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LETTERATURA: “La cura dell’attesa” di Maria Pia Romano – Lupo editore

23 Febbraio 2013

di Francesco Improta

“Lei era liquida dentro” così Maria Pia Romano definisce Alba, la protagonista del suo ultimo romanzo La cura dell’attesa (Lupo editore), accennando fin dalle prime pagine all’amore viscerale per il mare che è una presenza ossessiva nella vita della protago ­nista e nel romanzo. E’ il mare che veicola, insieme ai suoi sogni, gioie e delusioni, il senso del mistero e dell’avventura, ed è il mare che affascina e soggioga con il perenne movimento delle onde, con la sua capacità invasiva e pervasiva di riempire ogni spazio del corpo e della mente. Quando inizia la storia Alba, professo ­ressa di ingegneria meccanica, si è accorta da poco di essere incinta ma non sa chi sia il padre della creatura che porta in grem ­bo, e non vuole saperlo. Le basta sentir crescere dentro di sé una nuova vita e con essa la felicità dell’attesa da assaporare a piccoli sorsi. La sua vita sentimentale è divisa tra due uomini: Davide, il professore molto più vecchio di lei, che le ha fatto scoprire l’amo ­re e la poesia, irrequieto e sfuggente e Filippo, più giovane, ma più affidabile e sicuro. Reiterando un rituale a lei familiare, Alba si re ­ca sulla spiaggia, in cerca dell’armonia perduta e, accordando il proprio respiro a quello del mare, finisce con l’inebriarsi di iodio e di salsedine. A questo punto si apre un lunghissimo flash back in cui Alba rievoca gli episodi più significativi della sua vita: dall’infanzia felice con i genitori, alla scoperta prematura, ma timida e delicata, della propria sessualità, alle prime amicizie, agli studi regolari, alla scelta della facoltà di ingegneria nella speranza di tacitare attraverso formule e regole matematiche le voci brulicanti dentro di sé. A vent’anni aveva conosciuto Davide, il ladro di sogni e di emozioni, che le aveva fatto scoprire la passione, quella che s’incide direttamente sulla pelle, e la poesia. Non è un caso che i loro incontri siano costellati di versi dei maggiori poeti pugliesi e soprattutto di Vittorio Bodini. Quella poesia che le serviva a dissetare l’anima, inaridita da troppi calcoli ed esperimenti di fisica. Davide, però, irrequieto, egoista e inca ­pace di ancorarsi, le succhia la vita e l’amore e fugge via, la ­sciando Alba sola con i suoi ricordi e col suo lavoro gratificante ma freddo e asettico. Non meraviglia, quindi, che dinanzi alla dolcezza, alla pazienza e alla gentilezza del giovane Filippo Alba si apra e gli consenta di entrare nel suo mondo di solitudine, ma proprio quando sembra che possa nascere qualcosa di concreto e di duraturo fra di loro torna a farsi vivo Davide con i suoi occhi azzurri e mobili come le maree e lei non riesce a resistergli in quanto chi ha il mare dentro sa che ogni tentativo di resistere al suo richiamo è inutile quanto cercare di rinunciare alla felicità. Alba del resto pur essendo in apparenza una donna forte, sicura di sé e pienamente realizzata rivela una notevole fragilità interiore che la porta ad isolarsi anche perché come dice testualmente:

non c’è altro modo di vivere se non quello di offrirsi al destino senza commentare. Essere rassegnati al destino non è la con ­solazione dei vili ma il conforto di chi resta per continuare.

Concetto che viene ribadito in conclusione nella bellissima lettera che Davide scrive ad Alba dove si legge

è più facile amare i ricordi che la vita vera. Mettono meno paura.

In questo modo, però, si spalancano sconfinate praterie in cui i destrieri della nostalgia possono pascolare liberamente.

La vicenda, se si escludono due brevi puntate in Germania e a Parigi, si svolge interamente in Puglia, dall’altopiano delle Murge al Salento, che si affaccia su due mari, e in cui la protagonista del romanzo, non diversamente dall’autrice, si sente a casa propria, portandosi addosso i colori, gli odori, i suoni, gli spazi spalmati di luce di quella terra. E anche le contraddizioni, i sogni, le nostalgie, i desideri; Alba è una conchiglia bianca che custodisce tutto gelo ­samente, che ha una sua vita segreta e che alla fine accoglie con gelosia e tenerezza il segreto della curva perfetta, la vita che sta crescendo dentro di sé, rivendicandone l’esclusività.

La scrittura, impreziosita da riferimenti espliciti o indiretti a Mo ­ravia, Vittorini, Pavese e Boccaccio – penso all’allusione insita in alcuni versi di Bodini a una delle più belle novelle del Decame ­rone, Lisabetta da Messina – la scrittura, dicevamo, non procede lineare ma attraverso continue riprese e sospensioni, ellittica, ondulatoria come le onde del mare che si riversano sulla battigia, lasciando trine di schiuma sulla rena e nella mente del lettore una musica sognante capace di riempire, sia pure temporaneamente, le voragini e gli anfratti che ci portiamo dentro.


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