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LETTERATURA: La mia passione per la montagna

15 Novembre 2009

di Mario Di Monaco

[Mario è mio fratello. E’ il minore dei tre. Con lui, che abita a 2 km da casa mia, sulla stessa via Pisana, mi vedo quasi ogni giorno. Parliamo insieme di tante cose. Di questi tempi, soprattutto di politica. Vogliamo un’Italia migliore e non riusciamo a vederla. Viviamo di speranze. Conoscevo la passione di mio fratello, una passione che appartiene anche all’altro che vive in provincia di Bolzano, il maggiore di noi, Giuseppe. Lui ha le Dolomiti a disposizione, ma quando d’estate viene a trovarci, si unisce a Mario e insieme si arrampicano sulle Apuane e sugli Appennini. Qualche volta, per una escursione facile, portano anche me. Faccio fatica a stargli dietro. Rallentano per non lasciarmi solo. So di essere di peso, ma quella bellezza e quella felicità che sempre mi decantano, perché non devo provarla anch’io? E così salgo con loro, sfiato e arranco. Però ne è sempre valsa la pena. Mia moglie, che non manca mai di accompagnarmi, è più brava e resistente di me. Mi precede, e ogni tanto si volta a guardarmi, sorride, compiaciuta di superarmi, almeno sulla montagna. :-) bdm]

Il mio interesse per la montagna è nato negli ultimi anni della mia attività lavorativa.  

Dopo aver  passato gran parte della mia esistenza rinchiuso in un ufficio, fra i rumori di campanelli,  telefoni e macchinari vari, il desiderio del contatto con una natura incontaminata, in luoghi dove, nel più assoluto silenzio, poter posare lo  sguardo su panorami sconfinati, è diventato sempre più pressante.  

 Negli ultimi tempi, mi capitava sempre più spesso di fermarmi davanti al finestrone vicino alla mia scrivania,   ad osservare le variopinte casette dei piccoli paesini abbarbicati sulle pendici dei monti attorno alla mia città, che specialmente all’imbrunire, quando s’illuminano, assomigliano a quelle di un enorme presepe.  

Il mio pensiero correva ad immaginare la vita di quelle remote località, affrancata dalle nevrosi e dai malesseri della città, e a come sarebbe stato bello, anche per me, poter   trascorrere l’ultima parte della mia esistenza in quei luoghi impregnati di serenità e   odori e colori della natura.  

E’ in quel periodo che maturai l’idea di utilizzare il tempo libero da pensionato per visitare quei paesi e toccare con mano la realtà   vissuta dai loro abitanti.  

Fino ad allora, il mio interesse per la montagna era legato alla   passione per lo sci, che mi portava a trascorrere   le vacanze sulle splendide pendici delle  Dolomiti. La scelta della località era influenzata più dalla qualità e quantità delle piste disponibili che dall’ambiente naturale nel quale era inserita.  

Dopo il mio pensionamento, ho messo in pratica il progetto tanto agognato ed ho elaborato un programma che mi permettesse di visitare la maggior parte dei paesi che ritenevo più interessanti.

Decisi di iniziare con quelli della Garfagnana e dell’Appennino Tosco-Emiliano, per poi   addentrarmi nelle più impervie località delle Apuane, e passare infine a quelli più accessibili delle colline Lucchesi e Pisane.  

Nei giorni di bel tempo, partivo la mattina presto con la mia Panda a trazione integrale, appositamente acquistata per affrontare più agevolmente anche le strade sterrate, avvisando mia moglie che sarei rincasato la sera.  

Quando raggiungevo la località programmata, parcheggiavo l’auto all’ingresso del paese e percorrevo a piedi   tutte le vie del borgo. Mi incuriosivano in particolar modo le forme dei portoncini delle case più in vista, circondati da archi in pietra su cui erano scolpiti gli stemmi delle famiglie   che vi avevano vissuto. Non mancavo mai di visitare la chiesa ed il cimitero che riservavano sempre piacevoli sorprese.

