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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: La collezionista

26 Febbraio 2009

di Mariapia Frigerio

       Cercava un paio di calze nel cassetto quando le venne tra le mani una scatoletta trasparente. Si accorse subito che era un nastro registrato. Si ricordò che tra le calze – un’infinità di calze bordeaux, viola, verde bottiglia, verde abete, nere opache, velate, lucide, a righine verticali, a righine orizzontali, di pizzo écru, con ramage, con disegni cashmere, a rete piccola, a rete lavorata – lei era solita nascondere i suoi segreti. Non ricordò, però, cosa contenesse. Si diede da fare per cercare un mangianastri. In casa non ce n’erano. Da molto tempo tutto era stato sostituito da lettori cd. Ma per una avversa alla tecnologia come lei doveva ancora esisterne uno, da qualche parte. Certo! Lei ne aveva uno. Ma dove? Ripercorse mentalmente i luoghi dove avrebbe potuto essere e, giunta alla conclusione che per lei era importante, si disse: « O tra le calze o sotto le camicie da notte ». Ed essendo già il cassetto aperto le bastò spostarsi sulla parte di sinistra e tastare tra seta, cotone felpato, crespo, pelle d’angelo, lino. Proprio sotto quest’ultimo prese forma l’apparecchio.
     Lo estrasse insieme al nastro e richiuse il cassetto.
    Andò nello studio. Si sedette allo scrittoio e premette play.

     Una voce diceva: « Sono Marchetti, Viter Marchetti. Allora, l’appuntamento è giovedì alle11. Devi venire al piano terreno, entrando a sinistra. Naturalmente digiuna e con gli esami. Digiuna: non te ne scordare! Poi ti porto io a mangiae… [risata]. Giovedì alle 11. Ciao, Pardi, ciao ».    Annotò il nome e la data. Circa sei anni fa, pensò. La voce era inconfondibile e – chiaro indizio – l’unica persona che si ostinasse a chiamarla col cognome.
 
     Il nastro girò a vuoto per dieci secondi. Poi di nuovo una voce: « Sono Alberto ». Nient’altro. Col lapis segnò sul foglio: cinque. Cinque anni fa.

     Fece scorrere ancora il nastro. Troppo. Dovette tornare indietro. «Non è una tristezza! Dopo tutti questi anni di amicizia la lasci andare dove deve andare. È per motivi nostri che abbiamo difficoltà a lasciare i nostri vicini, non per considerazioni loro! Ti penso ». Stop. Con una Bic nera segnò, nuovamente, cinque anni. La situazione era chiarissima: la morte della sua cagnolina. L’amico le era stato vicino in quell’occasione, anche se abitava lontano.

     Schiacciò play di nuovo. Una voce tremula le diceva: « Mimì, sono l’innominato. Ho letto e mi sono ancora commosso. Sono innamorato del tuo amore ». Stop. Ma sì, si ricordava benissimo! Era quando si era messa in testa di scrivere un romanzo. In realtà, “Le mani di Schiele”, era la trascrizione della sua vita negli ultimi anni.  Ma lui, l’innominato, le aveva detto che mai, in nessun libro, aveva trovato l’amore   descritto così. E dire che di libri lui ne aveva letti. Dallo scrittoio gli sorrise grata. Sapeva che mai sarebbe riuscita a scrivere qualcos’altro così traboccante d’amore. Troppo personale, però. Con la Bic rossa scrisse: quattro anni.

      Poi di nuovo premette play. Qualche secondo di silenzio. La nuova voce rivelava timidezza. «Alla luce dell’analisi di oggi mi sento il vero colpevole dei tuoi gesti e ne provo vergogna….Non chiedermi più se ti ho perdonata…incomincia tu a perdonare me, …piccolina ». Doveva avere faticato molto a lasciare registrato sulla segreteria quel nomignolo. Lo voce lo rivelava. Stop. Bic blu: tre anni.
 
      Di nuovo play. La voce era emozionata: «Il futuro è sempre fatto di grandi desideri e il presente di continue scelte ». Riconobbe Alberto. A distanza di tempo si emozionò di nuovo anche lei. Ma, si domandò, perché parlava sempre così difficile? Scrisse: tre anni. Di nuovo play. Il nastro girò a lungo a vuoto. Di colpo si bloccò. « No, no. Proprio adesso, no… », non poté fare a meno di dire. Poi ebbe quasi un’illuminazione…un’illuminazione per una come lei. E girò il nastro.    Qualche secondo e: « Seguire la passione delle coincidenze è sempre un bel navigare ». Era Alberto. Alberto tre anni fa. Ma quanto le era stato vicino in quel periodo! E, forse, anche lei a lui.

     Mandò il nastro avanti. Lo fermò. Play. Qualche secondo e: « Che cosa si mangia in una casa normale? Io sono qui col frigo vuoto. Ciao, bella, ti richiamo ». Poco dopo, sempre la stessa voce: « Spero tu abbia capito che ho detto “casa normale” e non che tu sei normale. Ma a noi della normalità importa qualcosa? Ci sentiamo ». Era l’attore che era rientrato, dopo mesi di tournée, nella sua casa deserta e col frigo vuoto. Ma anche lei quella sera non aveva fatto spesa e così se n’era andata a mangiare fuori. Sola. Abbastanza scandaloso per una donna in una città di provincia. Lui aveva ragione quando diceva che non era tanto normale e pensò a quanta complicità ci fosse sempre stata tra loro. Con il lapis segnò: circa due anni fa.  

