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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: La pendola

13 Novembre 2011

di Antonio Squadrone

15/11/86
Ciò che sto per raccontare è come ho rovinato la mia vita.

Non credo ci sia pena maggiore del rendersi conto, quando alla fine del proprio cammino non manca pi√Ļ tanto, che la parte pi√Ļ bella della vita √® ormai alle spalle e che non √® stata vissuta VOLONTARIAMENTE.

No, non credo ci siano molte dannazioni peggiori di questa.

L’infanzia, la giovinezza, la maturit√†√Ę‚ā¨¬¶ la gioia e l’amore√Ę‚ā¨¬¶ e poi, il pacato trascorrere della vecchiaia. Niente di tutto ci√≤ ho goduto e niente godr√≤ per il tempo che mi resta da vivere, a causa della mia imperdonabile follia. Ah, se fosse stato Dio a condannarmi all’infelicit√† e alla menomazione. Ora non sarei qui a marcire nell’acquitrino delle mie lacrime. Soffrirei, questo √® certo, ma con dignit√†, con la consapevolezza di essere stato oggetto inerme di un volere superiore e troverei sollievo nella compassione di me stesso. E invece sono qui a maledirmi per aver gettato in pieno arbitrio l’inestimabile dono della vita√Ę‚ā¨¬¶ senza mai capire cosa stavo facendo e porre fine allo scempio.

Ma voglio andare con ordine, cercando di non farmi prendere dallo sconforto che √® in agguato dove meno me lo aspetto, spesso dove m’illudo di poter trovare invece un po’ di pace. Voglio raccontare tutto. In modo che sia evidente che chiunque altro, al mio posto, avrebbe compiuto gli stessi gesti, preso le mie stesse decisioni√Ę‚ā¨¬¶ cos√¨ da trovare giovamento dalla solidariet√† di… da parte di chi… ma cosa vado a pensare! Nessuno avrebbe fatto quello che ho fatto io! E nessuno, leggendo queste folli righe (se mai qualcuno lo far√†), potr√† mai capire. E tantomeno giustificarmi. Nessuno… NESSUNO!!!

17/11/86

Si, lo credo davvero. Fermo restando il preambolo, CHIUNQUE avrebbe preso le mie stesse decisioni e attraversato le stesse porte, e identico sarebbe stato il seguente succedersi dei fatti. Per giungere alla fine in questa spaventosa dimensione dove ora vago senza tregua√Ę‚ā¨¬¶ e, me ne rendo conto, ormai quasi incapace di formulare pensieri VERAMENTE razionali.

21/11/86

l miei ricordi√Ę‚ā¨¬¶ sono sempre pi√Ļ confusi√Ę‚ā¨¬¶ faccio tanta fatica a collocarli lungo il trascorrere degli anni. E poi√Ę‚ā¨¬¶ molti di essi non sono neanche veri ricordi. Lo so! Lo capisco! Bens√¨ pietose invenzioni della mia mente per rendere i fatti pi√Ļ tollerabili. Sapete cosa penso spesso? Che il mio cervello sia come il fondo di una palude! Un putrido, fertile grembo nel quale le VERE verit√† sedimentano, muoiono e si decompongono dando vita a FALSE verit√†! Che crescono, gonfiano e salgono in superficie come bolle di gas, mutando infine in forme e azioni che io penso, SENTO essere REALI! ¬† Cose cui credo!

E cos√¨ non ho pi√Ļ certezze… nulla cui attaccarmi con la speranza di trovare sicura presa. Oh Dio!

23/11/86

Tuttavia√Ę‚ā¨¬¶ nessun artificio pu√≤ riuscire davvero a sprofondare nelle segrete del mio cervello la memoria di ci√≤ che DAVVERO √® stato. E niente pu√≤ veramente riuscire ad addolcirne le conseguenze. Nemmeno il mio premuroso inconscio, per quanti commoventi sforzi esso faccia! I VERI ricordi sono sempre nitidi e vigorosi e si fanno largo con facilit√† irridente tra quelli costruiti. Quelle memorie√Ę‚ā¨¬¶ sono come lumini da cimitero! SEMPRE accesi a rischiarare con quella luce triste ci√≤ che non vorrei pi√Ļ vedere. Sempre presenti ai lati del mio buio sentiero.

Ma ora√Ę‚ā¨¬¶ devo cominciare! SUBITO! Devo approfittare di ogni istante utile, quando la lucidit√† caccia la nebbia. Questo √® uno di quei momenti.

