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LETTERATURA: La mia prima esperienza in Zazen

20 Giugno 2013

di Maria Antonietta Pinna
(anche qui)

Per praticare Zazen occorre un luogo silenzioso, una stuoia scura, un cuscino adagiato sopra la stuoia. Non si deve camminare mai in diagonale ma nel perimetro della stanza. Si entra con il piede sinistro, si uniscono le mani e ci si inchina. Ci si dispone davanti alla stuoia seduti con le gambe incrociate e le ginocchia appoggiate alla terra con cui dovrà crearsi una sorta di legame primigenio che dirigerà la giusta postura del loto o del mezzo loto. La mano destra con il palmo rivolto verso l’altro accoglierà la mano sinistra come se si dovesse prendere una grossa pietra, le punte dei pollici unite. Le mani possono essere appoggiate al tallone. L’abito dovrà essere comodo, preferibilmente di colore scuro per evitare che la magia del colore crei distrazioni e distolga dalla meditazione. Si uniscono i palmi delle mani e ci si inchina davanti al proprIo posto (gasshō), ci si gira lentamente verso gli altri praticanti e si rifà il gesto prima di sedersi. Non si deve scavalcare il cuscino ma aggirarlo di lato. Dopo aver incrociato le gambe, si cerca la giusta postura, aggiustando il cuscino (zafu) con tre dita.

Il Sensei P. Taigo Spongia mi ha spiegato che:
“Tradizionalmente, in India, le prime tre dita pollice, indice e medio venivano considerate le dita pure, utilizzate per esempio per mangiare dalla ciotola. Quindi lo zafu, considerato il seggio del Buddha, viene maneggiato con particolare cura ed attenzione. Portare l’attenzione al movimento della mano e in particolare delle dita è una grande sollecitazione di consapevolezza per la mente”.
Lo zafu si sistema ritualmente in modo che risulti comodo sotto il bacino, raddrizzando la schiena. Il naso dev’essere nella stessa linea dell’ombelico, le orecchie sul piano delle spalle, i gomiti leggermente in fuori. Ci si trova di fronte ad un muro bianco, lo sguardo basso, gli occhi aperti. La lingua riposa sul palato. Una leggera oscillazione a destra e sinistra oppure anche avanti e indietro potrà aiutare a trovare la giusta postura che si acquisirà con il tempo e la pratica. L’inspirazione e l’espirazione deve essere percepita come movimento circolare nell’ottica del non pensiero. Durante lo zazen i pensieri vanno superati, in questo consiste la superiorità della meditazione, nel lasciare che i pensieri positivi e negativi scorrano come nuvole, evitando di aggrapparcisi. Lo zazen è semplice nell’esecuzione ma rigoroso.

La mia prima esperienza in zazen è stata interessante. Non ho faticato ad incrociare le gambe, non ho sentito dolore fisico in tutto il tempo, ma dopo pochi minuti immersa nel silenzio la sensazione di una sorta di intorpidimento, desiderio di chiudere gli occhi durante il respiro e li ho tenuti aperti concentrandomi sull’aria che inspiravo attraverso le narici. Il Sensei ha raccontato un episodio relativo al Buddha, sostenendo che non ha nessuna importanza la verità storica del fatto in sé, perché quello che conta è lo spirito del messaggio, l’idea trasmessa. “Sul picco dell’Avvoltoio, Il Buddha in silenzio solleva un fiore e lo fa girare tra le dita, a questo gesto solo mahakasyapa sorride e il Buddha dice: Ora ho trasmesso a Mahaksyapa il Tesoro dell’Occhio del Dharma”.
A questo episodio, a questa trasmissione silenziosa, I Shin Den Shin, da cuore a cuore, si fa risalire l’inizio della Trasmissione da Maestro a Discepolo dello Zen”.

Dopo l’intorpidimento è subentrata l’emozione su pensieri negativi a cui ho cercato di non aggrapparmi continuando a respirare e guardando in basso verso le mani. Passati i pensieri negativi si è creato uno stato simile al vuoto, una sorta di spazio non spazio, di non agitazione. Il suono della campana annuncia che lo zazen si alterna alla meditazione in piedi. Ci si alza ritualmente, con grazia, movimenti lenti, si fanno dei mezzi passi, respirando. Il profumo dell’incenso permea leggermente la stanza. Occorre non perdere la concentrazione. Quando ci si rimette in zazen si riprende la posizione di prima e si medita nuovamente seduti fino alla fine. Il suono del tamburo, del legno e della campanella, indicano che la seduta è finita.

Sicuramente un’esperienza da fare, un modo per confrontarsi con se stessi, per viversi superando la finitudine del pensiero. Il rito non è dogmatico, non è stressato dai gravami della religione o delle certezze filosofiche assolute, niente di cristallizzato. È semplicemente un modo di rapportarsi all’essenza, un viaggio. La posizione è comoda, permette al corpo di parlare, al respiro di conversare, come se fosse infilato nella terra e da essa prendesse lo slancio per raggiungere il giusto equilibrio.


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