Una abitudine che amavo particolarmente, era quella di individuare il luogo dove solitamente trascorrevano le giornate gli abitanti del paese, ormai, purtroppo, quasi tutti anziani, e intrattenermi con loro per conoscere i fatti e le tradizioni della loro vita quotidiana e carpire magari qualche interessante   aneddoto. La postazione migliore era il bar del paese ed una sedia vicino al tavolo dove si svolgeva una partita a carte. Qui allora mi sedevo, ordinavo birra e panino,  e, in religioso silenzio, assistevo ad interessanti conversazioni, da cui traspariva una esistenza semplice fatta di consuetudine, di serenità e di una invidiabile lentezza.  

Mi è rimasta impressa una scena cui ho assistito in un piccolo paese situato sulle pendici delle Apuane meridionali.  

Era il pomeriggio di una bella giornata di primavera e mi trovavo nella piazzetta del borgo, ai cui lati erano situati l’antica chiesetta, con il sagrato delimitato da un basso muro in pietra, il fatiscente ufficio postale, con il cartello che riportava l’indicazione dell’unico giorno settimanale di apertura, la piccola bottega in cui si vendeva un po’ di tutto, e il bar, con un solo tavolo all’aperto, intorno al quale erano seduti quattro anziani, impegnati in una accanita partita a carte, e, più discosti, altri due ancora più vecchi, che, sonnecchiando, si godevano il tepore dei raggi del sole.  L’ingresso del bar era protetto da una tenda di fili di perline colorate di plastica, che assicurava una certa frescura all’interno del locale.  

Quella volta decisi di godermi lo scenario seduto sul muretto del sagrato della Chiesa, che si trovava proprio di fronte al bar.  

I quattro giocatori stavano discutendo animatamente per un errore che era stato commesso nel conteggio dei punti, quando la tendina dell’ingresso del bar si apre, e dall’interno appare, come una visione, una giovane bellissima, dal portamento eretto,  che indossava un abbigliamento semplice ed al tempo stesso elegante, in evidente contrasto con lo squallore che la circondava. Era bionda, occhi azzurri ed un viso bianco e rosso dai lineamenti perfetti, che ricordavano quelli delle preziose bambole dell’ottocento. Aveva un golfino rosa ed una gonna di lana grossa color marrone. Sopra, portava un grembiule rosso contornato da un merletto bianco. Si stava dirigendo al tavolo dei giocatori con in mano un vassoio contenente un quartino di vino e quattro bicchieri.  

Seppure abituati a quella consueta apparizione, i quattro anziani giocatori avevano interrotto all’unisono la loro discussione e, per tutto il tempo in cui la ragazza si era intrattenuta con loro, erano rimasti immobili a fissare con espressione inebetita quella sublime visione. Anche i due vecchi dormienti si erano improvvisamente destati, e, come investiti da un soffio vitale, facevano appello ad ogni residua riserva di energia per dimostrare un segno di virilità.  

La giovane, senza alcun accenno di vanità, rivolgeva loro un   sorriso benevolo, consapevole di compiere una buona azione.  

Ad un tratto  girò lo sguardo verso di me, e sono certo che colse sul mio volto la stessa espressione inebetita degli anziani frequentatori del bar, perché le sue gote assunsero improvvisamente un colore rosso assai più accentuato.  

Talvolta mi capitava, invece, di assistere ai discorsi rassegnati dei vecchi che lamentavano, impotenti, la chiusura delle antiche botteghe che, fino ad allora, avevano assicurato il necessario alla loro sopravvivenza ma che, a causa dell’apertura dei grandi supermercati, non riuscivano più a coprire le spese. Oppure commentavano, comprensivi ed   amareggiati, l’inevitabile abbandono del paese da parte dei loro figli, che andavano a lavorare ed a formare le loro famiglie in città, dove ritenevano di trovare uno sbocco alle loro più evolute ambizioni.  

Dopo aver esaudito la mia curiosità per la vita dei piccoli paesi, il mio interesse si è rivolto verso l’ambiente naturale che li circonda, ed ho iniziato ad incamminarmi lungo i sentieri che si dirigono verso la cima della montagna, non perdendo l’occasione di   raggiungere la vetta.

