Kafka è morto a 67 anni

di Lucetta Frisa
[Gli ultimi libri di poesie pubblicati da Lucetta Frisa sono: “L’altra”, Manni, 2001 e “Se fossimo immortali”, Joker, 2006]
 

Praga, Associazione degli amici di Kafka, 7 novembre 1949.

Gentili signore e signori,  

  E’ sempre Franz Kafka, nostro illustre concittadino, con i suoi libri e la sua biografia, a fornirci spunti di riflessione. Stasera vorrei rivolgere la vostra attenzione al tema del Sonno e del suo opposto, l’Insonnia.. A tale proposito, ci guideranno queste frasi dei Diari :

Domenica, 19 luglio 1910: dormito, destato, dormito, destato. Vita miserevole.
21 luglio. Non posso dormire. Soltanto sogni e niente sonno.
2 ottobre. Notte insonne. Già la terza in fila. Mi addormento bene, ma dopo un’ora mi sveglio quasi avessi posato la testa in un buco sbagliato. Sono perfettamente desto ecc.

    Kafka non è stato l’unico insonne, tra i grandi scrittori. Un caso esemplare fu Balzac (non amato da Kafka), che si assopiva per poche ore e il resto era lavoro forsennato. Ma, durante una delle tante visite all’amico Théophile Gauthier, dopo avere ben mangiato e bevuto, si addormentò di colpo su un divano. Gauthier rispetta il suo sonno, non lo sveglia. Alla sera, finalmente Balzac riapre gli occhi e s’infuria: Gauthier è un assassino, ladro e traditore :gli deve un risarcimento in danaro di diecimila franchi perché, lasciandolo dormire, gli ha fatto perdere l’idea di un nuovo romanzo, l’incontro con un editore, una duchessa, una principessa e una regina.
    Prima di parlarvi dei rapporti di Kafka col sonno, mi piace tracciare qualche breve appunto su questo particolare stato fisiologico.
    Le pause in un racconto, gli intervalli in una partitura musicale, l’andare a capo in poesia, il bianco in un dipinto e la fase dell’espirazione – espulsione del fiato – e la fase dell’inspirazione – assunzione di aria nuova- tutto questo è come una caduta provvisoria nel sonno. L’ispirazione, quella che si attribuisce a un artista, non è forse   un risveglio, una nuova presa di fiato, un respiro nuovo che dà il via a qualcosa di nuovo ? E il sonno non è che la pausa necessaria al cervello per riposare, un sipario   calato sullo spettacolo del quotidiano: così come il Lete si porta via i nostri ricordi, la memoria cancella le sue scorie, le sue ingombranti figure e dà tregua alle attività del corpo e dello spirito. Il sonno è un ritorno nella nostra più oscura profondità da dove veniamo e dove torneremo. Per questo è sacro, perché tutto diventa sacro quando è in gioco la vita e l’inafferrabile mistero ritmico che la regola.
    Perciò parlarvi del Sonno è come parlarvi del ritmo dell’esistente, lo stesso che si riflette, in mille modi e maniere, nell’arte, nella poesia, nella scrittura, nella musica.
    Seducente è il modo in cui gli antichi considerano il sonno. Nella mitologia, lo impongono gli dèi, sia per allontanare gli uomini dalla cruenta scena del presente e proteggerli quindi dalla rovina o addirittura premiarli, sia per infliggere loro ulteriori prove. Il sonno è un dio con il quale bisogna scendere a patti perché è in diretto rapporto con Cronos, il tempo. Bastano pochi attimi di assenza dalla veglia, o viceversa, dal sonno, che la complice alleanza tra Cronos, Sonno e Caso si compia e si saldi tra loro una trama rovinosa.
    Mentre gli dei sottomettono i sensi e la volontà al sonno, dove andiamo, noi? in quale luogo inconoscibile? I sogni non ce lo dicono. E poi, chi siamo noi quando dormiamo? Sappiamo però che l’assenza di sonno rende pazzi, mentre il suo eccesso, stupidi.
    Per gli antichi l’insonnia esprimeva uno stato di colpa, un assillo metafisico o materiale. Non dormiva chi vegliava nella notte prima di una battaglia, vegliava un defunto, occupava le ore con la preghiera: per monaci e mistici non dormire corrispondeva a orare, mentre laborare era azione diurna. Si attribuivano invece alle ore notturne le imprese criminose, sessuali, inconfessabili. In genere, chi non riusciva a dormire aveva conti in sospeso con la giustizia, con i creditori, i rivali o la vita stessa, fosse per cattiva coscienza o più semplicemente per stomaco vuoto.
    Per gli altri il sonno era una concessione divina e naturale al tempo stesso.
    Omero associò il sonno all’assunzione degli insidiosi fiori di loto. Ai compagni di Odisseo, che incontrano i lotofagi grazie a quel sonno indotto, era caduta la patria dal cuore. Mentre il poeta Tennyson scrive: Ma certo, certo che il sonno è la più dolce delle faticheRiposa, fratello marinaio, basta vagare. Un altro poeta,   Coleridge, attribuisce la rovina dei naviganti proprio all’incapacità di leggere nel cielo i suoi avvertimenti, se in preda al sonno. Per sostenere quanto dolce sia dormire, il casto Fénélon dedica al duca di Borgogna la favola Viaggio all’isola dei piaceri, dove gli abitanti si leccano le dita inzuccherate e comprano ai venditori, il sonno e i sogni. E per Goya il sonno della ragione non genera mostri? Per non citare tutte le favole in cui domina il sonno, come in L’endormi réveillé, in cui il povero si trova in un altro luogo non appena si sveglia, vive un’altra vita, assume un’altra personalità, opposta ma complementare alla prima.
