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LETTERATURA: La pena di morte e Dostoevskij

8 Luglio 2010

di Alberto Marchi

La notizia della esecuzione della condanna a morte di Ronnie Lee Gardner, avvenuta una decina di giorni fa negli Stati Uniti, a Salt Lake City, mi ha fatto tornare alla mente le straordinarie pagine, sul tema, dell’Idiota di Fëdor Dostoevskij.

Gardner, condannato alla pena capitale per aver ucciso prima una barista e poi, nel tentativo di sottrarsi alla giustizia, un avvocato, ha scelto di essere fucilato. Solo due stati negli U.S.A., Utah e Oklahoma, contemplano ancora questo sistema di esecuzione: in base ad una riforma del 2004, Gardner avrebbe potuto “avvalersi” dell’iniezione letale, ma ha voluto morire trafitto dalle pallottole da caccia grossa sparate dai cinque fucili imbracciati dai membri del plotone di esecuzione, convinto che questo fosse il modo per soffrire di meno, al termine dei 25 anni di attesa nel braccio della morte.

Ed è proprio l’elemento della intensità e della durata della sofferenza del condannato alla pena capitale che mi ha fatto richiamare la figura del principe Myskin, nella quale il grande scrittore russo ha riversato molti tratti della propria biografia, e in particolare quelle bellissime pagine in cui questo grande personaggio parla appassionatamente di cosa esattamente significhi per il condannato l’avvicinarsi del momento in cui perderà la vita. Anche altrove naturalmente Dostoevskij ha parlato della pena di morte, in Delitto e Castigo per esempio, affidando al febbrile Raskòl’nikov abissali riflessioni sul desiderio di vita che alberga in ogni uomo, anche nel peggior criminale. Ma è in questi pensieri messi in bocca a Myskin, probabilmente perché riferiti a quanto egli visse personalmente, che si raggiunge un perfetto equilibrio tra le ragioni della giustizia e quelle dell’umanità. Come è noto Dostoevskij stesso fu condannato a morte per le sue idee politiche e per attività sovversiva. La pena capitale gli fu commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia e poi nell’esilio: a differenza di Gardner, era stato dunque perseguitato per quelli che oggi definiremmo reati di opinione. I due casi di per sé non sarebbero quindi nemmeno lontanamente paragonabili, ma sono le riflessioni del principe Myskin all’inizio del romanzo che assumono un valore universale, valido per tutti gli uomini che, pur colpevoli, hanno subito questo tragico destino e che comunque molti paesi, tra cui orgogliosamente possiamo dire l’Italia, hanno voluto scongiurare abolendo dai loro codici la pena di morte (e ricordiamo che proprio su iniziativa dell’Italia e di Nessuno Tocchi Caino l’ONU ha proclamato una moratoria delle esecuzioni capitali purtroppo non da tutti gli stati rispettata).

 A Dostoevskij la notizia della grazia fu comunicata mentre era sul patibolo: vi era salito senza che nulla lasciasse pensare ad un atto di clemenza e questa esperienza lasciò tracce ovviamente indelebili sulla sua persona. Forse nessun altro grande scrittore come Dostoevskij ha saputo indicare con tanta felicità espressiva quale sia il vero dramma del condannato a morte. Il protagonista dell’Idiota, pubblicato a puntate su una rivista tra il 1868 e il 1869, il principe Myskin, è tornato a Pietroburgo in treno da Varsavia, dopo essere stato per alcuni anni in esilio in Svizzera e aver soggiornato anche in Italia e in altre nazioni europee. Si reca nella dimora del generale Ivan Fëdorovic Epanćin, che ha sposato Elizaveta Proko’fevna, una sua lontana parente e con la quale condivide quindi le origini nobiliari. Veste in modo estremamente dimesso e anzi quasi sembra uno straccione. Per questo è costretto ad una umiliante anticamera prima di essere ricevuto dal generale, anticamera che gli offre tuttavia l’occasione di conversare con il riluttante cameriere, il quale esterrefatto non comprende come un principe possa andare in giro conciato in quel modo. Discorrendo della efficacia del rinnovato sistema giudiziario russo, il Principe racconta dell’esecuzione cui assistette in Francia a Lione, dove ad un uomo sui trent’anni venne tagliata la testa sotto la ghigliottina.

Questo c’è di buono, notò il cameriere, che non si soffre a lungo, quando la testa vien troncata“.

La risposta del principe Myskin merita di essere trascritta per intero, nella traduzione di Federigo Verdinois (Newton Compton, 1998): “Così dicono tutti,   e perciò hanno inventato quella così detta ghigliottina. A me invece balenò allora il sospetto: e se invece è quello il colmo della sofferenza? Questo vi parrà strano, vi farà ridere… eppure…Prendiamo, per esempio, la tortura: strazio, piaghe, scricchiolio di ossa, dolore materiale insomma, che distrae la vittima dalle sofferenze morali, fino a che non venga la morte. Ma il dolore principale, il più forte, non è già quello delle ferite; è invece la certezza, che fra un’ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi ora, subito, l’anima si staccherà dal corpo, e che tu, uomo, cesserai irrevocabilmente di essere un uomo. Questa certezza è spaventosa. Tu metti la testa sotto la mannaia, senti strisciare il ferro, e quel quarto di secondo è più atroce di qualunque agonia. Questa non è una mia fantasia; moltissimi ci sono che pensano come me. E ve ne dico anche un’altra. Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L’assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante. La vittima del brigante è assalita di notte, in un bosco, con questa o quell’arma; e sempre spera, fino all’ultimo, di potersi salvare. Si sono dati casi, in cui l’assalito, anche con la gola tagliata, è riuscito a fuggire, ovvero, supplicando, ha ottenuto grazia dagli assalitori. Ma con la legalità, quest’ultima speranza, che attenua lo spavento della morte, ve la tolgono con una certezza matematica, spietata. Attaccate un soldato alla bocca di un cannone, e accostatevi con la miccia: chi sa! penserà il disgraziato, tutto è possibile… Ma leggetegli la sentenza di morte, e lo vedrete piangere o impazzire. Chi ha mai detto che la natura umnana può sopportare un tal colpo senza perdere la ragione? A che dunque questa pena mostruosa e intulile? Un solo uomo potrebbe chiarire il punto; un uomo cui abbiamo letto la sentenza di morte, e poi detto: “Va ti è fatta la grazia!”. Di un tale strazio anche Cristo ha parlato… No, no, è inumana la pena, è selvaggia e non può nè deve esser lecito applicarla all’uomo”.

Ronnie Lee Gardner deve aver fatto dentro di sé un ragionamento esattamente contrario a quello dell’Idiota dostoevskiano. L’iniezione letale, avrà pensato, può dar luogo ad un’agonia prolungata o comunque non sicuramente immediata. Nella sua prospettiva, la fucilazione equivaleva alla ghigliottina: un colpo secco, istantaneo, capace appunto di accorciare al massimo il tempo terribile in cui l’uomo diventa consapevole che di lì a poco, inesorabilmente, dovrà morire. Forse è proprio  nell’indurre alla perdita della speranza, anche in chi ha colpevolmente negato la vita di altre persone, risiede l’aspetto veramente “barbarico” della pena di morte.


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: La pena di morte e Dostoevskij — 8 Luglio 2010 @ 11:18

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