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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: La narratrice litigiosa

2 Marzo 2009

di Mariapia Frigerio

      Alla fine dell’ultima fiaba la narratrice mantenne la promessa. Ci sarebbe stata una sorpresa. I piccoli ascoltatori si disposero silenziosi sulla moquette. La signora con la mano indicò: « Tu, tu, tu e tu ». I quattro bambini si avvicinarono timidamente alla poltrona. Composti. In attesa. Da una vecchia valigia di cuoio uscirono quattro libri.
      Gli altri bambini nascosero, con molta dignità, la loro delusione.
      « A te che è piaciuta la fiaba di Biancaneve, eccone una versione in inglese ». La piccola ascoltatrice ringraziò e disse che era disposta a rinunciare alla moneta di cioccolato che ogni anno le veniva donata a fine narrazione. « La cosa che più amo sono i libri » – aggiunse timidamente.
      « Tu mi sembri il tipo di Cenerentola. Eccoti, allora, la sua storia ».
      « A questo maschietto daremo Pollicino ».
      « Per questa bambina con i ricci castani mi sembra adatta la fiaba di Cappuccetto Rosso ».
      La bambina ringraziò e si rivolse al padre. Il padre le disse: «Chiedilo tu alla signora ».
      « Cosa desideri, cara »?
      « Me la fa una dedica, per favore »?
      Incredibile. La narratrice scrisse: « A Silvia, che, da tre anni, fedele mi ascolta ».
      Poi venne il momento delle monete. Monete di cioccolato. Una ad ogni bambino. Grazie di ogni bambino, di ogni padre, madre o nonno.
    Una tradizione – quella del racconto di fiabe – che si ripeteva da vari anni nella città murata, in una delle piccole costruzioni in uso, un tempo, alle guarnigioni a presidio del baluardo.
    Il silenzio della sera sulle mura  – interrotto solo dal regolare cadere della pioggia –  era in sintonia  con il clima di serenità dentro la casermetta. Voci basse e garbate. Saluti e promesse di ritorni.
   
La narratrice visse, quello che accadde subito dopo, come se fosse una fiaba e, precisamente, «La bella addormentata nel bosco ». Quando arriva l’ottava fata. Quella non invitata.
    Mentre i bambini salutavano e si avviavano alla porta, una voce di donna disse: «E che? Al mi’ bimbo un lo dà il librino? ».
    « No, signora » – rispose la narratrice.
    « Ma non vede che non si vuole infilare gli stivali »?
    La voce sgradevole e stonata, dai toni troppo alti, proveniva da una donna piuttosto giovane (trent’anni?) con una lunga chioma di capelli neri che le coprivano parte del viso e, abbondantemente, la schiena.
    « E ora come lo porto via »?
    « La cosa non mi riguarda, cara signora ».
    « O che le costerà dargliene uno! Ma non vede che un si vuole
muovere »?
    « Ci sono delle regole che i bambini devono accettare. Per il resto il problema è suo ».
    « Ma allora è proprio cattiva » – e la capelluta signora iniziò ad alzare la voce.
    « Molto cattiva. Quasi Crudelia De Mon ».
    Il bambino se ne stava immusonito. Silenzioso. Gli occhi un po’ lucidi. Il berretto di lana con pon pon già in testa. Solo. Anche gli stivali se ne stavano lì. Sulla moquette. Soli.
      La madre continuava a sbraitare guardandosi intorno in cerca di approvazione. Sembrava un rapace in gabbia. « Come lo porto via, ora? Me lo dice lei come devo fare? Non li vuole infilare gli stivali ».
      « Le ho già detto che non è un problema mio, signora ».
      « Ovvia! Glielo dia il librino. Ma cosa le costerà »!
      « È una questione di principio, mia cara signora ».
      « E a casa chi se la vede con lui? Tocca a me. Mica c’è lei ».
      « Incredibile che una madre sia succube di un bambino, signora ».
      Iniziarono allora le minacce. « Non verrò più ».
      « Non ci sono problemi, signora ».
      « Lo dirò… »
      « Al sindaco »? – venne in aiuto, con ironia, un’amica della narratrice.
      « Non ceda. Un bell’esempio di educazione civica » – la sostenne un padre.

      La signora non aveva fatto i conti col fatto che una delle cose che più appassionava la narratrice erano i litigi. Poi quelli così, decisamente imprevisti. La narratrice non cedette. Solo offrì al bambino una moneta di cioccolato in più.
Il piccolo la accettò silenzioso. Accettò la moneta e la carezza che la accompagnava.

      La narratrice amava i litigi e odiava la maleducazione. Ma l’amore per gli uni e l’odio per l’altra dovevano sempre fare i conti, nel suo cuore, con la compassione che lei provava per gli altri. Per tutti gli altri.
      Mentre si avviava verso casa, lungo le mura, nel buio rischiarato solo dalla tenue luce dei lampioni, ripensò alla donna. La vide così autentica, nella sua volgarità, che se ne commosse. Niente a che vedere con quei manichini (lei compresa) rivestiti di buone maniere. Un uccello in gabbia. In una gabbia dorata che non le corrispondeva. Per lei ci sarebbero volute le ampiezze dei cieli, dove la sua voce avrebbe avuto libero sfogo, senza che nessuno ne restasse turbato.
      E quel suo bambino, lì, fisso, con lo sguardo umido, senza quasi parole, perché mai si ostinava a non infilarsi gli stivali? Solo per la mancanza di un premio?
      « No, non poteva essere solo per quello »   – si disse la narratrice.
      « Ma che sciocca! Come non pensarci prima! Lui non voleva più i suoi stivali. Lui si aspettava ora quelli delle sette leghe ».


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3 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: La narratrice litigiosa — 2 Marzo 2009 @ 13:52

    […] Continua la lettura con la fonte di questo articolo: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: La narratrice litigiosa […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 2 Marzo 2009 @ 15:18

    Una favola tra le favole. Una narratrice particolare e apparentemente assai rigida, ligia al suo compito, ma, in fondo, non priva di una certa amorevolezza. Una madre lucchese genuina, sanguigna, decisa a difendere il desiderio del figlio (realistica, piacevole, efficace l’inflessione dialettale del suo parlare). I bimbi ordinati e avvinti dalle favole e dalla gratificazione della narratrice. Ed un bimbo, che vuol vedere realizzato il suo sogno, la sua aspirazione. Pure lui vuol “entrare” nella favola.
    Storia delicata, pur nella sua realtà in parte conflittuale, che nel suo fervore ispirativo incontra e fa sua la fantasia più genuina e raggiunge felicemente il traguardo comunicante.
    E Lucca (mi sembra), con le sue mura, col suo baluardo, con la sua atmosfera, entra di diritto in questo incanto
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by wainer riccardi — 15 Marzo 2009 @ 15:55

    Un racconto all’apparenza semplicissimo che ti fa sentire orfano della vita dei protagonisti. Vorresti sapere chi è e cosa fa la mamma, dov’è il padre del bimbo. E la narratrice come e con chi vive? Li vedi tanto concreti in questi pochi attimi che ti è difficile rinunciare a seguirli…

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