di Stefania Nardini
Una paura capace di trasformarsi in odio, veleno, follia. O piuttosto quando il desiderio è feroce quanto è assetato di felicità.
Una storia ambientata nella provincia francese, in cui si respira il profumo di luoghi che per la presenza di umani diventano opprimenti. Anche se la bellezza di un fiume o il fascino della bruma restano, comunque, la trama sottile di una bellezza, quella della natura, immobile, gaia, testimone muta degli eventi di un piccolo villaggio travolto da un’inquietudine talvolta raccapricciante. Guéret , “corpo estraneo” che si lascia travolgere da un innamoramento per Angèle, una ragazzina, lavandaia, stiratrice al servizio della signora Londe che la usa per essere aggiornata sui pettegolezzi e per tenersi buoni gli avventori del suo locale. Sarebbe disposta a tutto la madame pur di non perdere la sua posizione che le dà una certa autorevolezza tra le poche anime che popolano il villaggio. Cosi’ come la signora Grosgeorge, ricca ma sul viale del tramonto, trascinata dal desiderio di riscattarsi dalla sua condizione di femmina senza amore e vittima dello sbiadimento del suo fascino.
Un romanzo magnifico quello di Julien Green (1900- 1998), nato a Parigi da genitori americani, che studio’ negli Usa per poi tornare in Francia dedicandosi alla scrittura di romanzi, opere teatrali, scritti autobiografici. Un testo “Leviatan” (ed. Longanesi) che, come ha scritto Walter Benjamin nella prefazione, “fa ordine nei nostri più remoti terrori.” Green è un esploratore dell’animo umano. E non si ferma un istante. Continua la sua ricerca fino ad arrivare all’estremo. Un noir, ma che ha qualcosa in più: un’accantivante scrittura usata come i colori per un dipinto, sfumata, aggressiva, violenta, dolcissima. Ogni personaggio è un pezzo di storia. Quella storia che è il fardello di un’umanità che interagisce con il comportamento dettato da un “proprio” codice. Angéle, la povera ragazzina, si ritrova su una giostra dove tutto è più grande di lei. Una giostra dove per qualche giro è invisibile, per poi diventare una presenza ingombrante per la prepotenza della sua gioventu’ che è nella purezza di un’anima selvaggia. Ed è cio’ che catturerà il nuovo ospite della signora Londe, perché sarà lui a metterla in scena. Sarà lui a cancellarla.
[dal “Corriere Nazionale]
Commenti
3 risposte a “Julien Green: “Leviatan””
Con tratti efficaci ed essenziali Stefania Nardini entra nel “cuore” dell’opera e ne “trae” gli aspetti dominanti. Emerge lo scavo intenso dell’autore nell’animo umano ed il significato profondo che si rifà al “Leviatano” di Hobbes, per cui, nonostante l’ambientazione del romanzo abbracci una natura sottilmente meravigliosa e propensa, pur nel suo silenzio, a stimolare nobili comportamenti, l’uomo si fa
ancora lupo all’uomo
Gian Gabriele Benedetti
Grazie sempre Gian Gabriele per la sua attenzione.
A presto
Stefania Nardini
lo leggo questo raccontare ed entro in un grande realismo delle passioni. O meglio delle ferite che concretamente si imprimono su uomini e su donne (persone ? )
fino a identificarsi col loro cammino,con i loro gesti, .
Una teoria della vita difficilmente contestabile . Hobbes certamente ma sopratutto Marx ( l’uomo è un ente appassionato ). E’ per questo forse che non compare tra le più grandi opere mai scritte ?