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LETTERATURA: Johann Wolfgang Goethe (2)

30 Dicembre 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Wetzlar: I dolori del giovane Werther

Nel maggio 1772, sempre su consiglio del padre, che almeno in questi primi anni sarà il suo più “ascoltato” consigliere, Johann Wolfgang, per mettere a frutto gli studi di Strasburgo e il diploma giuridico lì conseguito, si trasferisce nella cittadina di Wetzlar, sede della Corte imperiale di giustizia, un tribunale presso il quale si iscrive il ventitre dello stesso mese come praticante. Naturalmente non si occuperà di faccende legali, preferendo frequentare la taverna del “Principe ereditario”, dove conosce, fra gli altri, anche Karl Wilhelm Jerusalem, figlio di un noto teologo; un giovane intellettuale inquieto, con studi all’università di Lipsia, perdutamente innamorato di una donna sposata e che sarà presto vittima della sua infelice passione. Altra conoscenza di questa sua parentesi come praticante presso la Corteimperiale di giustizia il collega avvocato Johann Christian Kestner, fidanzato con Charlotte (Lotte) Buff, al cui fascino e alla cui grazia lo stesso Goethe non rimarrà indifferente. Questi personaggi gli offriranno presto l’occasione per scrivere quella che sarà considerata l’opera più riuscita del suo soggiorno a Wetzlar: “I dolori del giovane Werther”. Un romanzo epistolare che si articola sulle vicende del “triangolo” – Charlotte Buff, Christian Kestner e lo stesso Goethe – presto coinvolti in uno di quei rapporti d’amore e di amicizia, esaltati dalla gioventù tedesca del Settecento. La “Lotte”, pur non disdegnando il suo discreto ma costante corteggiamento, nello spirito di lealtà tipico del periodo, gli aveva chiaramente detto fin dall’inizio di essere promessa al Kestner. Tuttavia questa precisazione non avrebbe comportato da parte di Goethe nessuna rinuncia, intimamente convinto com’era di far prima o poi breccia nel cuore della fanciulla; neppure il suo aperto rifiuto lo convincerà a desistere da quel suo corteggiamento senza speranza. La Lotte, legata com’era ormai da anni a Christian Kestner da un fidanzamento suggellato davanti al letto in cui la madre stava per consumare i suoi ultimi istanti di vita, si dichiarava disponibile solo per un’affettuosa amicizia. Il poeta-avvocato, nel prendere atto di questa ulteriore, cortese puntualizzazione, lasciava l’11 settembre 1772 Wetzlar, per ritirarsi nella casa paterna di Francoforte, rifugio ideale per “leccarsi” le ferite d’amore. In occasione della sua “fuga” da Wetzlar, Goethe aveva conosciuto la figlia del Consigliere La Roche, la bella diciassettenne Maximiliane (Masse), che gli sarebbe rimasta nel cuore e che incontra subito dopo – a metà gennaio – a Francoforte dove la giovane, da lui definita “quell’angelo dagli occhi neri”, era diventata la seconda moglie del maturo commerciante vedovo Peter Anton Brentano, chiamata soprattutto ad accudire i cinque figli avuti dalla prima moglie. Goethe diventa amico della casa e, nel timore che si potessero ripetere gli eventi di Wetzlar, si vede “costretto” a diradare le visite e lasciare raffreddare quella “pericolosa” amicizia. Proprio in quel periodo riceve da Kestner, l’amico avvocato di Wetzlar, l’agghiacciante notizia che il comune amico Jerusalem si era suicidato il 30 ottobre, reagendo così in modo tragico alla sua disperata infatuazione sentimentale. Il giovane aveva preferito suicidarsi all’alternativa di vivere senza la donna amata. Quell’atto disperato e tragico, in un ambiente piccolo come quello di Wetzlar, oltre a polarizzare l’attenzione degli abitanti, avrebbe turbato molte coscienze. Il poeta, prendendo lo spunto proprio da quel suicidio, crea così i presupposti per il suo romanzo, in cui confluiscono tutte le esperienze fatte fino ad allora dall’“avvocato” mancato, da colui che si era volutamente definito il “viandante”. Goethe sarà capace di rivisitare quella tragedia di Wetzlar, sublimandola in una vicenda d’amore dall’esito drammatico e destinata a diventare un capolavoro della letteratura tedesca. Il romanzo, viene pubblicato immediatamente dopo la sua stesura, nel 1774 (si dice a spese dello stesso autore), e, almeno per questo, rimarrà un’eccezione nella prolifica produzione letteraria del poeta, abituato a far “maturare” per anni le sue creazioni. A parlare è solo il protagonista, le cui lettere possono essere attentamente analizzate, prestandosi ad un esame capace di svelarne i sentimenti più reconditi. Un romanzo che darà addirittura vita ad un nuovo genere letterario e sul cui esempio presto verranno composti l’“Iperione” di Hölderlin e le “Lettere di Jacopo Ortis” del Foscolo. Werther finisce col diventare la trasposizione letteraria delle esperienze del giovane Goethe, che aveva conosciuto e frequentato i due giovani fidanzati, Charlotte e Albert.

