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LETTERATURA: “La doppia vita dei numeri” di Erri De Luca – Feltrinelli

21 Gennaio 2013

di Francesco Improta
(dal “Corriere Nazionale“)

La doppia vita dei numeri di Erri De Luca
Casa editrice Feltrinelli

Con La doppia vita dei numeri (Feltrinelli editore) Erri De Luca torna ai suoi temi più cari e consueti, quei temi che aveva momentaneamente ac ­cantonato per raccontare in Il torto del soldato la storia di un ex criminale di guerra, nazista, divorato non dal senso di colpa ma da quello della sconfitta, e del suo rapporto con la figlia. Va precisato, innanzitutto, che si tratta di una pièce teatrale particolarmente originale, divisa in tre parti e due scene.

Sarebbe stato un atto unico senza soluzione di continuità se Erri non vi avesse inserito a mo’ di cuneo quella parte centrale in cui attraverso un flash back ci riporta a qualche giorno prima quando la protagonista fem ­minile, indicata con un semplice Lei, invita a pranzo il fratello per la sera dell’ultimo dell’anno, promettendogli che per quella occasione avrebbe preparato la pasta alla genovese di cui Lui era particolarmente ghiotto. In questa seconda parte, introdotta da un’interruzione della corrente elettrica, i fasci di luce dei riflettori sono concentrati su due sedie distanti, l’una dall’altra, da dove sembra che fratello e sorella parlino attraverso un im ­maginario telefono. Con il ritorno della luce elettrica si apre la terza parte, quella conclusiva, la più comica che non solo svela il significato del titolo ma ci propone una serie scoppiettante di battute, doppi sensi, incompren ­sioni dovute a cattiva ricezione acustica, dal momento che i fuochi di arti ­ficio, sparati a San Silvestro, non solo riempiono l’aria di fumo ma stordi ­scono anche le orecchie, da qui nomi storpiati e reazioni a catena verbali, soprattutto durante il gioco della tombola, vero e proprio rito officiato, secondo la tradizione, in occasione delle festività. Mi è tornato in mente un capolavoro del teatro comico napoletano Francesca da Rimini di Antonio Petito, puro spettacolo metateatrale, a cui Erri rende tacitamente omaggio. Le sue preferenze vanno, però, al grande Eduardo (superfluo citare il co ­gnome. I grandissimi non ne hanno bisogno: Dante, Michelangelo, Leo ­nardo e appunto Eduardo). A Eduardo, che non ha fatto scuola e che non ha lasciato successori, Erri si accosta non per imitarlo né tanto meno per emularlo ma solo per ammirarlo. Di Eduardo autore sconfinato e attore incommensurabile, come dice nell’introduzione alla pièce teatrale, Erri ama soprattutto due personaggi Zi’ Nicola, un personaggio di Le voci di dentro e Michele Murri, protagonista di Ditegli sempre di sì, due figure di perdenti, di sconfitti, Erri li definisce ammaccati tenaci, che hanno, però, un’indiscutibile purezza e una dignitosa saggezza. Anche i fantasmi dei genitori, evocati da Lei per giocare a tombola con il fratello, ci richiamano alla mente Questi fantasmi di Eduardo con la sola differenza che i fantasmi di Eduardo sono già stati licenziati dal mondo mentre quelli di Erri si siedono a tavola con i vivi.

Vale la pena ricordare – è così infatti che si apre il libriccino di Erri (69 pagine in tutto) – che per lui il teatro non è che un racconto in cui scompare la figura dello scrittore e che alla base del racconto c’è sempre e soprattutto l’orecchio prima e più della vista, soprattutto in una città come Napoli, dove regna sovrana l’ammuìna, quel trambusto infernale, che impedisce alla vista di spaziare. L’udito, quindi, e in seconda battuta l’olfatto, sono i sensi più sollecitati ed esercitati. Non è un caso che Napoli sia, o meglio sia stata, la città delle canzoni e del teatro, per necessità di mimica e di scambio di gesti, di voci e di suoni.

In questa pièce si rilevano altri motivi, presenti da sempre nella sua produzione: il senso di colpa nei confronti dei genitori cui aveva accennato in maniera abbastanza esplicita in I pesci non chiudono gli occhi, l’amore per la sua città, dove però non può più tornare perché il posto da cui si era allontanato a 18 anni non esiste più, il ricordo dei bombardamenti a Napoli come a Mostar e la scrittura come consolazione e compensazione.
Pregiato e indimenticabile il cameo della pernacchia, tratto da L’oro di Napoli di Giuseppe Marotta e magnificamente interpretato da Eduardo nel film omonimo.

Vorrei concludere queste brevi note con le definizioni che Erri dà rispet ­tivamente del dialogo e del monologo:

“Mi appassiona il dialogo, lo scambio di battute dove la parola è palla da biliardo spinta a rimbalzare tra le sponde, senza governo. Nel dialogo mi capita di dare torto a me stesso, di trovare impreviste obiezioni, ben ­venute. Sviluppo lo spirito di contraddizione, indispensabile anticorpo dell’isolamento”.

Non meraviglia che Erri abbia privilegiato il teatro e la narrativa; non va dimenticato, però, che egli è anche un magnifico poeta e che la sua scrit ­tura è spesso intrisa di lirismo, come dimostra la definizione che dà di monologo:

“Monologo è quello del fuoco nel camino, che borbotta, sputa, scric ­chiola, soffia e fa una ninnananna, una preghiera, un’arringa di avvocato difensore”.


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