INIZIA IL RACCONTO

Quel pomeriggio di una calda giornata d’estate ero andato a trovare il nonno alla sua casa. Avevo quasi tredici anni e gi√† un carattere√Ę‚ā¨¬¶particolare. Ero silenzioso, solitario. Non condividevo le idee e le fantasie che animavano i miei coetanei. Rifuggivo il “gruppo” con le sue leggi in funzione delle quali dovevi comportarti o eri escluso. Per√≤ mi piaceva leggere, questo s√¨. ¬† Al punto da passare intere giornate nella mia stanzetta, con le tapparelle chiuse e una piccola lampada a illuminare le pagine del libro di turno; e senza mai credere veramente di essere l√¨! Mentre leggevo, cavalcavo Pegaso su piste argentate, volavo tra le stelle, nuotavo negli abissi al fianco di capodogli e calamari giganti. ¬†Ma non c’era nessuno col quale condividere la mia passione. Cos√¨, agli occhi degli altri ero un diverso. Presto mi abituai a stare da solo e, dopo un iniziale disagio, passai al lato opposto. Se potevo, evitavo in tutti i modi di confondermi con chi vedevo sempre pi√Ļ distante da me. E, inevitabilmente, appena possibile, mi rifugiavo nella mia camera. E leggevo. E viaggiavo. E stavo bene! A volte, nel periodo estivo, quando gli obblighi scolastici erano un futuro lontano a venire, non uscivo da casa per settimane. E mia madre doveva buttarmi fuori a forza, ripetendo la solita solfa: che il sole mi avrebbe fatto bene, che ero troppo pallido e che non era giusto che un bambino stesse cos√¨ tanto tempo chiuso tra quattro mura. Ma non mi piaceva accontentarla. Odiavo separarmi, anche solo per poco, dalle pagine dei miei libri. Quei volumi erano i miei tappeti magici.

Quando varcai per la prima volta in vita mia il cancelletto del giardino del nonno, ero solo e portavo un regalo per il suo compleanno.

Il nonno era il mio idolo, quello che avrei voluto essere da grande. Ed era l’unica persona per la quale rinunciavo senza troppo penare alla lettura. Quando veniva a trovarci, e lo faceva poche volte in verit√† (e prima di quella mia visita aveva rarefatto ulteriormente le sue venute), non mi costava fatica riporre il libro a faccia in gi√Ļ, nello scrigno delle coperte, e scendere nel salotto dove lui aveva gi√† sprofondato la sua mole nel sof√† preferito. ¬† Era assai burbero ma quel lato del suo carattere non mi dispiaceva; in un certo modo, era la persona pi√Ļ simile a me che conoscevo. Pensavo, infatti, che la sua ruvidit√† fosse dovuta alla solitudine nella quale si era chiuso. La nonna era morta molto tempo prima (io non la ricordavo per niente) e il nonno non si era pi√Ļ legato a un’altra persona. Forse, in un modo diverso ma simile nella sostanza, io ero davvero solo quanto lui.

Una cosa che non capivo a quel tempo, ma che in seguito compresi sin troppo bene, era che non voleva assolutamente che si andasse a trovarlo a casa sua. Mio padre mi aveva detto che quella strana mania gli era presa da qualche anno. Così, quel pomeriggio canicolare, era la prima volta che il nonno permetteva a qualcuno di entrare nella sua casa, dopo molto tempo.

E quel qualcuno ero io.

Ne ero inorgoglito e straordinariamente felice. Ai miei genitori, quando avevano telefonato per fargli gli auguri aveva detto, stupendoli non poco, che solo io avrei potuto visitarlo, solo io.                                                                                                                            

24/11/86

Ah… se mi fossi ammalato, se quel giorno fosse accaduta una qualsiasi benedetta cosa, tale da impedirmi di recarmi in quel posto.

Ma si sa: tutto va come deve andare perché da qualche parte qualcuno ha scritto per noi il copione e noi non possiamo fare altro che essere attori rassegnati. Non esiste il libero arbitrio, non può esistere!

Oppure c’√®… c’√®! Perch√© sarei potuto non cadere nella trappola… avrei dovuto capire…

perché? Perché le cose per me sono andate in questo modo?    

CONTINUA IL RACCONTO

Col cuore che batteva forte, imboccai il dritto vialetto che portava alla casa. Su un lato, un basso lampioncino emergeva a fatica dalle erbacce che infestavano il prato incolto. Il globo di vetro era opaco e incrostato di guano. Sul fondo, uno spesso strato d’insetti morti copriva quasi la lampadina. Senza volerlo mi fermai. L’immagine di quei piccoli cadaveri mi calamitava. Restai a guardarli per lunghi secondi. Poi mi scossi. Ma c’era quel disagio crescente√Ę‚ā¨¬¶ che, passo dopo passo, mi appesantiva cuore e gambe. Era cominciato dal momento in cui avevo superato il cancello. Quando l’occhio mi era caduto sull’erba cos√¨ trascurata, sui neri scheletri delle siepi, sulla casa in lontananza, scolorita e decrepita. Tutto era fatiscente. Non era cos√¨ che mi ero immaginato la casa del nonno. E l’impressione peggiore era che quello che vedevo, soprattutto che sentivo, non fosse il semplice esantema dell’abbandono o della trascuratezza: in realt√†, era come se in quel posto la vita stessa avesse come rallentato il suo passo.

Da tutto si propagava un’intensa stasi. Come una radiazione.