Quello che poteva essere definito un romanzo autobiografico era in effetti il frutto di una riflessione sulle sue esperienze di Lipsia e di Strasburgo e dei pochi mesi trascorsi a Wetzlar. L’immaturità di Goethe si rifletterà pari pari in quella del suo eroe, incapace di dominare la sua prorompente passione e alla fine vittima della stessa. Quella passione irrefrenabile viene inquadrata in un ambiente che rispondeva perfettamente ai canoni del preromanticismo e per certi versi aveva accompagnato gli stati d’animo dei giovani coinvolti in quella delicata storia d’amore. Indimenticabili e sublimi le pagine che descrivono il paesaggio e fanno da sfondo al sorgere del sentimento di Werther per la delicata e sensibile Lotte: “Del resto io qui mi trovo benissimo; la solitudine è un balsamo prezioso per il mio spirito in questo luogo di paradiso, e questa stagione di giovinezza riscalda potentemente il mio cuore che spesso rabbrividisce. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori e io vorrei essere un maggiolino per librarmi in questo mare di profumi e potervi trovare tutto il mio nutrimento (4 maggio 1771)”. Sarà la primavera, con le sue gemme delicate e le variopinte sfumature dei suoi fiori, la stagione capace di assistere, compiaciuta, allo sbocciare di un sentimento tanto sublime quanto disperato. La scena del primo incontro con la Lotte, impegnata a distribuire la merenda ai suoi dieci fratellini per i quali aveva assunto il ruolo della mamma precocemente scomparsa e che attendevano pazientemente il loro turno per ricevere dalle sue mani le fette di pane amorevolmente tagliate, è di una delicatezza unica, capace di commuovere il giovane casualmente presente a quella scena piena di grazia: “si presentò ai miei occhi il più grazioso spettacolo che mai avessi visto…” (16 giugno). Il Viandante Goethe-Werther avrebbe trovato proprio in quei luoghi, che corrispondevano alla tranquilla Waldheim, la “tentazione” concreta per cambiare vita, di costruire anche lui quella “capanna” così cara ai pietisti: “ Così il più irrequieto vagabondo desidera infine la sua patria e trova nella sua capanna, nel seno della sua sposa, nella schiera dei suoi bambini, nel lavoro compiuto, la gioia che invano ha cercato nel lontano mondo” (21 giugno). Nonostante la trama finisca poi col diventare chiaramente contraddittoria con i canoni del tempo sull’amicizia e sui rapporti puri e consolidati del “triangolo” affettivo troppo spesso ricorrente tra i due amici e la fidanzata di uno di questi, il rapporto tra Lotte e Werther, contraddistinto da una spontanea simpatia e nutrito da un sentimento amorevole, darà modo a quest’ultimo di covare speranze a cui si aggrappa in modo disperato. Il 13 luglio annota nel suo diario: “No, non mi inganno: leggo nei suoi occhi neri un vero interesse per me, per la mia sorte. Io sento, e posso lasciar parlare il mio cuore, sento che lei… devo in queste parole esprimere la mia celeste felicità? Sento che lei mi ama! Mi ama! E come sono divenuto caro a me stesso! A te posso dirlo perché hai l’animo capace di comprendermi. Come mi sento elevato ai miei propri occhi da quando lei mi ama! È forse presunzione? O è coscienza dei veri sentimenti che ci uniscono?…”. Werther sprofonda in queste sue riflessioni, esaltandosi al limite del vaneggiamento, fino a auto convincersi che il suo sentimento venga corrisposto e che trovi anche nelle piccole cose il suo “puro”, innocente alimento – “Quale brivido mi corre nelle vene quando per caso le mie dita toccano le sue, quando i nostri piedi s’incontrano sotto la tavola!. .. Se, parlando, lei posa la sua mano sulla mia, se nel calore della conversazione si avvicina a me in modo che il suo alito divino sfiori le mie labbra, io credo di morire, come percosso da un fulmine…” (16 luglio) -. Intanto si precisano meglio i caratteri e le nature così diverse dei due giovani “spasimanti” per la bella Lotte. Alberto è concreto, riflessivo, saggio e basta una frase di Werther per darcene un quadro esauriente: “Ho visto pochi che lo uguaglino per l’ordine e l’attività negli affari” (10 agosto). Werther al contrario è un passionale, uno che non riflette, abituato com’è ad agire d’istinto e spesso preda di pulsioni difficilmente controllabili.