    Non esiste sonno senza sogni. Chi dice di non averli, è perché non li ricorda.   Anche per chi è agitato da una doppia personalità, l’intervallo o lo strappo tra l’una e l’altra è una sorta di sonno subìto.
    Ricordo un dipinto di Piero della Francesca: la Vergine col Bambino e i santi in cerchio, tutti toccati da uno stato di dormiveglia, sfiorati da una luce bianca avvolgente che proviene da un uovo al centro della scena. Quello stato di dormiveglia è uno stato di grazia. L’uovo è divino, la luce, ultraterrena. Una luce simile illumina anche la tenda di Costantino mentre dorme la notte prima della battaglia: il sogno assume l’aspetto di un angelo che allude alla prossima vittoria. All’esterno della tenda, lo scudiero dorme un sonno senza sogni. Al risveglio, obbedirà ai sogni del padrone e andrà a combattere. Dormono i soldati di tutte le Resurrezioni di Piero, ma anche di Pontormo, dove sembrano, quasi morti e pieni di sonno, come scrisse Vasari. Perché dormono mentre vicino a loro si compie l’evento soprannaturale della resurrezione? Perché incapaci di vedere un miracolo e di parteciparvi? O quell’evento è sognato proprio da loro? E il sonno di Sant’Orsola di Carpaccio visitato dall’angelo sulla soglia della sua stanza? Sognare un angelo è premunizione di morte imminente e infatti, la santa subirà presto il martirio.
    Pensate alle due Veneri di Tiziano: una dorme il sonno profondo della terra, forse prima di essere fecondata da qualsiasi seme, di uomo, d’animale o fiore: l’altra si è addormentata dopo un atto d’amore fisico, vinta da spossatezza. Sono entrambe irraggiungibili come lo è il mistero della natura.
    E l’estasi di santa Teresa di Bernini? La santa vede o sogna veramente Dio o si è procurata da sola quel piacere intenso che sprigiona il bianco sensuale del marmo?
    Una frase di Oscar Wilde suonava, in tempi vittoriani, scandalosa. La tengo sempre a mente: “lui sapeva che i sensi, non meno dell’anima, possono rivelare i misteri dello spirito”.  E la religione non è forse l’oppio dei popoli? Attiva certi meccanismi cerebrali, mentre assopisce quelli preposti al raziocinio. Infatti la fiducia, l’abbandono a una volontà superiore, ci liberano dalle responsabilità e dall’angoscia. Il sonno, allora, è un atto mistico?
    Coleridge, de Quincey, Baudelaire, dediti all’oppio e alla morfina, non credevano molto nell’aldilà: si procuravano il piacere e lo sperdimento già nell’aldiqua. Certi saggi orientali conoscono anche le tecniche per ottenere il piacere senza l’assunzione di droghe e senza la fede in un mondo ulteriore: è nel nostro corpo, dicono, che il piacere e il dolore convivono, così come   il paradiso e l’inferno.
Il sonno è piacevole perché – dice Giacomo Leopardi – non fa sentire la vita.
    Il sonno è avvolto da un velo di sacralità che nessuno ancora – credente o ateo – è riuscito a strappare del tutto. La vista di un dormiente ci infonde soggezione, una sorta di timor sacro. Forse perché temiamo ci possa accadere quello che accadde ad Atteone che spiò il mistero di Artemide. Certi svelamenti ci trasformano: Atteone fu trasgressivo, e violenta fu la reazione della dea. Non è forse violenza svegliare qualcuno che dorme? Non è un atto di pura nefandezza ucciderlo? Chi dorme è come un bambino inerme e indifeso.
    Forse la scienza ci svelerà, col passare dei secoli, in ogni particolare, il mistero del sonno. Tuttavia interrompere il sonno è far precipitare di colpo il dormiente in un luogo che non ha   scelto, espropriandolo di un territorio di cui solo lui è il re. Perché un animale a cui il sonno viene interrotto, ci aggredisce? Perché, quando nasce, il bambino piange? Per la prima volta conosce i suoi sensi: ha freddo, fame e paura, la luce lo acceca, tutto gli è ostile: è stato strappato al tiepido, morbido e oscuro grembo materno –   il paradiso.
    L’idea del paradiso è nata da qui, dal grembo materno, e chi cresce e necessariamente se ne allontana, si avvia pian piano sui sentieri dell’inferno…
L’insonnia, quindi, non esprime altro che una mancanza di fiducia.
    Chi crede all’immortalità, è cullato dal sonno. Chi della vita e della morte mantiene il senso del sacro, può tranquillamente dormire. Dorme chi considera la morte un aspetto transitorio della vita.  

