Paola Severino: “Vogliamo sapere – spiega Di Pietro – se il guardasigilli intenda disporre degli accertamenti al fine di verificare se le pressioni del Quirinale sul Pg abbiano avuto un seguito. E perché il procuratore Capo di Palermo si è rifiutato di sottoscrivere l’indagine? Vogliamo capire se questi comportamenti sono la conseguenza di quelle pressioni. La verità deve essere cercata senza guardare in faccia nè presidenti, nè ex presidenti, e senza interventi di sorta”.

Le parole di Di Pietro scatenano la reazione del Pd, che si erge a scudo del presidente della Repubblica: “Con l’attacco volgare e insultante di oggi Di Pietro ha fatto fare il salto di qualità finale alla sua campagna denigratoria nei confronti del Presidente della Repubblica Napolitano e del suo operato, sempre improntato al servizio delle istituzioni”, accusa Letta. Per lui le parole del leader dell’Idv “hanno il solo scopo di terremotare ulteriormente il già precario equilibrio istituzionale del Paese e di rincorrere Grillo”. E ottengono un risultato concreto: quello di “tagliare definitivamente l’ultimo ormeggio che lo teneva legato al Pd”.

A fianco di Letta si schiera subito il compagno di partito Andrea Orlando: “Attribuire al capo dello Stato comportamenti estranei al suo ruolo istituzionale o addirittura finalizzati a impedire in qualche modo l’accertamento della verità, senza disporre di elementi di fatto, ci pare da parte di Di Pietro un modo irresponsabile di alimentare il dibattito politico”. Accuse a Di Pietro arrivano anche dal deputato democratico Francesco Boccia: a questo punto – dice – l’alleanza tra Pd e Idv è compromessa, visto che Di Pietro “ha dato prova di non conoscere nemmeno l’abc delle regole del confronto democratico”.


Letto 1152 volte.


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Bart