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LETTERATURA: “La misura del ritratto” di Nico Orengo – Bompiani

13 Febbraio 2014

di Francesco Improta

Grazie alla disponibilità e alla cortesia di Chiara Simonetti, vedova di Nico Orengo, sono riuscito ad avere – e a leggere finalmente – le fotocopie di un romanzo, ormai introvabile, La misura del ritratto, edito da Bompiani nel 1979. È il quarto romanzo di Nico, dopo Per preparare nuovi idilli, Accaddero come figure e Miramare, ed è l’unico ambientato interamente a Torino, la città in cui Nico era nato e lavorava – prima all’Einaudi e poi alla Stampa – ma con la quale non vi era mai stato un vero feeling. Non a caso una volta ebbe a dire: “Torino non mi sembrava così bella: era troppo dritta, troppo grigia…”. In realtà Nico era troppo innamorato della Riviera di Ponente, dove aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza, a contatto con i profumi, i colori e i suoni di quella striscia di terra, sospesa tra il cielo e il mare, per potersi muovere agevolmente tra blocchi di cemento e gas di scarico in una città formicolante di persone, di auto e… di contraddizioni.

Nel romanzo in questione assistiamo a un incontro tra una ragazza di nome Minou, esuberante, irrequieta, insoddisfatta difficile da mettere a fuoco e un novello Ruggero, uscito probabilmente dalle pagine del ­l’Orlando Furioso, poema particolarmente caro a Nico, che vorrebbe aiutare la ragazza a trovare una sua dimensione e crede che ciò sia possibile solo fermandola con la matita sulla carta, facendole un ritratto, da cui, appunto, il titolo del romanzo. Minou, però, vede nel foglio da disegno una nuova prigionia, un senso reale di asfissia, e insieme con Ruggero decide di tornare in città, ritenuta, ormai, l’unico scenario possibile per un ritratto d’amore contemporaneo. A quel punto, però, la città si trasforma in una foresta moderna da esplorare, irta di insidie e di pericoli: furti, manifestazioni di protesta, slogan minacciosi, risse tra tifosi di squadre diverse, nani e persone deformi che sembrano usciti dal Cottolengo e unica nota di colore valigie che attraversano le vie della città come in un quadro di Magritte. Le cose si complicano ulteriormente quando, scomparsa Minou, Ruggiero la cerca disperatamente prima di accorgersi che dovrebbe innanzitutto ritrovare se stesso e così, fedele allo spirito dei poemi cavallereschi, continua la sua quíªte…

Il romanzo di Orengo non ha incontrato il favore della critica che si è espressa al riguardo in termini prevalentemente negativi e lo stesso autore vi ha riconosciuto obiettivamente alcune manchevolezze. Non è un caso che nel ­l’ultimo periodo della sua vita, sollecitato da alcuni amici e mosso quasi da un senso di colpa nei confronti della sua città, aveva in mente di scrivere una nuova storia ambientata nel capoluogo piemontese visto come un viaggio suddiviso in tante tappe, quante sono state le diverse dimore in cui Nico ha abitato: dalla via Cavour, in cui era nato, alla via Provana suo ultimo domicilio.

A mio avviso, invece, La misura del ritratto è un romanzo sperimentale, decisamente interessante, in cui Orengo riversa temi, miti e ossessioni ricorrenti, oltre alle sue pre ­ferenze letterarie, preparandosi in questo modo la strada che batterà in seguito, nel prosieguo della sua attività di narratore. C’è, infatti, l’amore per quella magica età delle scoperte e delle avventure che è l’adolescenza quando i sogni ci riempiono le giornate e gli eroi della carta stampata e della cel ­luloide diventano i nostri interlocutori privi ­legiati, compagni di scor ­ribande della nostra fantasia sentimentale. Non meraviglia, a tal proposito, la scelta della foto di copertina, derivata da una “lastra in movimento” del Museo del Cinema di Torino, che allude al tema del viaggio in un paesaggio per di più esotico. C’è poi l’attenzione, quasi maniacale, ai particolari, vale la pena ricordare a tal proposito l’elogio del basilico che rivela non solo il suo amore per la cucina (mi viene in mente il bellissimo volume Cucina crudele con gli splendidi acquerelli di Salvo) ma anche la familiarità con il paesaggio e la cultura della Liguria, dove su ogni davanzale occhieggia una pianta di basilico, impregnando l’aria di quel suo odore inebriante che colpisce gli occhi prima ancora del naso. Naso che verrà esaltato successivamente nel suo romanzo langarolo, Di viole e di liquirizia e all’inizio di quello che, a mio avviso, rimane il suo capolavoro, Hotel Angleterre. Si rilevano inoltre, tornando al romanzo in questione, quella gremitezza oggettuale che Nico, come tutti i poeti del Novecento – e Nico era poeta autentico – deriva da Montale e prima ancora da Pascoli, e l’ossessione del fumo, che purtroppo contribuirà ad accorciargli la vita, mentre tra i suoi modelli letterari, oltre ai già citati Ariosto, Montale e Pascoli bisogna ricordare Arpino, Soldati e Calvino, penso in questo ultimo caso a La giornata dello scrutatore, Il barone rampante e I racconti di Marcovaldo.

Mancano, invece, – e lo si rileva facilmente – quella leggerezza di tocco che sarà una conquista dell’Orengo più maturo, anche sull’abbrivio delle Lezioni americane di Calvino, quell’ironia lieve e divertita che gli sug ­gerirà pagine fresche ed esilaranti, quella scrittura piana e ricercata allo stesso tempo ma sempre godibilissima. Nel romanzo in questione manca insomma, a dispetto del titolo, proprio la misura: le immagini si acca ­vallano in modo disordinato, il meccanismo talvolta s’inceppa e la scrittura finisce col tracimare, gonfia, eccessiva e debordante qual è.

Ciò non toglie che La misura del ritratto rimanga una lettura interessante e indispensabile per avvicinarsi correttamente al mondo umano e artistico di Nico Orengo, la cui scomparsa lascia in chi lo aveva conosciuto e fre ­quentato, come me, un vuoto enorme.


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