Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: “La curva del latte” di Nico Orengo (2002)

17 Maggio 2008

di Francesco Improta    

La curva del Latte” di Nico Orengo ha un incipit di grande impatto e suggestione: in una tiepida notte di fine Estate un grido, violento ed insolito, graffia l’aria e, dopo una breve parabola, si adagia sui tetti delle poche case sparse nella valle del Latte. Subito dopo, secondo una tecnica sicuramente cinematografica (lo split screen), la scena sembra suddividersi in tanti riquadri, all’interno dei quali appaiono, appena delineati, alcuni dei personaggi che incontreremo nello sviluppo successivo della vicenda. La geografia del libro è quella che noi tutti conosciamo, ma che abbiamo imparato ad apprezzare e ad amare di più proprio attraverso le pagine di Orengo e di Biamonti, al quale mi sembra doveroso rivolgere un pensiero commosso ed un sincero ringraziamento. E’ l’estremo lembo della Riviera di Ponente, dove, come risulta dal romanzo, realtà e finzione s’incontrano e si confondono, e dove anche le giornate più monotone e scialbe sono riscattate da un tripudio di colori, di profumi e di sapori. La vicenda, come spesso succede in Orengo, esploratore instancabile di quella magica età delle scoperte e delle avventure che è l’adolescenza, emblematica ed eloquente è, a tal proposito, la pagina conclusiva, quasi postfazione trasognata e poetica, in realtà vera e propria chiave di lettura che ci consente di cogliere lo spirito dell’opera, la vicenda – dicevamo- ci trasporta nel passato e più precisamente nel 1957, anno per molti versi, ricco di novità e di lievi e rassicuranti speranze, dopo quel rigido, interminabile inverno, rappresentato dalla Guerra Fredda, che aveva addormentato le coscienze ed evocato spaventosi fantasmi. Si pensi solo a quanto era successo l’anno precedente e sul piano della storia e su quello, non meno significativo, della cronaca: dall’occupazione del Sinai da parte dell’esercito israeliano all’intervento delle truppe anglo-francesi in seguito alla nazionalizzazione del Canale di Suez da parte di Nasser, dagli scontri violentissimi, in Polonia, tra operai e forze di polizia, nei quali trovarono la morte 48 persone all’ingresso dei carri armati a Budapest, evento che ha provocato la delusione, lo sgomento e la fuga dal PCI di molti intellettuali, fra i quali Italo Calvino, e che ha fatto esclamare a P.P.Pasolini, in un bellissimo poemetto (“Una polemica in versi“): “Le bandiere rosse cascano senza vento” si è attuato il tradimento del popolo ed il tradimento è venuto dai capi, da coloro volevano guidare il popolo, che è odio ed amore, senza né odio né amore. Anche sul piano della cronaca il 1956 è stato funestato da due grandi tragedie: l’affondamento dell’Andrea Doria e l’incendio della miniera di Marcinelle in Belgio, dove trovarono la morte 237 minatori, tra i quali moltissimi Italiani. Nel 1957, anno in cui si svolge la vicenda narrata da Orengo, si notano, invece, i primi segnali di disgelo: il ritiro, dai territori occupati, delle forze armate israeliane, la riapertura del canale di Suez, la nascita del Mec e dell’Euratom, e la messa in orbita del primo Satellite artificiale, lo Sputnik, che nel romanzo d’Orengo ha, come vedremo, un ruolo fondamentale. E’ l’anno in cui, in Italia, si avvia, sia pure lentamente, la modernizzazione che non sempre, però, è stato sinonimo di miglioramento o di progresso: si pensi alla speculazione edilizia, deplorata in quegli stessi anni anche da Calvino, alla creazione di fabbriche inquinanti e maleodoranti, alla diffusione lenta ma capillare della televisione, che ha finito col condizionare i costumi, gl’interessi e i gusti di noi Italiani e, talvolta, col manipolarne le coscienze. Ma la modernizzazione avanzava anche a ritmo di musica e nel romanzo si parla di alcuni cantanti, tutti americani, che hanno rivoluzionato il mondo della musica leggera, imponendosi all’attenzione di un pubblico vastissimo: Paul Anka; Harry Belafonte e il grandissimo Elvis Preesley. L’Italia, quindi, vive una delicata fase di cambiamento, di passaggio da una civiltà contadina con le sue opere, i suoi riti, le sue antiche abitudini di solidarietà ad una società gretta e individualista, proiettata nevroticamente verso il consumismo più sfrenato ed Orengo, in questo romanzo, attraverso i suoi personaggi eterogenei, molti dei quali realmente vissuti, ne descrive le ansie, gli umori, le speranze e le delusioni. Il romanzo ha una struttura corale, nel senso che non esiste un protagonista e le attenzioni dello scrittore sono equamente suddivise tra i vari personaggi e se, tra questi, Libero sembra avere una maggiore autorevolezza, per il suo rigore morale e per le responsabilità di cui è investito, nonché per essere depositario di alcuni segreti e custode delle armi che sono state sotterrate dai partigiani nelle fasce sopra Latte, il più tenero e disarmato di tutti è, senza dubbio alcuno, il maestro elementare Puglisi, originario della Sicilia, che dalla sua camera, affacciata sul mare, prova e riprova, facendo scorrere le dita su una tastiera di pianoforte, le note di una canzone, con la quale spera di partecipare al Festival di Sanremo. Timido e romantico, Puglisi s’innamora, come un collegiale, di Dolora, che nottetempo, furtivamente, ad uno zio vecchio e malandato, nella speranza di ottenere in eredità un terreno, dispensa visioni beatifiche di porzioni appetitose del suo corpo giovane e piacente. Altre donne, invece, bruciano in una frenesia dei sensi i loro istinti e le loro smanie amorose, è il caso di Luciana che non riesce a frenare i propri ardori e vive una relazione adulterina, rovente, con Luisò e che nell’ultimo appassionato rendez-vous (incontro) mette a repentaglio la propria vita e quella dell’a ­mante, convinta com’è che nel pericolo lieviti il piacere; ma è anche il caso della maestra Canzani, che, a dispetto dell’età, drappeggiata in una vaporosa vestaglia, esibendo un reggicalze, color rosso fuoco, soddisfa le fantasie erotiche di un giovane repubblichino morto a 18 anni durante la guerra civile ed evocato attraverso pratiche spiritiche. Ed è qui che si esercita l’ironia lieve e graffiante d’Orengo, nel delineare questa storia fitta di misteri e segreti che mettono in moto una serie d’investigazioni, d’insinuazioni, di pettegolezzi. Si parla anche della testa di una statua secentesca della Madonna, scomparsa durante la guerra e ricomparsa improvvisamente in cambio delle armi nascoste, che verranno dirottate ai guerriglieri algerini.

