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LETTERATURA: Johann Wolfgang Goethe (5)

15 Febbraio 2012

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Alla corte dei Duchi di Weimar: il Faust

Forte dell’aureola che da tempo aveva accompagnato le sue creazioni poetiche e su precisa volontà della duchessa di Weimar, Anna Amalia, viene contattato da un autorevole “diplomatico” di quel piccolo Stato con un’offerta allettante: la possibilità di diventare precettore del diciottenne Carl August, duca di Sassonia-Weimar-Eisenach e già designato a succedere al trono di quel piccolo Ducato. Si trattava di un’occasione unica e concreta, in un momento in cui la carriera di “Hofmeister” (precettore) era molto appetibile soprattutto per giovani “intellettuali” alla ricerca di un impiego che garantisse loro un’indipendenza economica e al contempo la possibilità di sviluppare i loro talenti. Detta proposta trovava tra l’altro d’accordo anche Herr Goethe padre, molto attento a esercitare il ruolo di ascoltato consigliere del figlio. Nel caso specifico diventare precettore in quella piccola casa regnante, con l’incarico preciso di occuparsi dell’educazione in senso lato del futuro erede, era un’offerta cui pochi sarebbero rimasti indifferenti. Così Goethe, dopo aver concordato condizioni particolarmente favorevoli per un giovane di ventisei anni, anche in considerazione delle disponibilità finanziarie di certo non esaltanti di quel “Ducato”, praticamente composto solo da due piccole città, Weimar ed Eisenach, il 7 novembre 1775 si presenta a Corte per assumere l’incarico d’insegnante privato del futuro erede, quel Karl August di otto anni più giovane di lui. Come abbiamo visto era stata soprattutto la madre di Carlo Augusto, duchessa Anna Amalia, a volere per quel delicato incarico di precettore del figlio il ventiseienne e già famoso Johann Wolfgang Goethe, sulla cui testa – grazie alla pubblicazione dei “Dolori del giovane Werther” – aleggiava l’aureola dello scrittore più amato della Germania d’allora. La nobildonna, rimasta vedova a soli diciotto anni e mai più risposatasi, vedeva in lui non solo un apprezzato “maestro”, ma anche un compagno ideale per il suo rampollo. Sebbene Carlo Augusto mostrasse fin da piccolo i “cromosomi” del classico Principe autoritario, o forse proprio per questo (uno degli ideali dello “Sturm und Drang” era il Principe Illuminato), i due giovani, essendo tra l’altro quasi “coetanei”, divennero buoni amici. A Weimar Goethe avrebbe trascorso il resto della sua vita, trasformando la cittadina in un importante centro culturale, da cui s’irradiava “cultura” tedesca e dando una caratteristica precisa a quell’epoca, concordemente definita come “L’età classica di Weimar”. I primi dieci anni trascorsi a Weimar, dove si era recato con le bozze del Faust, poi noto come l’Urfaust, sono tuttavia caratterizzati da una comprensibile povertà produttiva; troppe e troppo impegnative per un uomo di lettere le svariate attività con cui la Duchessa Anna Amalia lo aveva fin da subito impegnato e continuava a gravarlo. L’indubbio “favore” di cui per anni ha goduto Goethe in quella corte lascia sospettare che l’ancora relativamente giovane duchessa, era nata nel 1739 quindi aveva solo dieci anni più del poeta, potesse nutrire per quel giovane intraprendente, ammirato da tanti, assurto alla notorietà letteraria e già “consacrato” dalla pubblicazione del “Werther”, sentimenti “affettuosi”. Di certo non può risultare né strano, né incomprensibile che Anna Amalia, personaggio sensibile e colto, con interessi molteplici e con una vera predilezione per la musica e per la letteratura – da anni il poeta e uomo di lettere Wieland, traduttore di Shakespeare, faceva parte della cerchia di letterati che erano di casa presso la sua corte – potesse avere un debole per il giovane Goethe, da lei fortemente voluto come precettore del primogenito Karl August. A confortare questa tesi la fulminea carriera che il poeta, “digiuno” delle arti amministrative, fece in quel