     Play di nuovo: « Ciao, vecchia madre. Sono partito con Massimo e Dudy. Abbiamo in macchina ben 6 cd di De André. C’è anche “Barbara”. Ti ricordi »? E come non ricordarsi di tutti i loro viaggi, quando lui la pregava di cantare e lei iniziava con “Chi cerca una bocca infedele /che sappia di fragola e miele/ in lei la troverà, Barbara/ in lei la bacerà, Barbara”. Tenerezza. Infinita tenerezza. Bic rossa: due anni fa, più o meno.
   
      Si guardò da fuori. Si guardò con gli occhi del figlio. Se avesse saputo delle voci avrebbe detto: « Sei la solita pazza ». Il figlio? Ma chiunque avesse saputo avrebbe pensato la stessa cosa. Le venne da ridere. Sì, da ridere di se stessa. Si disse che faceva proprio bene a nascondere cose così intime tra la biancheria intima. Iniziò anche a parlare con sé a voce alta: « È folle, lo sai. Immagina, Mimì, se tu morissi… così, all’improvviso. Chi ci capirebbe qualcosa? E tu non potresti più spiegare. Beh, questo almeno è certo: non potresti più spiegare a nessuno l’importanza di queste voci. La compagnia che fino a due anni fa ti hanno fatto queste voci. La commozione che ancora oggi ti fanno. Del resto chi è mai entrato nella tua solitudine se non le tue voci? Ah, pensino quello che vogliono. Mimì, tieni la tua collezione ». Prese l’elenco del telefono. Pensò che forse sarebbe stato più utile internet, ma chi lo sapeva usare? Pagine bianche… no! Le pagine gialle. Quelle ci volevano. Cercò alla voce “Elettronica”. Perfetto. Trovò subito “Elettronica P.R.N. & Figli – Centro assistenza autorizzato. Riparazione telecamere TVC, LCD, HI-FI, DVD”. Compose il numero. Immediatamente una voce maschile la investì: « Dica ».
« È possibile passare delle registrazioni da nastro a cd »?
« Ma che domanda! Certo »!
« Se vengo domani in tarda mattinata… »
« Sì, ma non oltre le 12 », le rispose l’uomo deciso.
« …cosa le devo portare »?
« E cosa mi vuole portare? I nastri che vuole trasferire su cd ».
« E il cd lo porto io o me lo dà lei »?
« Secondo lei un centro specializzato in elettronica può stare senza cd!? Venga domani come le ho detto. Mi lasci però il suo telefono, nel caso dovessi andare a fare qualche riparazione fuori ».
« Naturalmente, ma io esco prestissimo… e non uso il cellulare ».
« Certo che è ben strana! E con chi parlo, allora, se la chiamo a casa mentre lei è fuori? Un segreteria telefonica almeno ce l’ha »?
« Sì… ».
« Allora prima di venire ascolti se c’è qualche messaggio. Se non trova nulla, prima di mezzogiorno qui ».
« D’accordo. Grazie ».
     Mimì si alzò dallo scrittoio e si sedette sul divano. Pensò a quanto era irritabile l’uomo con cui aveva parlato. Pensò che anche lui l’avrebbe presa per pazza. Ma chi la conosceva? E, anche se l’avesse conosciuta, a lei non sarebbe importato niente.
Era felice. Questo sì. Sapeva che il giorno successivo le sue voci sarebbero state messe al sicuro ancora per un bel po’ di anni.


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4 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: La collezionista — 26 Febbraio 2009 @ 12:27

    […] Link articolo originale: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: La collezionista […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 26 Febbraio 2009 @ 16:43

    Un nastro registrato. Tecnologia ormai superata, ma pur sempre importante. Ed è da lì che riemergono voci capaci di riportare, man mano, volti, momenti, emozioni, tutto un mondo vissuto, in grado di squarciare il velo di un passato che vibra di ricordi. Tuffo evocativo che non ammette fuga dal tempo, bensì vibrante ritorno a ciò che si riannoda devotamente al filo del presente con la forza della nostalgia. Così si svolge un viaggio, fascinoso, colloquiale, poetico, a ritroso, che si fa sempre più vivo e non approda alla spiaggia del silenzio, divenendo interiorità di luce ambita e ricercata.
    L’abilità descrittiva e l’articolazione dinamica della parola ben assecondano non solo il gioco visivo, ma anche la tensione intima
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by wainer riccardi — 1 Marzo 2009 @ 17:36

    Pochi gesti di semplice quotidianità accompagnano la protagonista mentre ripercorre, rivive, un episodio della sua esistenza. le parole che tornano dal passato emergendo simbolicamente da un cassetto di cose intime ci dicono che la donna non vive la follia, come lei dice potrebbe pensare chi sapesse del suo segreto, ma che ha veramente vissuto la sua vita.

  4. Commento by alex — 1 Marzo 2009 @ 23:31

    Un fortuito ‘scavo’ casalingo ci può far pensare, per analogia, a una moderna archeologia dei sentimenti: le voci e i suoni di un passato recente, imprigionate su moderne tracce magnetiche, ritornano alla ‘luce’ ricreando un percorso di emozioni che ritrovano nella memoria la loro giusta collocazione.

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