La restituzione della testa della Madonna nelle intenzioni di Libero doveva arginare la mobilitazione crescente della curia vescovile nei confronti dei comunisti, atei e generatori di mostri e il ritrovamento della stessa sarà contrabbandato com’evento miracoloso da Don Lercari, sempre più timoroso che la fede della sua comunità possa essere minata dai successi riportati dall’Unione Sovietica (mi riferisco, nel caso specifico, al lancio dello Sputnik, perfettamente riuscito e adegua ­tamente enfatizzato da Libero e i suoi compagni di partito). Ed in questa trama così fitta s’inserisce anche la leggenda dei mostri creati in laboratorio dal bizzarro conte Voronoff, che innestava sugli uomini, usati come cavie, le ghiandole genitali degli scimmioni e sarà, probabilmente, proprio l’ultimo di questi mostri, utilizzati dai tedeschi per combattere il comunismo, sopravvissuto sui monti ad aggredire la Signora Pym e ad introdursi nella stanza da letto di Jolanda e a violentarla, mettendola incinta, ed il grido con cui si apre il romanzo annuncia, appunto, la nascita del figlio di Jolanda, un evento che ha del prodigioso se è vero che esso è accompagnato dall’inaridirsi della fonte, dalla devastazione della vigna, da un’invasione insolita delle meduse, e dal proliferare dei funghi senza che sia caduta dal cielo una sola goccia di pioggia. Jolanda, poi, con la stessa fermezza con cui aveva portato avanti la sua gravidanza, dopo qualche perplessità iniziale, esibisce, non senza un pizzico d’orgoglio, il suo bambino per le strade di Latte, sfidando le occhiate e i mormorii delle donne, preoccupate delle ferite mosse alla morale pubblica, ed il volto severo ed austero di Libero, incaricato dal partito, sempre più prigioniero di un’ottusa burocrazia e di un assurdo puritanesimo, a vigilare non solo sui pericoli della conservazione ma anche sulla moralità degli iscritti. Ed il coraggio, mostrato da Jolanda, che successivamente trova un valido appoggio anche in Dolora, è un ulteriore segno di cambiamento, una rottura nei confronti del passato, l’affacciarsi di una nuova coscienza sociale, morale e culturale. Rimane, in ogni modo, di là del plot narrativo, complesso ed intricato, la Liguria, questa terra meravigliosa che per Orengo non è solo uno spazio incantevole, intriso di luce e d’odori, ma anche e soprattutto una stagione della vita, il tempo mitico dell’adolescenza, l’epoca avventurosa delle scoperte, quando i sogni riempiono le giornate ed i personaggi mitici della carta stampata e della celluloide diventano i nostri abituali interlocutori e compagni di gioco, come   traspare dalla pagina conclusiva alla quale avevo accennato precedentemente. A tutto ciò si aggiunga che negli anni cinquanta, questa striscia di terra, al confine con la Francia, era frequentata da tantissimi personaggi, famosi ed affascinanti, si pensi a Hemingway, a Chaplin, ai Roshild e da attrici bellissime e seducenti penso a Grace Kelly che nel 1955 ha interpretato “Caccia al ladro” di A. Hitchcock, prima di diventare la principessa di Monaco e Ava Gardner, splendida protagonista, nel 1954 di “La contessa scalza” di J. Mankiewicz, girato proprio in questi luoghi. Un mondo, quindi, ed una stagione indimenticabili che Nico Orengo rievoca spesso nei suoi romanzi (si pensi a “Le rose d’Evita” e “La guerra del basilico“) e sempre con una straordinaria leggerezza di tocco, con un’ironia lieve e divertita che gli suggerisce pagine fresche e talvolta esilaranti, con un’attenzione, diretta o riflessa, ma sempre commossa e sincera per il paesaggio ligure in tutta la sua magnificenza e bellezza e con una scrittura piana e ricercata al contempo ma sempre godibilissima. Un romanzo, insomma, delizioso che attraversa la storia in punta di piedi, rimanendo sospeso tra cronaca e poesia, ed esercitando un fascino indiscutibile anche sul lettore più distratto e superficiale. Prima di concludere questa breve presentazione, vorrei ricordare che il titolo del libro fa riferimento non solo alla curva del paese (ai luoghi) in cui si svolge la vicenda ma anche al latte di cui ha bisogno, come nutrimento, il figlio di Jolanda e più in generale al latte in ebollizione, quando s’incurva nel pentolino, prima di essere versato, immagine quest’ultima che il corpo di Luciana, bianco nella sua nudità e teso in un’irrinunciabile offerta d’amore, richiama alla mente di Luisò, proprio verso la fine del libro.


Letto 3926 volte.
A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart