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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

17 Maggio 2008


[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. √ą autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Dani√®le Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccich√®, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori pu√≤ vantare la stima di Franco Fortini.]

Gomorra

Gomorra
Matteo Garrone, 2008
Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Salvatore Abruzzese, Giorgio Morra, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster.

Sull’idea che ciascun italiano, in quanto anche cittadino del mondo, possa avere circa la camorra e tutta la malavita organizzata, crediamo vi siano pochi dubbi. Ma guardare il diavolo in faccia √® un’altra cosa. E l’aspetto pi√Ļ interessante di un film ispirato ad un libro come quello di Roberto Saviano (vendute oltre un milione di copie) ¬†non √® tanto nella soddisfazione che se ne pu√≤ trarre nel sentirsi, mettiamo, ‚Äúdalla parte giusta‚ÄĚ riguardo ai contenuti, quanto ¬†nella necessit√†, suggerita e ‚Äúimposta‚ÄĚ dall’autore proprio col suo film/cinema, di stabilire con camorra e relativo background un rapporto di interazione profonda, cio√® di costruzione del senso, che non pu√≤ limitarsi a giudizi stereotipi sul ‚Äúmale‚ÄĚ che affligge la societ√†, ma che deve necessariamente avere a che fare col testo, col film, comprese le reazioni ¬†derivanti dallo ¬†stile del regista. In sostanza, il valore ¬†del film ¬†Gomorra sta principalmente nell’essere un film di Garrone. Dopo L’imbalsamatore (2002) ¬†e Primo amore (2003), ¬†il regista ¬†continua imperterrito nella sua visione a-emotiva, che per contrappasso fa ¬†risaltare, ¬†gli elementi pi√Ļ crudeli e feroci ¬†delle vicende narrate. O meglio, non narrate bens√¨ ‚Äúpresentate‚ÄĚ. ¬† Tra Napoli e Caserta la vita √® come ghiacciata, ‚Äúfreddata‚ÄĚ con uno degli stessi colpi di pistola e di mitra che risuonano nel film, a sorpresa e insieme naturali, espressioni di normalit√† necessaria quanto terribile. Il paradosso estetico √® dato dall’essenza composita dei personaggi (uno su tutti il Franco/Servillo, boss dei rifiuti tossici), ¬†i quali ¬†con-tengono in s√©, nelle loro voci (dialetto stretto con sottotitoli) e nei loro corpi, tutta la problematica sociale che li ¬†incatena in quella specie di santuario perverso ¬†dell’illegalit√†; e nello stesso tempo vivono di una loro autonomia cinematografica, fatta di momenti molto diversi tra loro, dettagli dell’inconsistenza e della disperazione coatta, che vanno a formare un destino chiuso, invalicabile: una vita recintata dal cordone mitologico che riduce ogni aspirazione a un ¬†generico, martellante e falso ¬†¬ęTutto a posto ¬Ľ. ¬† Cinque storie, trascelte dal voluminoso lavoro di Saviano (lo scrittore ha partecipato alla sceneggiatura), si svolgono intrecciandosi senza alcuna ¬†progressione drammatica, tutto accade in forma di linguaggio, ogni violenza √® messaggio per un discorso assurdamente autoreferenziale. Ma la freddezza di Garrone non √® distacco, non √® lontananza, √® piuttosto invito, indiretto eppure ¬†perentorio, alla riflessione. Dice uno dei ragazzi del film: ¬ęAbbiamo tutto, possiamo fare come ci pare ¬Ľ. Non √® vero, non hanno tutto e non possono fare come vogliono.

Carnera, The Walking Mountain

Carnera, The Walking Mountain
Renzo Martinelli, 2007
Andrea Iaia, Anna Valle, F. Murray Abraham, Paul Sorvino, Kasia Smutniak, Daniele Liotti, Antonio Cupo, Burt Young, Nino Benvenuti.