Ducato proprio grazie ai favori della Duchessa. Goethe giunto a Weimar alla fine di novembre del 1775, ufficialmente per occuparsi dell’educazione dell’erede Karl August, fu nominato quasi subito Consigliere ufficiale e poi “segreto”, dando così inizio a tutta una serie d’incarichi che lo avrebbero portato in tempi rapidi a ricoprire le più alte cariche di quel piccolo Stato. In pochi anni il poeta sarebbe, infatti, diventato uno dei personaggi più in vista della corte di Weimar. Per essere più precisi, a partire dal 1776, Goethe fu consigliere privato dei duchi di Weimar e subito dopo, nel 1779 chiamato a presidiare la Commissione dei Lavori Pubblici, sovrintendendo per diversi anni alla bonifica dei terreni. A un certo punto gli fu assegnata anche la massima carica al Ministero della Difesa, cui presto, si doveva aggiungere il compito di risanare le casse del piccolo Stato weimariano e di risolvere le delicate questioni diplomatiche originate dal conflitto tra la Prussia e l’Austria, conflitto dal quale il ducato di Weimar rischiava di venire risucchiato, con gravi pericoli per la sua stessa esistenza. A tutto questo era da aggiungere la sua esclusiva competenza sugli “Affari culturali”, che curò così bene da fare di Weimar la “capitale della cultura tedesca”. In questo contesto ci sembra opportuno inserire qualche ulteriore notizia sulla figura di Anna Amalia, appartenente alla casata Braunschweig-Wolfenbüttel, figlia di Filippina Carlotta di Prussia e quindi nipote di Federico il Grande. Ella ricevette una formazione conforme al suo rango e furono soprattutto le lezioni di religione a costituire la parte più importante della sua educazione. La formazione di Anna Amalia fu portata avanti nel solco della tradizione protestante delle case del Brandeburgo, integrata da una ragionevole conoscenza dei principi e del pensiero comparato delle altre confessioni. Le furono inoltre impartite lezioni di storia, geografia e belle arti. La principessa, che aveva imparato anche a danzare e a suonare il piano, conosceva oltre al francese, anche l’inglese, l’italiano e il greco. A soli sedici anni, il 16 marzo 1756, sposò il duca Ernesto Augusto Costantino di Sassonia-Weimar-Eisenach, anch’egli luterano evangelico. La giovane sposa rispose subito alle attese di quella piccola ma importante dinastia, dando alla luce il principe ereditario Carlo Augusto (1757), mentre il secondo figlio Federico Ferdinando Costantino, nacque a distanza di un anno, subito dopo il decesso del padre Ernesto Augusto. Secondo le disposizioni testamentarie del marito la vedova ducale dal 30 agosto 1759 assunse la reggenza dei ducati di Sassonia-Weimar e Sassonia-Weimar-Eisenach in nome del primogenito, ancora minorenne. Pertanto quando il ventiseienne Goethe viene chiamato a Weimar, Anna Amalia aveva trentasei anni e di sicuro non poteva essere insensibile all’attrazione di un poeta giovane, affermato e capace di irradiare cultura e simpatia. Su questo rapporto privilegiato avremo modo di aggiungere i risultati di recenti ricerche, effettuate soprattutto a Weimar all’inizio di questo secolo e suffragate da autorevoli “indizi”, secondo i quali sarebbe legittimo il sospetto che tra i due ci fosse un rapporto “particolare” (si parla di un “Amore vietato”). Alla duchessa Anna Amalia si deve tra l’altro la bella e imponente biblioteca con i suoi più di un milione di volumi, situata nello splendido palazzo manierista noto come Grünes Schloss (palazzo verde) costruito nel XVI secolo. Fu, infatti, proprio lei a destinare l’interno ovale in stile rococò a contenere il patrimonio librario che sarebbe poi diventato la biblioteca che oggi conosciamo e che ebbe Goethe direttore fino alla sua morte avvenuta nel 1832. Per l’allestimento dell’attuale centro studi è stata resa disponibile una parte del complesso architettonico dello storico Schloss (castello) che comprende due magnifici palazzi: il Gelbes Schloss, palazzo giallo iniziato nel 1574, e il rinascimentale Rotes Schloss (palazzo rosso) del 1702.        

