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LETTERATURA: La Fortuna

21 Agosto 2009

di Felice Muolo  

        Si giocava al lotto una volta la settimana, diversamente dalle tre di adesso. Quando partiva per la spesa, il dispensiere sollecitava i numeri e i soldi dai vari reparti e faceva le puntate. Al ritorno consegnava le matrici ai rispettivi proprietari. Era passato più o meno un mese da quando era venuto nel mio ufficio e, per togliermelo dalle palle, gli avevo comunicato la mia data di nascita. Ogni settimana l’aveva giocata. Fu in questo modo che beccai un terno. Vinsi una sommetta discreta, pari a un paio di mesi di stipendio. Tutto il personale dell’albergo dove lavoravo mi dette del rotto in culo.
        Per ritirare la vincita, qualche tempo dopo, mi recai nel capoluogo della mia regione, alla banca d’Italia. Anche qui, allo sportello, uno dietro di me mi dette del rotto in culo.
        In quel periodo non ero contento. Da non molto avevo pubblicato a mie spese il mio primo romanzo. Era stato accolto benissimo. Una storia intensa e coinvolgente, avevano scritto. Non ero contento perché il libro circolava solamente al mio paese, non era distribuito sull’intero territorio nazionale. In questo modo non avrei mai potuto vincere il Nobel della letteratura. Non pensavo di vincerlo veramente ma la speranza volevo averla.
        Andai dunque a ritirare la vincita. Con il malloppo in tasca decisi di fare una visita al Grande Scrittore. Risiedeva nella città dove mi trovavo. Attraverso una amica di mia moglie, moglie di un suo amico, gli avevo mandato il romanzo, per sapere cosa ne pensava ma con la segreta speranza che lo facesse ripubblicare dal suo editore di importanza nazionale, per avere qualche speranza in più di vincere il premio. Quando mi presentai all’ingresso della sede della televisione dove lavorava e fui annunciato, con grande meraviglia mi ricevette: ero sicuro che mi avrebbe invitato a girare al largo.
        Sedeva dietro una scrivania ingombra di pile di giornali che a malapena mi lasciavano intravedere il suo volto barbuto standogli in piedi di fronte. Il primo pensiero che mi venne in mente fu: se io fossi un grande scrittore come lui, non trascorrerei le mie giornate chiuso in una stanza come un impiegato, andrei in giro per il mondo a raccogliere materiale per i miei libri. Allora ignoravo che un lavoro appropriato permette di raggiungere certe mete, se vuoi fare lo scrittore.
        Mentre pensavo, il Grande Scrittore mi piantò gli occhi addosso e mi chiese chi ero e cosa andavo cercando. Lo aggiornai. Naturalmente cadde dalle nuvole.
        Mi sponsorizzai. Dissi che un giornale di un paese vicino al mio mi aveva chiesto di pubblicare a puntate il mio romanzo. Mi ero preso un po’ di tempo per decidere e nel frattempo il giornale aveva chiuso i battenti. Il Grande Scrittore mi fece subito notare che avevo commesso un errore a tirarmi la calza. Poi mi informò che il romanzo non l’aveva ancora letto. Disse di telefonargli in seguito per riparlarne e mi liquidò.
        Lo chiamai solo perché la fortuna va tentata.


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3 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 21 Agosto 2009 @ 12:53

    La scrittura di Felice Muolo, a primo impatto, non lascia traccia. Però, quando ti ricapita davanti, ne riconosci subito le stimmate, comportandosi come il famoso ago che fa esclamare ‘già fatto?’, ma il farmaco te lo somministra tutto, e con esso i benefici.

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 21 Agosto 2009 @ 16:48

    A proposito di fortuna, Tolstoj scriveva: “La nostra fortuna, amico, è come l’acqua nella rete: tiri la rete e la senti gonfia, e quando l’hai tirata a terra non c’è niente”. Ma Machiavelli sosteneva: “ Iudico che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi”. E l’aspirazione letteraria val la pena che tenti la fortuna, giacché difficile, per moltissimi, trovare spazio in “quel mondo” quasi blindato, come più volte ne abbiamo parlato anche nella presente rivista. È, dunque, comprensibile la ricerca di un “aiutino”, presso chi “conta”, da parte del protagonista, che, però, pare persona con i piedi ben piantati per terra, non troppo facile all’illusione. Ma la fortuna, dunque, come ricorda Machiavelli, va in qualche modo “cercata” e “indirizzata”. E va un po’ “forzata”, nella vita, qualche volta almeno.
    Prosa di una essenzialità tale che asseconda in maniera compiuta e autentica il contenuto. Prosa che definirei quasi scanzonata, smitizzata da qualsiasi rigido utilizzo, ma portatrice di un’incisiva proposta espositiva. L’intento narrativo si disvela nella sua dinamica oggettiva, con una chiara coerenza visiva e concettuale
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by Felice Muolo — 21 Agosto 2009 @ 17:49

    Grazie per gli apprezzamenti, Carlo e Gian Gabriele. Magari non vincerò il Nobel ma la vostra stima mi ripaga abbastanza.

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