          Gentili amici, perdonate queste divagazioni e torniamo al grande Kafka, e alla sua insonnia.
        Nei Diari scrive ancora:  

3 ottobre. Una notte uguale, ma mi sono addormentato con ancor maggiore difficoltà. Nell’addormentarmi, un dolore in senso verticale nella testa sopra la radice del naso, come derivante da una ruga della fronte, troppo premuta…    

    Sì, è vero, Kafka, per quel poco che riesce a dormire, sogna. E spesso racconta i suoi sogni, come questo:

…Una visione spaventosa è stata, questa notte, una bambina cieca che pareva la figlia della mia zia di Leitmeritz…  

    E aggiunge:

Questa insonnia, dipende, credo, soltanto dal fatto che scrivo. Infatti, per quanto io scriva poco e male,queste piccole scosse mi rendono sensibile, e particolarmente verso sera, e più ancora al mattino, sento il soffio,la vicina possibilità di grandi situazioni che mi tirano su e potrebbero rendermi capace di tutto, e allora nel fragore universale che ho dentro di me, e al quale non ho tempo per comandare, non trovo pace.  

    Kafka ha cominciato a soffrire d’insonnia all’età di diciassette anni. Aveva rimorsi particolari? O si sentiva   predestinato alla sofferenza come tutti gli ebrei senza terra promessa? Non è così semplice. Poteva soffrire di un altro senso di colpa, più profondo e personale : quello di scrivere ininterrottamente. Scrivere è una colpa quando ci sottrae alla vita e alle sue regole sociali e naturali- matrimonio, figli,   normali felicità umane. Scrivere è un’ossessione. Ossessioni e fantasmi minacciano il sonno degli atei, tormentato dalla coscienza del nulla.Fantasmi che sorgono dal passato e non hanno futuro, nascono e muoiono con l’insonne. Nessun buon universo culla l’insonne. Nessuna madre.
    Kafka non ci svela quali siano stati i sogni tormentosi di Gregor Samsa, svegliatosi scarafaggio. Forse si è trasformato in quello schifoso insetto proprio perché incapace di dormire.
    È per questo motivo, cari amici, che oso affermare che Kafka non è morto a 41 anni bensì a 67. Se infatti calcoliamo che ha cessato di dormire dal suo diciassettesimo anno, quanta vita gli è rimasta da dedicare alla scrittura? 48 anni. Provate a calcolarlo insieme a me.
    Ma non è tutto: è durante il tempo sottratto al sonno che ha scritto i suoi testi più significativi!
      Scrive Kafka:

Di giorno mi soccorre il mondo visibile, di notte mi sento dilaniare senza ostacoli.    