In una storia così intensa e pur tuttavia senza futuro, il precipitare degli eventi era soltanto una questione di tempo. Neppure l’avvenuto matrimonio tra Lotte e Alberto riesce a spezzare quella irresistibile passione che albergava nel cuore del Werther, a cui bastava poco per toccare il cielo con un dito: “Mi basta vedere i suoi occhi neri per essere felice!” (13 ottobre). Comincia così un vero calvario per il povero Werther che si macera inseguendo pensieri audaci ed essendo al contempo turbato da prospettive agghiaccianti: “Dio sa quante volte io vado a letto, anzi con la speranza di non risvegliarmi più; e la mattina apro gli occhi, rivedo il sole… e sono infelice” (3 novembre). Nel frattempo anche il “tranquillo” Alberto, nonostante abbia coronato il suo sogno d’amore sposando Charlotte, comincia a preoccuparsi e non riesce a nascondere la sua inquietudine per quel rapporto “affettuoso” tra la moglie e Werther, in cui scorgeva segnali pericolosi. La tematica della capanna, così cara ai “pietisti”, era sottoposta a pesanti condizionamenti, visto che Werther ne attentava l’integrità, costituendo una tentazione continua per la Lotte. Quel rapporto “camuffato” sarebbe diventato un elemento di turbativa capace di appannare quell’atmosfera di gaia convivenza e di pura religiosità che aveva contraddistinto la “capanna” di Lotte e Alberto. I tre protagonisti del romanzo, nello spirito dell’etica settecentesca, si sarebbero dovuti ispirare alla massima lealtà reciproca; ma solo la Lotte rimane fedele a questo principio, mentre nell’animo dei suoi due compagni si fanno strada dubbi e diffidenze che ne pregiudicheranno i comportamenti. In effetti ancora il 14 dicembre abbiamo una toccante testimonianza del ruolo che la Lotte assumeva per Werther anche in sogno: “…Stanotte, tremo nel dirlo, io la tenevo tra le braccia, la stringevo al petto, coprivo di innumerevoli baci la sua bocca che mormorava amore; il mio sguardo nuotava nell’ebbrezza del sole! Mio Dio! Sono colpevole se provo ancora adesso un sentimento di beatitudine rievocando interiormente questa ardente voluttà?Lotte, Lotte! è finita per me: i miei sensi si smarriscono, da otto giorni non ho più la forza di pensare, e i miei occhi sono pieni di lacrime. Sto male dappertutto. Non desidero nulla. Sarebbe meglio per me se me ne andassi”. In questo quadro, reso più freddo dal duro inverno che spegne i colori e spinge la vegetazione tutta a predisporsi ad una pausa di rigenerazione, si prepara la scena finale. Sarà la Lotte stessa, su precisa sollecitazione del marito, ad assumersi l’arduo compito di dissuadere una volta per tutte Werther dal continuare in quel corteggiamento discreto, costante, ma senza speranza. Ancora la domenica prima del Natale la “signora” aveva fatto un ulteriore tentativo per trovare un compromesso risolutorio, i cui contorni restavano molto problematici. Ella si sforza di far riflettere l’impulsivo Werther e ricorre al freddo ragionamento nella speranza di ridimensionare la “minaccia” espressa dal suo giovane spasimante, che si era espresso per una decisione radicale, fermamente deciso com’era a non rivederla più: “Ma perché, replicava lei, Werther, voi potete, voi dovete rivedermi, soltanto moderatevi. Ah perché siete nato con questa violenza, con questa passione irresistibile, ostinata che vi prende per tutto ciò a cui vi avvicinate?… Per un momento, ascoltatemi con mente calma, Werther, non sentite che vi sbagliate e che andate volontariamente verso l’abisso? Perché, Werther, amare proprio me che appartengo ad un altro?