Il primo periodo di Goethe a Weimar, dove si era portato le sue “preziose” carte, su cui si riprometteva di lavorare, non fu – come abbiamo già detto – esaltante dal punto di vista della produzione letteraria. A impegnarlo soprattutto le bozze che sarebbero diventate il nucleo essenziale del suo dramma più famoso, e più precisamente quelle in cui c’era già delineata la prima parte del poema epico Faust. Questa sarebbe diventata un’opera monumentale composta a stadi, abbandonata e ripresa varie volte nel corso della sua vita, e pubblicata integralmente soltanto postuma. Goethe aveva concepito il Faust negli anni di Strasburgo, quando sotto l’influenza di Herder, si era liberato dalla poesia anacreontica, dai francesismi e dal secco spirito formalista dell’illuminismo. Per più di sessant’anni, dal 1772 fino alla vigilia della sua morte avvenuta nel marzo del 1832, ha lavorato a questo progetto, immortalando nell’immaginario collettivo un Faust che rappresentava il simbolo del travaglio dell’anima moderna, la ribellione ai limiti dell’umana natura, l’aspirazione all’eterna giovinezza e l’avidità di conoscere ogni cosa. Le notizie storiche su Georg o Johann Faust sono piuttosto scarse: visse fra il 1480 e il 1540, dividendo la sua attività fra gli umili doveri del maestro di scuola e le più esaltanti pratiche della magia, che gli suscitarono contro i giudizi, per lo più malevoli, di contemporanei illustri come Lutero e Melantone. Certo il Faust storico non immaginava quali vette avrebbe toccato il suo personaggio, frutto di un cumulo di invenzioni, popolari e letterarie, che avrebbero esaltato e diffuso il suo mito oltre i confini della Germania, ma senza falsarne i connotati, sempre saldamente ancorati alle loro radici teutoniche. Si tratta di uno scienziato, diventato giovane grazie ad un “filtro” magico preparato e propinatogli da una strega; o meglio di un “mago”, che ha operato in quello che sarebbe stato definito il periodo più oscurantista di tutta la storia della Germania: il Cinquecento. Il mito era già stato consegnato alla leggenda e rivisitato dal commediografo inglese Christopher Marlowe. Abbiamo di fronte la figura di un “professore” ribelle, che tuttavia non ha ancora dimenticato il periodo “goliardico” degli studi universitari e, insoddisfatto dai limiti del sapere umano, viene allettato dal demonio, Mefistofele, con una “diabolica” scommessa: vendere la propria anima in cambio di giovinezza, sapienza e potere. La prima testimonianza sul Faust risale al 1773; si tratta di un abbozzo che poi sarebbe diventato l’Urfaust; un’opera che per essere intesa deve essere staccata dalle aggiunte posteriori e soprattutto non considerata “propedeutica” dell’edizione definitiva. Questa prima parte, Urfaust, scritta in tre momenti successivi tra il 1773 e il 1775, è quindi fortemente influenzata dai ricordi personali e soprattutto dall’opera di Christopher Marlowe, redatta a metà del XVI secolo. Con questo volume Goethe compie un ulteriore atto rivoluzionario contro il dominante illuminismo, che viene volutamente trascurato. Conosciuta la “storia” del mago grazie al Faustbuch, un manuale stampato per le masse popolari, che si vendeva sulle bancarelle e alla cui messa in scena – come spettacolo di marionette – aveva assistito anche a Strasburgo nel 1770, Goethe viene attratto da quell’ambiente corrotto e magico, tipico del Cinquecento, e lo immortala. Il Faust, come afferma Thomas Mann, tradisce “un’onesta fedeltà alla tradizione, che ha saputo elevarsi fino alla sfera del genio: ecco forse la formula migliore per definire il carattere distintivo della grandezza di Goethe”. Esso diventa al contempo espressione della grande svolta religiosa del giovane poeta, appena uscito dal “pietismo” così caro alla madre e alla di lei amica, la Klettenberg. Questo “primo” Faust non parla ancora dello “Streben”, quell’indistinto anelito che è dentro ciascuno di noi e che ci fa tendere verso l’assoluto. La storia dell’uomo di cultura, che, sperimentata la vacuità di una scienza troppo astratta, si rivolge alla magia, diventa la storia ideale della generazione stürmeriana, profondamente delusa dall’imperante “illuminismo”. I due protagonisti, Faust e Mefistofele, sono figure “negative” ma molto simili nell’ideare il male e nel compiacersi di questa loro tendenza distruttiva. Nel “Prologo in cielo”, mentre gli angeli (Raffaele, Gabriele, Michele) glorificano il Signore, Mefistofele si presenta al suo interlocutore “privilegiato”, che gli chiede come vadano le cose nel mondo e coglie l’occasione per fare un quadro abbastanza squallido della terra in cui vagano, tormentandosi, gli uomini:

Poiché, o Signore, ti avvicini ancora una volta
e chiedi come vanno da noi le cose,
e di solito mi hai sempre visto di buon occhio,
ecco anche me tra i tuoi famigli.
Scusa, non so usare paroloni,
e anche se tutta la brigata mi prede in giro;
il mio pathos ti farebbe senz’altro ridere,
 se tu non ti fossi disabituato dal ridere.
Di sole e di mondi non so che dire,
assisto soltanto a come gli uomini si tormentano.
Il piccolo Dio del mondo rimane sempre dello stesso stampo
Ed è così stravagante, come al primo giorno.
Vivrebbe un pochino meglio,
se tu non gli avessi dato un barlume di luce celeste.
Egli lo chiama ragione e se ne serve solo,
per essere più bestia di tutte le bestie.
Mi sembra, con rispetto a Vostra Grazia,
una di quelle cavallette dalle lunghe zampe,
che volano sempre e volando saltellano.
E appena sono sull’erba cantano la loro vecchia canzone;
e se rimanesse sempre e soltanto nell’erba!
In ogni letamaio affonda il suo naso.

A questa disamina impietosa il Signore risponde deluso e corrucciato:

Non hai da dirmi altro?
Vieni solo a protestare sempre?
Continua a non esserci nulla sulla terra che ti vada bene?

Al che Mefistofele risponde con la solita imperterrita arroganza, dimostrando ancora una volta, la sua natura che non conosce gerarchie, né rispetto:

No, signore! Laggiù la va come sempre, in modo cordialmente schifoso.
Gli uomini mi stufano con le loro giornate piene di guai,
Io stesso non riesco più a tormentarli quei poveracci.

Dopo questo breve scambio di opinioni ecco nascere la “provocazione” che darà vita all’opera. Sarà lo stesso Signore a “sfidare” Mefistofele, chiedendogli espressamente se conoscesse Faust; al che il diavolo, nel desiderio di accertarsi se entrambi si riferiscono alla stessa persona, ribatte: “Il dottore?”, ricevendo da Dio una precisazione che non lascia dubbi: “Il mio servo”. Dopo queste scaramucce dialettiche che “umanizzano” forse un po’ troppo l’atmosfera di solito immaginata nei sentieri “celesti”; il diavolo ottiene dal Signore l’autorizzazione di tentare “in qualunque modo” quel suo servo, Faust, sicuro com’era che non sarebbe riuscito a farlo suo. Egli, convinto com’era che quel suo “servo” Faust sarebbe stato capace di resistere a ogni tentativo di essere circuito e conquistato, non pone limite alcuno ai poteri del diavolo per tentare di prendere possesso di quell’anima. Ma su quel “servo” lo stesso Mefistofele ha fin dall’inizio qualcosa da obiettare, considerandolo “matto”:

La sua frenesia lo porta lontano;
non è ancora pienamente cosciente della sua pazzia…

Ma il Signore oltre che paziente si dimostra sicuro ed è proprio questa sicurezza che spinge Mefistofele a proporre la prima scommessa con Lui, chiedendo solo tempo e il permesso di portarlo pian pianino sulla sua strada. Il Signore accetta la sfida concedendo al diavolo “carta bianca” e chiudendo la terzina con un verso che diverrà emblematico per tutta l’opera – “es irrt der Mensch, so lang er strebt” – (sbaglia l’uomo fino a quando tende verso l’alto):

Per quanto vivrà sulla terra,
per tutto questo tempo nulla ti sia vietato.
Sbaglia l’uomo, fino a quando tende verso l’alto.

Mefistofele, che non aveva più voglia alcuna di interessarsi di “anime di morti”, precisa i termini della “scommessa” convinto com’era di poterla vincere senza grossi sforzi. Sarà il Signore stesso a confermare l’intesa:

“ E va bene, Ti sia concesso!          
Distogli pure questo spirito dalla sua Fonte Prima.”

Si conclude così il “Prologo in Cielo”. Gli Arcangeli si separano e Mefistofele, molto compiaciuto per avere un padrone, da lui definito “un gran Signore”, disponibile e “carino”, si appresta alla sua impresa, che caratterizzerà la “Prima parte della tragedia”.


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Bart