Primo Carnera, mito triste e piccolo, legato ad un periodo ¬†velleitario in cui la grande comunicazione, in Italia, muove i primi passi verso la grande propaganda senza andare al di l√† di una goffa rappresentazione del falso. Oggi ormai ci sono altri mezzi, sia tecnologici, come dimostra il laboriosissimo intervento digitale per cucire in forma “documentaria” la faccia nuova del pugile campione del mondo 1933 ¬† ¬†(Iaia) con il backgraund d’epoca (Madison Square Garden gremito di tifosi italiani sbandieratori, Piazza Venezia gremita di fascisti idolatri), sia culturali (il ¬†sofisticato dettato comportamentale della pubblicit√† che ci fa sentire “liberi” nelle scelte); sicch√© perfino ¬†l’Uomo di ferro (Iron Man) pu√≤ sembrarci pi√Ļ “umano” della Montagna che cammina. In effetti, questo Carnera di Martinelli (Porzus, Il mercante di pietre) sembra ¬†uscire da un ¬†sogno felliniano. Fiabescamente semplificato a fanciullo, “viaggia” come trasognato dalle elementari in Friuli (Sequals √® il paesino dove nasce nel 1906) alle ribalte della boxe mondiale (Parigi, Londra, New York) ¬†portandosi dentro la costante di una “semplicit√†” pi√Ļ citata che verosimile. E la dura batosta, che dopo il trionfo con Jack Sharkey ¬†gli viene inflitta ¬†nel successivo violentissimo combattimento, non basta a tirarlo fuori da una retorica di maniera (prenderne tante ma restare in piedi), invano nascosta nel corpo colossale (non “maestoso”, ¬†quale si √® voluto vedere) dell’attore protagonista (improvvisato). Zampan√≤ resta dietro l’angolo, non se ne va. Si sente solo, senza il suo regista preferito. E proviamo compassione a lasciarlo l√¨, in quell’Italietta povera assetata di eroi.

Mongol

Mongol
Sergei Bodrov, 2007
Tadanobu Asano, Honglei Sun, Khulan Chuluun, Odnyam Odsuren, Aliya, Ba Sen, Amadu, Mamadakov, Ba Yin, He Qi, Sun Ben Hou, Ji Ri Mu Tu.