    Una scrittura, la sua, di chi non condivide il mondo con nessuno, e tantomeno il mondo del sonno. Una scrittura del dormiveglia.
    Max Brod ha salvato dal rogo i testi di Kafka. Perché Kafka intendeva distruggerli e perché Brod non gli ha obbedito?   Se tutto è simbolico nella vita umana come nella propria opera, nulla è casuale. Mi piace credere che un senso, qualsiasi, ci guidi. Dico,mi piace. Infatti, quando mi cullo in questa illusione riesco a dormire. In ogni caso, ringraziamo Brod che ha risparmiato la totale distruzione dell’opera dell’amico e che ne ha salvato proprio la parte migliore, costituita da tutte quelle carte scritte durante la notte.
      Scritte in semilucidità. Si, dato che il dormiveglia fa scrivere in bilico tra due dimensioni. In stato di veggenza? Una veggenza laica. L’ateo è ossessionato dalla morte, dalla fine di tutto. E di non lasciare niente dietro a sé.
    Chi guardò l’inferno dal buco di una colonna?

  • – Come dice, signora? Sì, io credo nell’aldilà ma soffro comunque d’insonnia. Per dormire ho bisogno di sedativi. Questa è una confessione personale, siate indulgenti…Non credo nell’aldilà o non credo a me stesso che crede nell’aldilà o credo a me stesso che non crede nell’aldilà. Capire è difficile. Capire è impossibile. Forse capisce solo chi è in stato di dormiveglia. Ma non tutti si fanno venire delle malattie mortali per questo…
  • – Se assumeva sedativi, Kafka? Non lo so.
  • – E lei, signore, da piccolo aveva paura del buio? Sarebbe questa la ragione per cui lei… soffrirebbe d’insonnia?Mah. Un mio amico non ha mai avuto paura del buio e ora, da vecchio, ce l’ha. Tuttavia resta ad occhi aperti tutta la notte. Illogico,no? Se si ha paura del buio, quale migliore rimedio che chiudere gli occhi e dormire? C’è chi dorme benissimo ed è profondamente ateo. Sa godersi la vita e non pensa a nessun’altra dopo questa. Ma sarà vero? Non credo mai a quanto mi dicono, a quanto l’apparenza vorrebbe dimostrarmi. In poche parole, non credo a nulla. Non credendo a nulla, dovrei starmene tranquillo e dormire. Invece no.
  • – Come dice, signora? Che il buddismo… può insegnarci sia a dormire che a morire? Lei è buddista? Si, ?Ma prende comunque dei sedativi. Ah!
  • – Dormire è fare le prove generali della recita finale? Chi non dorme, si illude di rimandare a tempo indeterminato la “sera della prima”. Sì, credo di sì, grazie, signora.
  • – C’è chi non dorme, ateo o religioso che sia, e, per non impazzire del tutto, per non avvertire il peso del tempo, si inventa tutti i modi possibili di resistenza. Scrivere è uno di questi. E’come pregare, orare, adorare qualcosa o qualcuno senza chiedergli nulla in cambio. Pura contemplazione. L’atto della scrittura è contemplazione disincantata. (Sembra una frase di Kafka, no?) A meno che non ci si metta a camminare tutta la notte per la città. C’è chi fa andare le gambe per non far correre il cervello. I pazzi, ad esempio, perché sono così inquieti? Perché in certi casi, è necessario legarli? Soffrono della rabbia di esistere, impotenti contro la prepotenza di chi li ha messi al mondo, si ribellano alle gabbie, ai finali scontati…
  • – Che opinione ho dei pazzi miti? Li invidio, caro signore. Certi deliri sono invidiabili. Il povero Kafka, con la sua terribile intelligenza, con la sua luce nera, non se li poteva permettere.

    Però tutto ciò che vi dico è inaffidabile. Non dovete credere a chi, come me, non riesce a dormire. A chi non sa abbandonarsi al sonno. Kafka mi capirà, se mi ascolta. Se mi ascolta significa che non riesce a dormire neppure da morto. Oppure non mi ascolta perché è polvere per sempre. Giusto così. Tutto sta a decidere se l’universo è in stato di veglia o in stato di sonno. Né vivo né morto.
    Signore e signori, grazie dell’attenzione e della pazienza ad ascoltarmi. Vi auguro di cuore una buona notte e cioè che, una volta a letto, possiate veramente dormire…

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Commenti

5 risposte a “Kafka è morto a 67 anni”