Lì facevo una lunga sosta,   per ammirare il fantastico panorama offerto dalle Apuane e dagli Appennini, mettendo a confronto la diversità dei loro paesaggi, caratterizzati, i primi, dalle bianche creste rocciose, ed i secondi, dai secolari boschi di abeti, faggi e castagni.  

A mano a mano che scoprivo quei luoghi incantevoli e fino ad allora per me inimmaginabili, che si trovano in prossimità  delle cime dei monti, mi rendevo conto che per appagare a pieno questa mia nuova passione, avrei dovuto cimentarmi con percorsi più ambiziosi, ben sapendo di non poter disporre, data la mia non più giovane età, delle   energie e dell’elasticità fisica idonee a fronteggiare i rischi di tali imprese.  

Decisi così di iscrivermi al Cai per acquisire   indicazioni  onde affrontare  con più  sicurezza le mie prime impegnative escursioni. Intensificai gli allenamenti per superare, nelle migliori condizioni fisiche possibili, le difficoltà dei lunghi e faticosi percorsi. Mi procurai anche diverse carte geografiche con i tracciati dei sentieri curati  dagli enti preposti alla loro manutenzione.  

Iniziai dalle cime degli Appenini che, secondo le indicazioni ricevute, erano più abbordabili, poiché i sentieri sono poco esposti e sostanzialmente privi di pericoli.  

Sebbene mi avessero fermamente suggerito di recarmi   in compagnia di altri escursionisti, ho sempre preferito procedere da solo. Soltanto in questo modo, infatti, riesco ad apprezzare appieno il piacere dell’avventura e  la sensazione di serenità che promana dai luoghi  in cui regna il più assoluto silenzio, un sentimento, quest’ultimo,  che si era da tempo assopito nel mio animo e che ora, grazie alla montagna, ho riscoperto con gioia.  

Talvolta, devo confessarlo, mi trovo ad affrontare situazioni che mi incutono una certa paura, dovuta   alla difficoltà del percorso, all’affaticamento fisico, alle precarie condizioni meteorologiche, allo smarrimento del sentiero segnalato. Sono elementi di cui tengo conto ma che non hanno mai intaccato la mia scelta di solitudine e rappresentano anzi, per assurdo, una sorta di stimolo.  

Uno dei momenti che amo di più durante una escursione e per il quale vale la pena di fare tanta fatica, è quando, in prossimità della vetta, il sentiero abbandona il bosco ed esce allo scoperto. Si spalanca, allora, di fronte a me,uno scenario fatto di mare, monti, vallate, laghi, fiumi, boschi, paesi, in cui luci e colori si fondono in un meraviglioso spettacolo, che mi rasserena l’animo e   mi fa sentire in paradiso.  

Della catena degli Appennini ho scalato più volte le cime del Gomito, del Rondinaio, del Giovo, delle Alpe Tre Potenze, attraverso percorsi che in una sola giornata prevedevano anche il raggiungimento di più  di una vetta e che si concludevano dopo molte ore di un faticoso cammino.

Il paesaggio è caratterizzato da ampi boschi e vallate in cui non è infrequente imbattersi in graziosi laghetti. Il più noto e caratteristico di essi è indubbiamente il Lago Santo, posto ai piedi del monte Giovo. Nel periodo estivo, i prati sono ricoperti di vaste estensioni di lamponi e mirtilli, questi ultimi particolarmente abbondanti in prossimità della Foce a Giovo, posta tra il Rondinaio e le Alpe Tre Potenze.  

Le escursioni sulle Alpi Apuane sono quelle   che amo di più,  perché soddisfano appieno il mio desiderio di avventura e la mia inclinazione   per la competizione.  

Quando si affrontano le Apuane e si imbocca il sentiero che   conduce alla cima, si ha  subito la sensazione delle insidie e delle difficoltà che si devono superare per raggiungere la meta. La montagna rocciosa incombe minacciosa sopra le nostre teste con i suoi fianchi scoscesi. Il tracciato     è appena accennato con segni bianchi e rossi apposti sulle pietre. I punti più ardui sono quasi sempre privi di cavi di appoggio e l’escursionista può fare appello unicamente alle proprie risorse. Talvolta ci si imbatte in tratti di roccia friabile dove, se non si è esperti e non si procede con la dovuta prudenza, è facile incorrere in pericolosi incidenti, come dimostrano i molti infortuni, anche mortali, che accadono su queste montagne. Il tratto di sentiero in prossimità della cresta è sempre esposto ed in molti casi i passaggi presentano rischi elevati.  