Com’√® buono Genghis Khan! Il ¬†siberiano Bodrov ¬†– Il prigioniero del Caucaso (1997), Decisione rapida (2001), ¬†Il bacio dell’orso (2002) – ¬†ha realizzato le riprese nelle sterminate steppe e nelle foreste dove vissero le primitive ¬†trib√Ļ mongole, in Cina, in Kazakhstan e ¬†nell’attuale Mongolia, prima di venire riunite in un unico impero dal ¬†khan Temujin (1162-1227); ha studiato la vera storia dei mongoli che non aveva potuto conoscere da ragazzo, nelle scuole dell’Unione Sovietica; √® andato a Ulan Bator, la capitale della Mongolia, a chiedere ¬†al capo ¬†sciamano il permesso di fare il film; ha dato il ruolo del protagonista al giapponese Tadanobu Asano perch√© √® un grande attore (Zat√≠¬īichi) ¬†e perch√© i giapponesi credono, come anche i Kazaki e i coreani, che Genghis Khan sia stato in realt√† ¬†uno di loro; ha rispettato le usanze e le credenze della gente ancora nomade ¬†nei pi√Ļ sperduti ¬†territori; ha ¬†ottenuto la collaborazione di centinaia di “comparse” per le scene di battaglia a cavallo; ha “catturato” le voci di un complesso folk (curiosa l’assonanza con certi cori dell’antica Sardegna) per la suggestiva ¬†colonna composta poi dal finlandese Tuomas Kantelinen. Insomma, √® stata ¬†seria l’intenzione di restituire alla fama del grande condottiero, dipinto dai russi dominati per due secoli come il pi√Ļ feroce dei conquistatori, una pi√Ļ ¬†giusta dimensione ¬†storica. ¬†E ¬†la contaminazione ¬†della primaria ¬†fonte d’autore ignoto, il poema in versi La storia segreta dei Mongoli ritrovato in Cina nel XIX secolo, con lo ¬†studio dell’illustre ¬†storico Lev Gumilev (il suo libro La leggenda della freccia nera attenuava la “ferocia” di Genghis Khan) ¬†sembra essere avvenuto in maniera indolore, preservando cio√® ¬†al film la dignit√† di una verosimiglianza progressiva. Nulla a che vedere con “cose” come Gengis Khan il conquistatore (Henry Levin, 1965, con Omar Sharif) e ¬† simili ¬†– una ventina di approssimazioni spettacolari dagli anni ‚Äė50 ad oggi. Nella superproduzione (Germania/Kazakhstan/Russia/Mongolia – 15 milioni di euro) ¬†che racconta la mitica ascesa al potere ¬†di Temujin ¬†a partire dall’et√† di 9 anni e dal contrasto paterno con la trib√Ļ rivale dei Merkit, l’elemento spettacolare non manca certo, ma Bodrov ¬†attenua ¬†il rischio ¬†di un cedimento troppo marcato ¬†verso tipologie post-western (i grandi spazi, i cavalli, gli scontri anche rallentati quasi alla Peckinpah) con una tensione antropologica nello sviluppo della sceneggiatura e nel tratteggio dei caratteri. L’amore per Borte (l’esordiente Khulan Chuluun), la donna che ha scelto fin da bambino ¬†come sua moglie, porter√† Temujin a combattere per riconquistarla, trasgredendo princ√¨pi che affondano nella tradizione: ¬ęNon dire a nessuno che andiamo in guerra per una donna ¬Ľ, lo avverte Jamukha (Honglei Sun, uno degli attori cinesi preferiti di Zhang Yimou), suo fratello di sangue e poi nemico acerrimo. L’amore √® centrale nella vita del futuro Gran Khan, il quale, con Borte, ¬†arriva a scoprirsi in accenti “romantici” del tipo: ¬ęSenza te non posso vivere ¬Ľ. ¬† Ma ancora pi√Ļ importante, dal punto di vista storico, √® l’idea di dare a tutti i ¬†mongoli una sola legge, ¬†regole pi√Ļ “umane” in battaglia, rispetto per le famiglie, proibizione della tortura. Il film √® stato gi√† nel programma della ¬†Festa del cinema di Roma 2007.

In Bruges – La coscienza dell’assassino

In Bruges
Martin McDonagh, 2008
Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralpf Fiennes, Clémence Poésy, Jordan Prentice.