  1. Saggio sul sonno (e sull’insonnia di Kafka) scritto con grande capacità di espressione, in un periodare disinvolto, talvolta saggiamente ironico e sapientemente organizzato, da risultare sempre interessante, piacevole, ed anche, se mi si consente, istruttivo e coinvolgente. Non condivido la frase riportata, secondo la quale la religione è l’oppio dei popoli. Ritengo la religione ben altro. Un qualcosa che scaturisce dall’anima nobile dell’uomo, che riversa amore verso il mondo, verso gli altri e nei confronti di un credo capace di informare, se ben interpretato, una vita degna dell’uomo stesso.
    Vorrei, a questo punto, complimentandomi con la bravissima autrice del pezzo, riportare un interessante pensiero di Baudelaire, anche se non lo condivido del tutto (da “Diari Intimi”) sul sonno: “A proposito del sonno, sinistra avventura di tutte le sere, si può dire che gli uomini si addormentano quotidianamente con un’audacia che sarebbe incomprensibile se non sapessimo che è il risultato dell’ignoranza del pericolo”. Io, grazie a Dio, mi sento un tantino più ottimista. Buona notte!
    Gian Gabriele Benedetti

  2. gentilissimo Gian Gabriele Benedetti,la ringrazio molto per il suo commento! anch’io apprezzo la sua prosa e la leggo con piacere quando il tempo a disposizione me lo consente. Vorrei però “tranquillizzarla” in quanto all’affermazione “la religione èl’oppio dei popoli” che metto semplicemente in bocca al mio conferenziere immaginario ma non rispecchia il mio pensiero.Invece, lei mi cita questa frase di Baudelaire che se me la fossi ricordata, avrei inserito certamente nel racconto!Ma la inserirò ugualmente, se lei me lo consentirà,essendo il racconto ,almeno per ora, pubblicato solo in questo bello spazio virtuale di Bartolomeo di Monaco.
    Ancora GRAZIE di cuore per l’attenzione che spero vorrà dedicare ancora in seguito ai miei testi o dando un’occhiata a quelli qui precedentemente pubblicati. Ci tengo alle critiche e ai commenti soprattutto se espressi da persone come lei.
    Cordialmente
    lucetta frisa
    lucetta frisa

  3. Grazie per l’apprezzamento, che ricambio in modo schietto e sentito.
    Sinceramente avevo intuito l’intento sull’uso di quella frase, ma era un argomento che mi stava a cuore, argomento che meriterebbe un discorso assai approfondito.
    In quanto all’inserimento della frase di Baudelaire, può farne l’uso ritenuto più opportuno. Anch’io, ogni tanto, amo fare riferimeto alle parole di grandi autori, a volte condivise, a volte meno, ma sempre utili e piene di insegnamento.
    Buon lavoro!
    Gian Gabriele Benedetti

  4. non mi ritrovo con il calcolo…Mi potrebbe aiutare? Grazie e complimenti per il sagggio che ho copiato e conservato sul PC perchè mi offre molti spunti di riflessione che vorrei cogliere e centellinare pian piano….  “È per questo motivo, cari amici, che oso affermare che Kafka non è morto a 41 anni bensì a 67. Se infatti calcoliamo che ha cessato di dormire dal suo diciassettesimo anno, quanta vita gli è rimasta da dedicare alla scrittura? 48 anni. Provate a calcolarlo insieme a me”.

  5. Da: Lucetta [mailto:lux.frisa@libero.it]
    Inviato: giovedì 20 settembre 2012 20.13
    A: ‘antfreelance@hotmail.it’; bartolomeo dimonaco
    Oggetto: R: [Bartolomeo Di Monaco] Commento: “LETTERATURA: Kafka è morto a 67 anni”

    Gentile Antonio,
    mi piace il fatto che lei abbia rilevato l’errore del mio conferenziere immaginario. Avrà notato che di sé stesso dice di soffrire d’insonnia e di essere un tipo inaffidabile. Infatti, invece di 65-calcolo giusto- lui fa un calcolo sbagliato e cioè aggiunge due anni (67)….
    Forse avrei dovuto sottolineare meglio la svanitezza del conferenziere ,ma…ho lasciato le cose così aspettando che qualcuno- e finalmente è arrivato lei – mi facesse notare l’errore di calcolo, dimostrandomi di avere letto il racconto in modo approfondito.
    La ringrazio molto per la sua attenta lettura come ringrazio Bartolomeo di Monaco che è stato il primo a pubblicarlo nel suo bel sito.
    Ora il racconto lo trova nel mio libro “La Torre della Luna Nera e altri racconti”(edizioni Puntoacapo,2012) Un cordiale saluto Lucetta Frisa