Quando però si raggiunge la vetta, sulla cui estremità è quasi sempre   collocata una croce, scompaiono improvvisamente tutte le preoccupazioni e le fatiche, per far posto ad una grande felicità. Il panorama che si presenta dinanzi a noi è di quelli che mozzano il fiato. Da una parte si  apre  l’immensa distesa delle coste tirreniche che dal Golfo di La Spezia arriva fino a Piombino; con il cielo terso si possono  anche ammirare le isole dell’arcipelago Toscano. Tutt’intorno  si  prospetta lo spettacolo offerto dalle cime più elevate delle Apuane, tra cui   incombono imperiosi il Pisanino e la Pania della Croce,   unanimemente riconosciuti come il Re e la Regina del comprensorio.  

Ho scalato più volte quasi tutte le cime della catena delle Apuane e percorso la maggior parte dei suoi sentieri. Ogni volta che mi avventuro su una di queste montagne, lo faccio con un certo timore riverenziale, un atteggiamento che si è rivelato molto utile e che mi ha finora evitato possibili infortuni.  

Le escursioni che mi sono rimaste più impresse   sono la scalata del Pisanino, con la sua aspra cresta, ed il giro dell’anello della Tambura, dalla parte di Resceto, con partenza dal sentiero di lizza che conduce al Passo della Focolaccia ed arrivo dalla Via Vandelli. La Valle che più mi ha affascinato è la Val Serenaia, da cui è possibile apprezzare la maestosità del Pisanino ed ammirare contemporaneamente alcuni dei monti  apuani più elevati  come il Pizzo d’Uccello, il Grondilice, il Contrario ed il Cavallo.  

Nei mesi invernali mi alleno con lunghe passeggiate sulle vicine colline lucchesi e pisane. Sono costituite da vaste estensioni di boschi di castagno nei quali sono tracciate strade sterrate che conducono a piccoli raggruppamenti di vecchie case, utilizzate  per lo più nei periodi estivi.

Spesso incontro i cacciatori che con i loro fuoristrada raggiungono gli appostamenti di caccia, sistemati sulla cima dei monti per approfittare del passaggio degli uccelli migratori. Qualche volta, provano invano ad impedirmi l’accesso alla vetta, adducendo che la mia presenza vicino ai loro capanni allontanerebbe i volatili. Io comunque insisto e procedo, ben consapevole di compiere una buona azione in favore di quei poveri uccellini.


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5 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 15 Novembre 2009 @ 16:45

    La nostra terra è una delle più belle al mondo. Ha varietà infinita di paesaggi ed è di grande suggestione. La montagna ne è la “padrona”. Montagna pietrosa e montagna di prati e boschi. Il raggiungere quelle altitudini permette di abbracciare panorami mozzafiato, di indescrivibile fascino, che inducono fino alla commozione. E trovarsi lassù, nel silenzio buono che solo la brezza carezza, pare di essere ad un passo dal cielo.

    E poi i paesi, i mille paesi che, come perle, ornano lo scenario dei monti e dei colli. Paesi dove la vita era (e lo è ancora) dura ed intensa, paesi che hanno forgiato uomini forti, abituati al sacrificio e di grande umanità. Purtroppo queste stupende realtà stanno inesorabilmente morendo, seppellendo nella loro lenta, ininterrotta agonia costumi, usi, tradizioni, personaggi, valori, tutto un mondo irripetibile altrove.

    Ho apprezzato moltissimo questa bella pagina, che ha dato voce alla tua nobile, lodevole passione ed ha dato giusta visibilità ad un mondo d’incanto.

    Pagine come queste rigenerano e stimolano la voglia di vivere una vita più sana, lontana dal chiasso, dall’amoralità, dall’arroganza e da tanta stupidità che spesso ci presenta la realtà attuale.

