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Processo Ruby, sentenza dopo le elezioni. I giudici hanno ridefinito il calendario

21 Gennaio 2013

di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 21 gennaio 2013)

MILANO – I giudici del Tribunale di Milano, davanti ai quali si sta celebrando il processo Ruby a carico di Silvio Berlusconi, ritoccando il calendario assieme alle parti, hanno preannunciato che la sentenza arriverà comunque dopo il voto delle politiche, in quanto l’ultima udienza si terrà l’11 marzo. Probabile anche la requisitoria dopo il voto.
I PM – I giudici del processo sul caso Ruby, che non avevano sospeso il dibattimento per la campagna elettorale, hanno proposto alla Procura un «momento di riflessione » e quindi hanno chiesto ai Pm se non volessero rinviare la loro requisitoria al 4 marzo, ossia dopo il voto. Il pm Boccassini ha spiegato invece al collegio di non avere bisogno di questa pausa, e che non è giusto che «il peso eccessivo » di un rinvio venga «scaricato » sulla procura.

AVVOCATI – CANDIDATI – Gli avvocati di Silvio Berlusconi Niccolò Ghedini e Piero Longo avevano chiesto stamattina ai giudici del processo Ruby di sospendere il processo e di rinviarlo a dopo le elezioni perché entrambi sono candidati uno al Senato e l’altro alla Camera. «Nel caso che la richiesta fosse respinta – ha poi spiegato Ghedini ai giornalisti – potremo eventualmente decidere di rimettere il mandato perché un avvocato può stare nel processo se ciò è utile ma noi siamo costretti a scegliere tra fare la campagna elettorale o fare i difensori nel processo e ciò è molto grave ».


Sullo stesso tema anche qui, qui, qui.


Perché il Financial Times ha scritto che Monti non è l’uomo giusto per guidare l’Italia
di Redazione
(da “il Foglio”, 21 gennaio 2013)

E’ di ieri  l’editoriale  apparso sul Financial Times online firmato da Wolfgang Münchau e intitolato “Perché Monti non è l’uomo giusto per guidare l’Italia”.  

“Molteplici le accuse mosse dal giornalista tedesco al premier tecnico uscente Mario Monti: “Come primo ministro ha promesso riforme e ha finito per aumentare le tasse. Il suo governo si è impegnato ad introdurre modeste riforme strutturali che sono state annacquate fino all’insignificanza macroeconomica. Dopo aver iniziato come un leader di un Governo tecnico, è emerso come un duro politico”. L’unico merito del professore, a detta di Münchau, sarebbe quello di aver “salvato l’Italia dal baratro, o meglio da Berlusconi, il suo predecessore”.

Nel suo editoriale Münchau sfata anche il mito dell’effetto benefico delle politiche di Monti sullo spread:  “Molti italiani sanno che è legato a un altro Mario, il presidente della Bce, Draghi”.

Il quotidiano inglese non è stato tenero nemmeno con il centrosinistra italiano guidato da Pier Luigi Bersani, tacciato di poca coerenza rispetto ai provvedimenti di austerity in precedenza sostenuti attraverso l’appoggio al governo tecnico di Monti e ora quasi rinnegati, per via della campagna elettorale in corso.

Ma ce n’è anche per l’ex premier e leader del Pdl Silvio Berlusconi, in termini parzialmente positivi stavolta:  “Finora la campagna dell’ex primo ministro è stata positiva. Ha lanciato un messaggio anti-austerità cui è sensibile l’elettorato deluso. E ha inoltre continuato a criticare la Germania per la sua riluttanza ad accettare gli eurobond e a permettere che la Bce acquistasse bond italiani senza condizioni”.

LE REAZIONI –  Un primo commento all’editoriale di Münchau è arrivato questa mattina da Massimo D’Alema, ospite di Sky Tg24: “Ho grande stima di Monti, abbiamo sostenuto il suo governo, ma sono d’accordo con il Financial Times quando dice che Monti non è l’uomo adatto a guidare il Paese, che   oggi ha bisogno di politica, di qualcuno che condivida i sentimenti   dei cittadini”. “Monti – ha proseguito D’Alema – pretende di essere bravo solo lui. Dice che vuole liberare il Paese dagli incapaci… Ma noi abbiamo governato con Ciampi, Prodi, Padoa Schioppa: calma Professore! Il suo è un atteggiamento che difficilmente va bene al Paese”.

Non si è fatta attendere la replica di Mario Sechi, ex direttore del Tempo e attuale capolista per la Sardegna al Senato di Scelta Civica:  “D’Alema è d’accordo con il Financial Times? Evidentemente non ha letto per intero l’articolo di Wolfgang Münchau, dove si dice che Pier Luigi Bersani è timido di fronte alle riforme strutturali'”. “D’Alema – ha proseguito Sechi – dimentica che la fretta è nemica della perfezione. Prima di dichiarare bisogna leggere. Avrebbe così scoperto che il commento critica tutti: Monti, Bersani e Berlusconi”. “In realtà – ha concluso il giornalista – chi legge regolarmente gli articoli di Wolfgang Münchau sa che il suo vero obiettivo è criticare le politiche di Angela Merkel”.


Sui guasti di Monti anche qui.


Pera: “Chiusi un occhio su Previti e Dell’Utri, speravo si fermasse lì”
Intervista a cura di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 21 gennaio 2013)

Senatore Pera, lei annuncia che lascerà l’Aula di cui fu presiden ­te dal 2001 al 2006…

«Più che il Parlamento, la ­scio la politica ».

C’è della polemica?

«Neanche per idea. Me ne vado per ­ché prendo atto di essere superato ».

Superato?

«Mettiamola così: ho esaurito il mio contributo. Non soltanto io ».

E chi altro?

«Esce di scena la prima generazione di Forza Italia, quella che aveva cre ­duto di poter realizzare insieme con Berlusconi una rivoluzione liberale in questo paese ».

Parla dei «professori azzurri »?

«Mi riferisco a loro, anzi a noi ».

Colletti, Vertone, Melograni. E poi Rebuffa, Mathieu, Urbani, Martino… In verità Martino rimane sulla brec ­cia, anzi il Cavaliere l’ha voluto capo ­lista del Pdl in Sicilia.

«Sì, ma è l’idea di rivoluzione liberale che non c’è più, e non la si può riesu ­mare candidando una bandiera ».

Quindi lei si congeda dalla politica perché è venuto meno il progetto.

«Esatto. Si è sfaldato il progetto, e di conseguenza un certo referente so ­ciale che stava dietro, vale a dire una borghesia dell’impresa, delle profes ­sioni e dell’intellighenzia affascinata nel ’94 e anche nel 2001. Ricordo tanti colleghi universitari che simpatizza ­vano con noi sebbene non lo dicesse ­ro in quanto si vergognavano di Ber ­lusconi… ».

E di certi personaggi al suo fianco.

«A quel tempo noi dovevamo difende ­re Dell’Utri e Previti. Ma con l’intesa, tacita ma convenuta tra noi, che ci si sarebbe fermati lì. Invece si è andati ol ­tre, molto oltre ».

Torniamo alla rivoluzione mancata.

«Sulle cause, cerco di essere equani ­me. Oltre agli errori nostri (miei), c’è che la società civile non ci è venuta die ­tro. A parole sì, nella pratica molto me ­no. Perché un conto è condividere certi principi, altra cosa è metterli in pratica toccando gli interessi delle lobby, delle corporazioni. L’ultima grande occasio ­ne per provarci davvero arrivò dopo la vittoria del centrodestra nel 2001 ».

E non fu colta…

«Ahimè no. La coalizione non ci crede ­va. Intendiamoci, Berlusconi ha ragio ­ne quando dice che mettere d’accordo Bossi, Fini e Casini sulle riforme era un’impresa impossibile: del resto quel ­la era una coalizione costruita solo per vincere, mica per governare. Però le re ­sistenze venivano pure da dentro ».

Dentro cosa?

«Forza Italia. Dalla componente ex-de ­mocristiana, di cui il dottor Letta era il paradigma, colui che la rappresentava meglio di tutti. Non appena si avanza ­vano proposte liberali, queste venivano bollate come troppo rivoluzionarie ».

Quindi non se ne faceva nulla.

«L’agenda governativa veniva sempre dettata dalle circostanze del momento. E il richiamo agli ideali era diventato uno slogan vuoto. Ma il vero colpo di grazia arrivò nel 2007, con il “predelli ­no” e la conseguente nascita del Pdl. Quando la generazione azzurra venne progressivamente rimpiazzata da quella proveniente dal vecchio Movi ­mento sociale italiano. Si cominciò con il 30 a loro e 70 a noi, ora è meno del contrario a favore degli ex-An ».

Beh, anche voialtri potevate essere meno astratti e un po’ più combatti ­vi…

«Non c’è alcun dubbio, c’è stata una ca ­renza soggettiva, cioè nostra. Dei pro ­fessori (anche se io i comizi li andavo a fare e ho costruito il partito a Lucca). Forse eravamo illusi e ingenui. O maga ­ri non ci siamo battuti con sufficiente energia. Certo l’insistenza pedagogica di Forza Italia all’inizio era grande, poi a un certo punto è venuta meno. E guardi adesso che triste fine ha fatto un tema di cui tanto si era parlato tra noi, la riforma costituzionale: ormai Berlusconi al pari di Monti la tratta co ­me se tutto si esaurisse nel taglio del numero dei parlamentari… ».

Berlusconi le risponderebbe: io sono di nuovo in campo come nel ’94. Non gli crede?

«E’ vero, è in campo e può anche rivin ­cere le elezioni, ma quella fase è chiusa lo stesso. Può far leva sulla paura della sinistra, secondo me in parte motivata; non più sui sentimenti positivi. La bor ­ghesia l’ha in gran parte abbandonato. Gli è rimasto il popolo, al quale delle idee liberali non importa un bel nulla. Per questo, le dicevo, io sono superato. Mi faccio da parte senza mendicare e senza recriminare ».


Il costituzionalista Alessandro Pace risponde all’Unità: Perché ho difeso la Procura di Palermo

GENTILISSIMO DIRETTORE, CON MIA VIVA SORPRESA E RINCRESCIMENTO ho letto, nell’articolo «La sconfitta giustizialista » di Giovanni Pellegrino apparso su l’Unità del 17 gennaio, che 1’«atteggiamento pru ­dente » dei pubblici ministeri della Procu ­ra della Repubblica «fu in seguito abban ­donato nella linea difensiva assunta dalla Procura dinanzi alla Corte costituziona ­le, che fu invece di aperto e di ingiustifica ­to attacco al presidente della Repubblica accusato di pretendere privilegi un tem ­po propri della regalità e quindi estranei ad una moderna democrazia ».

Poiché ritengo offensivi sia il titolo che i toni usati dall’autore, mi consenta, in quanto componente del collegio di dife ­sa, di spiegare le ragioni per le quali accet ­tai di difendere la Procura di Palermo e i motivi per i quali nella memoria di costi ­tuzione fu evocato l’ordinamento monar ­chico spagnolo.

Le ragioni per cui accettai di difendere la Procura di Palermo sono le stesse di sempre. Non già un gratuito giustizialismo, ma la mia ferma convinzione del va ­lore del costituzionalismo garantista, sempre attento a che il potere, quale che esso sia, non superi i suoi limiti.

Limiti, sottolineo, che devono essere difesi senza distinguere a seconda di chi li abbia violati. E poiché questa volta, a torto o a ragione, ritenevo, da costituzio ­nalista, che quei limiti fossero stati supe ­rati dal presidente Napolitano – che pure assai stimo e che in precedenza pubblica ­mente ho difeso -, decisi per il sì.

La tesi su cui si basava il ricorso presen ­tato dall’Avvocatura generale dello Stato – e cioè «le intercettazioni di conversazio ­ni cui partecipa il presidente della Repub ­blica, ancorché indirette od occasionali, sono da considerarsi assolutamente vieta ­te » – costituiva infatti ai miei occhi un gra ­ve vulnus ai principi in favore dei quali in precedenza mi ero battuto nei giudizi sui lodi Schifani e Alfano, e cioè che le prero ­gative costituzionali devono fondarsi su una «enunciazione formale ed espressa » della Costituzione oppure devono emer ­gere «in modo univoco dal sistema costi ­tuzionale ». Ebbene, in nessun articolo della Costituzione, né in alcuna legge del ­la Repubblica sta scritto che si possa vie ­tare un’intercettazione casuale. Il «fatto fortuito » non può infatti costituire l’og ­getto di un divieto.

E poi: come escludere, una volta rico ­nosciuta una tale immunità al Capo dello Stato, che questa venga pretesa, in casi analoghi, dal presidente del Consiglio (un emulo di Berlusconi) e dai ministri, sulla base dell’esatto e indiscutibile argo ­mento che, dal punto di vista «operati ­vo », essi esercitano «poteri attivi » che in ­vece non competono al presidente della Repubblica?

E qui viene in considerazione l’altro ri ­lievo critico mosso da Giovanni Pellegri ­no. Per quanto paradossale sia la tesi che un fatto fortuito possa essere oggetto di divieto, mi sembrò doveroso, quanto me ­no per completezza, verificare come si comportasse al riguardo una moderna monarchia parlamentare come quella spagnola, nella quale la persona del Re è tuttora qualificata inviolabile. Contattai perciò tre eminenti cattedratici spagnoli ed ebbi da loro la seguente risposta che fu riportata nella memoria: «Una legitti ­ma intercettazione di una conversazione telefonica nella quale accidentalmente fi ­guri il Re come mero interlocutore non equivale a “investigare la persona del Re”. E quindi la registrazione della con ­versazione ben potrebbe essere valutata dal giudice istruttore che ne ordinerà la distruzione solo se irrilevante ai fini delle indagini, mentre in caso contrario essa resterebbe agli atti qualora la sua distru ­zione possa danneggiare l’accusa oppure i diritti della difesa ».

Mi consenta in conclusione di aggiun ­gere una chiosa che certamente interesse ­rà i suoi lettori. Diversamente da quanto generalmente rilevato all’indomani della sentenza, vi sono in essa tracce consisten ­ti delle critiche mosse dalla Procura di Pa ­lermo. Infatti, a parte la statuizione che il divieto preventivo di intercettazione ca ­suale «non è applicabile nella fattispecie  proprio per la casualità e l’imprevedibilità della captazione », la Corte nega che la distruzione delle registrazioni possa es ­sere pressoché automatica, come preteso nel ricorso. Inoltre, fermo restando che le autorità che hanno disposto le indagini ed effettuato le captazioni hanno «l’obbli ­go di non aggravare il vulnus alla sfera di riservatezza delle comunicazioni presi ­denziali, adottando tutte le misure neces ­sarie e utili per impedire la diffusione del contenuto delle intercettazioni », la Corte prescrive che il giudice, nel decidere o meno la distruzione delle intercettazioni –   e quindi dopo aver valutato il contenuto delle intercettazioni (ciò che il ricorso escludeva) – «dovrà tenere conto della eventuale esigenza di evitare il sacrificio di interessi riferibili a principi costituzio ­nali supremi: tutela della vita e della liber ­tà personale e salvaguardia dell’integrità costituzionale delle istituzioni della Re ­pubblica (art. 90 Costituzione). In tali estreme ipotesi, la stessa Autorità adotte ­rà le iniziative consentite dall’ordinamento ».

Con il che la Corte costituzionale ha fatto sua la preoccupazione della Procu ­ra, prospettata nella discussione orale, che l’immunità presidenziale potesse fini ­re per «coprire » anche le conversazioni nelle quali lo stesso presidente della Re ­pubblica risultasse coinvolto in un atten ­tato alla Costituzione. A fortiori l’immu ­nità così riconosciuta non potrà coprire eventuali reati extrafunzionali.


Tutti i dubbi sulla «salita in politica ». Sbagliato mettere i cittadini in trincea
di Piero Ostellino
(dal “Corriere della Sera”, 21 gennaio, 2013)

L’intervista che il presidente del Consiglio ha concesso al direttore del Corriere assume un valore maieutico. Ora, del pensiero politico del Professore sappiamo più di quanto non sapessimo prima dell’intervista.

Ma non pare ci sia di che rallegrarsi. Monti dice di voler evitare, proponendosi in versione politica e elettorale, la dissipazione «di tutti i sacrifici che gli italiani avevano fatto, con grande senso di responsabilità, per sottrarre i Paese a un sicuro fallimento ». A dirla tutta, gli italiani, di quei sacrifici, avrebbero fatto volentieri a meno. L’abnorme aumento della tassazione è stato autoritariamente imposto e socialmente è mal sopportato. Se la democrazia è il sistema in cui il governo risponde al popolo, ciò che, in realtà, è avvenuto è che il popolo â— trasformato in imo strumento del progetto burocratico che il capo del governo aveva in mente â— ha risposto al governo e non c’è traccia di ima convincente risposta del governo al popolo, cui Monti, in assenza di prova contraria (il «sicuro fallimento ») chiede di credergli sulla parola.

Il presidente del Consiglio ne fa, però, anche e soprattutto, una «questione etica ». Ma la traduzione della sfera morale in sfera sociale è (sempre) il primo passo verso il totalitarismo. La «società della sorveglianza » â— esemplificata dallo Stato di polizia fiscale e dallo strampalato Redditometro â— ne è la logica premessa amministrativa. Alla realistica osservazione del direttore del Corriere che i suoi alleati elettorali,

Casini e Fini, «nella politica tradizionale hanno sguazzato per anni », Monti risponde, inoltre, che «entrambi hanno avuto il merito di vedere per tempo quali guasti producesse un bipolarismo incompiuto e conflittuale ». Il guaio è che la democrazia liberale è, come predicava il liberale Luigi Einaudi, conflittuale, o non è; e il bipolarismo è la forma che, nella società aperta, assume l’alternanza al governo di due forze contrapposte. «È la prima volta â— insiste, però, Monti â— che… viene proposta agli elettori, su base nazionale, una formazione che include esponenti di valore del volontariato, dei mondi dei lavoratori dipendenti, delle professioni, dell’associazionismo, dell’imprenditoria, della scienza, gente capace, persone che hanno scelto di rischiare ».

Non sarebbe la prima volta. Era già accaduto con la costituzione della Camera (dei fasci) e delle corporazioni. Aggiunge, infatti, il presidente del Consiglio: «È soprattutto la composizione del Parlamento che va cambiata, con le elezioni, se vogliamo che vi siedano persone con la cultura del cambiamento e non della conservazione, delle riforme e non delle clientele ». Ma il carattere antipolitico, e neocorporativo che, nelle sue intenzioni, avrebbe un Parlamento siffatto non sarebbe una versione dell’organicismo sociale â— la sovrapposizione dello Stato sulla Società civile â— teorizzato da Giovanni Gentile? Intendiamoci. Monti non è Mussolini e non gli assomiglia neppure alla lontana. Ma il suo pensiero politico ha tali e tanti margini di ambiguità da giustificare molte perplessità.

La chiamata alle armi del popolo intero, da parte di Monti «politico », suona, infine, parecchio anacronistica: «Un tempo potevamo dire: io aiuto il mio Paese facendo bene e con onestà il mio mestiere, la mia parte. Oggi non basta più. Se non ci impegniamo direttamente… questo Paese non avrà futuro ». La condanna della libertà del cittadino della moderna democrazia liberale di farsi (anche) i fatti propri pare il rifiuto del celebre discorso di Benjamin Constant, degli inizi dell’Ottocento, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni. La partecipazione alla polis, che nella democrazia liberale è un diritto, era il modo d’essere del cittadino nella democrazia ateniese e un dovere negli Stati totalitari del Novecento.


Orologi e Fiat, il falso mito dell’Avvocato
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 21 gennaio 2013)

Sono passati dieci anni dalla sua morte, ma di lui si parla ancora, naturalmente bene, checché ne dica Ferruccio de Bortoli, che sul Corriere della Sera lo ha commemorato con una prosa stranamente accorata per uno che di cuore ne ha poco e, di solito, nasconde anche quello.

Gianni Agnelli comunque è stato un grande: un grandissimo bluff, ed è giusto non venga dimenticato. Difatti è passato alla storia come re d’Italia non tanto per ciò che ha dato al Paese, quanto per ciò che ha avuto.

Noi italiani siamo fatti così: cerchiamo di fottere il sovrano per tirare a campare, ma se è lui a fregarci gli riconosciamo volentieri una certa superiorità. Onore al merito, anzi ai meriti, dell’Avvocato che fu promosso tale coram populo senza mai esserlo stato; che cominciò a lavorare a 45 anni, età alla quale i suoi dipendenti andavano in prepensionamento; che presiedette Confindustria inciuciando con Luciano Lama, segretario generale della Cgil, e concordando con lui il punto esiziale di contingenza; che fu nominato senatore a vita grazie all’incosciente generosità di Francesco Cossiga; che prima fondò a Venezia il museo di Palazzo Grassi, poi lo affondò; che ricevette in eredità dal nonno (e da Vittorio Valletta) una stupenda fabbrica di automobili riducendola a rottame, successivamente rimessa in piedi dal fratello Umberto e da Sergio Marchionne.

Un uomo con un simile curriculum sarà ricordato per sempre e sempre sarà lodato. La gente come lui piace assai dalle nostre parti. Piaceva ieri e piace oggi, anche se non c’è più. Amava l’arte, compresa quella contemporanea, per cui era considerato colto; aveva un debole per i giornali e sopportava i giornalisti, per cui godeva (e gode) di buona stampa; non era anticomunista dichiarato, per cui era rispettato dai conformisti di sinistra.

Agnelli più che un imprenditore era un prenditore: lo Stato lo ha sempre aiutato, gli ha dato soldi senza mai pretenderne la restituzione; il popolo lo ha gratificato con la propria ammirazione; i politici davanti a lui erano in soggezione e facevano a botte per farsi fotografare al suo fianco; chi di loro riuscì a farsi invitare a cena a Villar Perosa o altrove lo ha raccontato a cani e porci per gloriarsi.

Già, l’Avvocato, nonostante abbia fallito in ogni campo, perfino in quello di padre (un figlio suicida dopo un’esistenza amara, una figlia che ha intentato causa alla famiglia per questioni di soldi), nonostante avesse fama di tombeur de femmes, e affermasse che l’amore è cosa da cameriere (servitù, insomma), fu elevato agli altari: l’unico santo laico che abbia ancora devoti dalle Alpi alla Sicilia e in ogni strato sociale, fra credenti e miscredenti, indifferentemente.

Quando morì, l’azienda era sul punto di consegnare i libri in tribunale. Il patrimonio personale del maggiore azionista fu cercato all’estero: si sospettava addirittura che una quota di capitali fosse stata sottratta al fisco; si ignora come si sia conclusa l’indagine. Probabilmente bene, cioè con un nulla di fatto, meno male.

La Fiat ha resistito alla burrasca. I nipoti se la sono cavata egregiamente. Gianluigi Gabetti, l’uomo della finanza, ha lavorato benissimo e ha salvato il salvabile, speriamo anche se stesso. Marchionne ha compiuto un miracolo. E Agnelli seguita a essere adorato da tutti. È quello che si dice un mito. Le sue opere memorabili però rimangono queste: l’orologio sopra, e non sotto, il polsino della camicia; la cravatta sopra, e non sotto, il pullover.


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Bart