Non √® un paese per assassini? Sembra uno scherzo, ma l’inglese McDonagh (Oscar 2006 per il corto Six Shooter) scopre presto un caratterino niente affatto morbido. Il paese √® il Belgio, in particolare la citt√† di Bruges, per i turisti un paradiso di arte gotica. Ma per Ray (Farrell) e Ken (Gleeson) sar√† un posto da incubo. Lo vediamo presto. Gi√† appena arrivati da Londra, i due compari, strana coppia di killer “sfortunati”, si mostrano a disagio. Pi√Ļ accomodante Ken, che sembra voler prendere ¬†dal momentaneo confino a cui li costringe il boss Harry (Fiennes) quel che di positivo ci pu√≤ essere nella fastidiosa situazione; del tutto scontento, sull’orlo di una crisi nervosa, l’emotivo Ray, il quale non sopporta l’idea di dover restare in quel ¬ęcesso di citt√† ¬Ľ per 15 giorni, a nascondersi dopo ¬†il ¬†“lavoro” londinese andato male. Una commedia inglese? Inquivocabile lo spirito, che per√≤, verso la met√† del film, si fa sempre meno leggero, si scurisce fino al Noir. La stessa citt√† diventa nemica ¬†(ma per Ray non √® certo una sorpresa) e si trasforma in luogo di morte. Ray e Ken sono prigionieri del loro capo, Harry li possiede nell’intimo, posseduto egli per primo da una paranoia surreale. Viene il momento che il boss si fa vivo in persona, inferocito dalla negligenza dei suoi uomini, e li tratta come un maestro di scuola isterico tratterebbe due ragazzini birboni. Si ride anche, ma poi si resta col sorriso a met√†, agghiacciati dal finale violento e segnato da una strana “umanit√†”. E’ come se i personaggi si spogliassero del ruolo fittizio e mostrassero il loro lato segreto, persino commovente, sulle tracce di un copione esistenzialista fuori portata, di fuggevole consistenza. Ed √® proprio ¬† questo aspetto paradossale che, mentre qualcuno muore, lascia che qualche altro abbia ancora una possibilit√†. Il tono dell’ambientazione e dei dialoghi √® cos√¨ perfetto da sembrare ottenuto con un miracolo creativo, di quelli difficili da realizzare al cinema. Si pu√≤ perfino perdonare a Farrell qualche smorfia di troppo e al regista/sceneggiatore qualche simbolismo teatrale (Jimmy/Prentice, il nano americano, a Bruges sul set di un film d’essai europeo). ¬† – Dal Sundance Film Festival 2008.

 

Certamente, forse

Definitely, maybe
Adam Brooks, 2008
Ryan Reynolds, Isla Fisher, Derek Luke, Abigail Breslin, Elizabeth Banks, Rachel Weisz.

Toccante. Forse era di aprile, di sicuro fu Maya (Breslin), dieci anni, a dire senza mezzi termini la verit√† al padre Will (Reynolds): ¬ęCredimi pap√†, tu non sei felice ¬Ľ. Siamo a Manhattan, ¬†sembra la conclusione amara della lunga storia sentimentale, che il giovane pubblicitario venuto dal Wisconsin a New York per sostenere la campagna elettorale ¬†di Clinton ¬†ha raccontato alla figlia. E invece il bello deve ancora venire. Sar√† un happyend, ovvio, ma sar√† un finale sofferto e meritato, che allo spettatore questa volta non si poteva proprio ¬†negare. La bambina, svelta intelligente e sensibile (vista in Little Miss Sunshine), ha fatto tesoro della lezione di educazione sessuale ricevuta a scuola per chiedere a Will di metterla al corrente del suo incontro con la mamma e magari di altri amori precedenti. Il momento √® delicato perch√© i cari genitori stanno per divorziare. Will racconta. Con un accorgimento, per√≤: cambier√† i nomi delle tre ¬†donne che ha conosciuto e Maya dovr√† indovinare quale delle tre ha poi sposato ¬†il padre. Brooks, gi√† sceneggiatore di Che pasticcio Bridget Jones, costruisce un simpatico thriller sentimentale poggiato s√¨ ¬†su una solida piattaforma per la difesa della famiglia, ¬†ma con toni alquanto sbarazzini e con un intreccio non banalissimo. Il versante non √® reazionario. ¬†I caratteri sono credibili e ben delineati. Reynolds non √® soltanto un manichino e sfrutta al meglio l'”ambiguit√†” che scaturisce dalla sua maschera sexy semi-ingenua. Breslin ha il compito di raccordare la successione di flash con cui Will ricostruisce i propri tormenti amorosi. E visto che si risale al 1991, riviviamo in ¬†modo verosimile ¬†le atmosfere che portarono gli Stati Uniti alla vittoria democratica. Emily (Banks), April (Fisher) e Summer (Weisz) costituiscono un terzetto ben diversificato e tutt’altro che di superficiale confezione, ciascuna ha le sue buone ragioni per amare e per lasciare Will. Sicch√© il thriller “tiene” fino all’ultima scena. Alla fine, il “trionfo” della bambina ¬†risulta spogliato di retorica, non moralistico.


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Bart