    Grazie, dunque, Bartolomeo!

    Gian Gabriele

    P.S.

    Voglio qui proporre una mia semplice poesia, che si lega al tema trattato. Penso di far cosa gradita.

    ALTO SILENZIO

    (Da una cima delle Apuane)

    Veleggia la mia solitudine

    quassù nel silenzio fondo,

    che sa di vento.

    Mi trovo quasi nuvola,

    fermo il tempo,

    in questo cantuccio di natura,

    che s’alza ripido dal mondo.

    Sopra di me,

    a due passi, il cielo,

    che pare più infinito

    agli occhi di stupore.

    Aspra precipita la valle,

    in mille mosse

    a varie gradazioni,

    sotto l’inarcarsi puro

    di cime e cime

    dalle teste frantumate.

    Impicciolite figure lontane,

    quasi fantasmi

    o ultimi guizzi pallidi d’esistenza.

    E il mare, in fondo in fondo,

    pozza sconfinata

    a scagliare dardi irrequieti

    che vincono distanze.

    Stagliato sul delirio delle pietre,

    il sole del mattino

    (intonato il canto della luce

    sul tremore di ciuffi spettinati d’erbe

    e su fiori sparsi con sapienza

    in respiri di colori inaspettati).

    Oscillare docile di pensieri,

    in frammenti ammaestrati,

    sospesi tra terra

    e spazio illimitato.

    E sono quietamente vivo,

    sommerse le incertezze,

    divenute bianche-azzurre

    come il sasso che m’accoglie.

    Fremito struggente,

    oltre la scorza dura dei giorni,

    sale fino alla casa grande

    del Dio di tutti,

    e non nel “nulla eterno”.

    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Mario Di Monaco — 15 Novembre 2009 @ 18:35

    Gian Gabriele, sono lusingato del tuo benevolo apprezzamento e lieto di condividere con te la passione per la montagna e la sua magica atmosfera. Avrei voluto poter infondere un’ anima alle parole del mio brano così come hai saputo magistralmente fare tu nella tua bella poesia. Ma non sono uno scrittore e la pubblicazione del mio pezzo sul sito è imbarazzante e dovuta unicamente all’impudenza di Bartolomeo.

    E’ accaduto che un giorno, a casa mia, mi ha sorpreso ad inserire delle frasi in un foglio di Word. Lui le ha lette ed ha voluto pubblicarle. Chi lo conosce bene, ed io sono suo fratello, sa che quando decide una cosa non lo ferma nessuno. E’ un vero Panzer; l’esperienza militare nei carristi lo ha forgiato.

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 15 Novembre 2009 @ 18:48

    Mi spiace per non aver visto il nome “Mario”. Leggendo il cognome Di Monaco, ho pensato subito a Bartolomeo. Ma questo mio errore, questo mio scambio di persona non sminuisce il mio apprezzamento per lo scritto. Anzi! Provo piacere che Bartolomeo abbia un simile fratello. Ed ha fatto bene a pubblicare la pagina, che mi ha offerto momenti di serenità e mi ha fatto rivisitare con la mente i miei luoghi amati.

    Chiedo scusa, per l’involontario scambio di persona, ma la sostanza non cambia. Affatto! Complimenti, dunque, anche al bravo fratello!

    Gian Gabriele

  4. Commento by Carlo Capone — 15 Novembre 2009 @ 18:58

    Un saluto al fratello di Bartolomeo e sinceri auguri di poter a lungo respirare l’aria di libertà che pervade il suo scritto. Andar per passi in solitudine, magari a dispetto delle raccomandazioni degli esperti, può solo significare ricerca  del senso profondo di una vita e raggiunta serenità.

    Mario Di Monaco scrive del fratello:  “E’ un vero Panzer; l’esperienza militare nei carristi lo ha forgiato.”

    Eh lo so, ha fatto l’ufficiale a poca distanza da casa mia :-)

    cari saluti

    Carlo Capone

  5. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: La mia passione per la montagna — 15 Novembre 2009 @ 21:30

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