…” Ma il Werther che ascoltava ammutolito le preghiere della “sua” Lotte, amorevolmente impegnata a convincerlo a desistere dalla sua impossibile “pretesa”, aveva già deciso l’irreparabile, come testimonia una lettera scritta il giorno seguente e ritrovata dopo il suo suicidio. Siamo alla vigilia di Natale, la festa della famiglia, la ricorrenza da sempre più sentita nella società tedesca. La Lotte è visibilmente turbata anche perché non trovava vie d’uscite alla sua situazione; i suoi dilemmi confermano quanto fosse ancora legata al suo amico del cuore: “ aveva passato in rivista tutte le sue amiche, a ognuna trovava qualche difetto, e a nessuna avrebbe volentieri dato Werther… il suo segreto desiderio era di tenerselo per sé, mentre invece non poteva e non doveva tenerselo…”. Nel frattempo l’arrivo del Werther, i cui passi sono anche da lontano perfettamente riconoscibili, procura in lei – e sarà la prima volta ad avvertirlo in modo così distinto – una forte accelerazione dei battiti del cuore. I due giovani si ritrovano così soli, anche perché le amiche invitate dalla stessa Lotte erano state impossibilitate a venire. Trascorsi alcuni attimi di reciproco imbarazzo il giovane viene pregato di realizzare quello che era da sempre un recondito desiderio della Lotte: ascoltare la lettura delle sue traduzioni di alcune poesie di Ossian. In un crescendo di emozioni, favorite anche dalla trama del testo, che si dimostra più che mai “galeotto”, i due si ritrovano vicinissimi e succede l’irreparabile: “Egli la circondò con le sue braccia, la strinse al seno e coprì di caldi baci le sue pallide, tremanti labbra. Werther! Esclamò lei svincolandosi, con voce soffocata, Werther! – E debolmente con una mano lo allontanò dal suo seno… Egli non resistette, se la lasciò sfuggire dalle braccia e cadde davanti a lei, smarrito. Lei si alzò violentemente e in un doloroso turbamento, tremando d’amore e di collera, disse: – È l’ultima volta, Werther! Non mi vedrete mai più”…-. Si erano così creati i presupposti per far nascere nel giovane un senso di colpa cancellabile solo da una decisione estrema, che di lì a poco sarà eseguita con una delle pistole di Alberto, consegnate su sua richiesta dall’ignara, ma tremendamente incauta Lotte. Le vittime di quella passione infelice saranno alla fine proprio loro; con la non trascurabile differenza che la sorte peggiore toccherà proprio alla Lotte, costretta a continuare a vivere oppressa dal rimorso e inseguita dal ricordo di un amore impossibile e tragico. Questa per sommi capi la trama del romanzo, composto dopo una lunga e dolorosa maturazione. La storia infelice di Lotte e Werther ebbe subito un successo strepitoso e finì col conquistare lettori in tutta l’Europa e nel mondo intero. La sua influenza su molti giovani passionali e immaturi arrivò al punto da spingere molti di essi ad emulare la tragica fine del protagonista. Il libro avrà un successo immediato e Goethe, durante il suo famoso viaggio sul Reno avvenuto fra luglio e Agosto 1774, accompagnato da alcuni colleghi e da ferventi ammiratori, tutti rigorosamente vestiti alla “Werther”, ebbe modo di vivere con vero compiacimento quell’atmosfera di “festeggiamenti” a lui riservati.

Quarant’anni più tardi, in “Poesia e verità”, romanzo a cui consegna i ricordi di tutta vita, Goethe scriverà che “l’effetto di questo libro fu grande, anzi enorme, soprattutto perché comparve nel tempo giusto. Perché, come basta una pagliuzza per far scoppiare una mina potente, anche l’esplosione che si produsse nel pubblico risultò così potente perché il mondo dei giovani era già minato e la commozione fu tanto grande perché ciascuno arrivava allo scoppio con le sue esigenze esagerate, le sue passioni inappagate e i suoi dolori immaginari”.    

 

 


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Bart