Ma era la casa del nonno! Cercai di sfuggire a quegli strani pensieri. Forse dipendevano dal fatto che ero terribilmente emozionato. La mano che teneva la scatola di cioccolatini era sudata non solo per il caldo.

Finalmente giunsi al portone. La pesante ombra della pensilina si posò su di me e un brivido mi saettò per tutto il corpo. Lo sbalzo di temperatura, mi dissi.

Ora so che non fu solo per quello che la pelle mi si accappon√≤, ma √® sempre cos√¨ difficile riconoscere un’autentica premonizione.

Non c’era nessun campanello. Perplesso cercai meglio. Finalmente, seminascosto dallo spesso stipite, scorsi un pomello. Sorrisi. Un vero sonaglio in metallo! Il tirante di ottone, coperto d’ossido, sporgeva a malapena da una piccola plancia di marmo sulla destra della porta. Mi allungai pi√Ļ che potei per raggiungerlo, ma ero troppo basso. Allora misi la scatola di cioccolatini sotto la maglietta, poggiai un piede sulla larga cornice che sporgeva dalla porta e mi slanciai verso l’alto, afferrandomi a uno dei grandi pomi.

In quell’istante l’uscio si schiuse. Ruot√≤ lento e silenzioso e mi port√≤ dentro.

Ero nella casa del nonno.

Rimasi attaccato come una mosca l√¨ dov’ero. A trattenermi era stata quella rapidissima visione.

Mi era sembrato che il tappeto sotto di me si fosse mosso; nel momento stesso in cui la porta si apriva. Mi era parso che un’onda l’avesse percorso, dalla soglia verso l’interno, come se il tappeto fosse stato un enorme bruco che avesse incurvato il dorso in un disgustoso passo di verme.

Continuai a guardare gi√Ļ con gli occhi sgranati. Dopo qualche interminabile secondo vidi che l√† sotto, dopotutto, c’era solo una stretta passatoia dai colori spenti e niente di pi√Ļ. Pensai che un gioco di luce mi avesse ingannato. Allungai una gamba e lasciai andare la presa delle mani. Ma avevo stimato male l’altezza. Il piede non trov√≤ il pavimento e caddi con un guaito del tutto canino. Mi trovai a sedere sul vecchio tessuto, immerso in una nuvola di polvere. Ne sentivo il tipico odore e il sapore secco; sotto le mani, il contatto freddo. Ce n’era tanta. Mi rialzai pi√Ļ in fretta che potei, temendo che il nonno mi avesse sentito e arrivasse per rimproverarmi. Odiavo il pensiero che mi credesse un imbranato. Tirai fuori dalla maglia la scatola di cioccolatini. Sconsolato, ebbi la conferma che si era piegata nella caduta.

In quel momento silenzio e buio calarono su di me.

Un altro brivido fulmineo. Mi girai. L’uscio si era richiuso alle mie spalle.

I rumori della strada erano rimasti fuori. Da una coppia di finestrelle a quarto di cerchio, come occhi tristi sopra il portone, penetrava appena uno sbiadito chiarore.

 

***

Ricordo che provai una strana sensazione. Come se, improvvisamente, fossi piombato in un altro mondo, un po’ come se avessi aperto uno dei miei libri e ci fossi caduto dentro.

Del nonno nemmeno un segno. Mi resi conto che non riuscivo ad aprire la bocca per chiamarlo. Avevo un timore del tutto infantile di spezzare con la mia voce l’aria immobile. Rimasi l√¨ dov’ero desiderando, contrariamente a quanto mi ero augurato prima, che mi avesse sentito e che arrivasse. Ma il nonno non venne. I miei occhi si abituarono presto alla poca luce, e cos√¨ potei vedere meglio. Il corridoio s’inoltrava dritto nel ventre della casa, perdendosi nel buio. Doveva essere molto lungo. Improvvisamente, a sei o sette metri dall’ingresso, si accese una luce. Sussultai. Sulla parete di destra, si era illuminata una piccola applique. Creava un fioco alone giallastro che rendeva difficile vedere oltre ma, almeno, rischiarava un po’ l’ambiente. Ora, su entrambe le pareti, vedevo bene dei grossi quadri dai colori cupi, contornati da cornici dorate di aspetto pesante. La tappezzeria era rosa pallido, adorna di piccoli disegni che ricordavano leziose fontanelle spruzzanti riccioli d’acqua. Sotto all’applique vidi un tavolino ingombro di piccoli oggetti dalle forme curiose che, da dov’ero, non riuscivo a riconoscere.

Finalmente riuscii a muovermi. Cautamente, lanciando veloci occhiate al tappeto, tenuto per mano dal timore che prima avessi visto giusto e che, da un momento all’altro, si potesse animare sotto i miei piedi.

Tutto sembrava ovattato. L’aria stessa pareva pi√Ļ densa. Come liquida. E, in effetti, avevo l’assurda impressione di fendere l’acqua immobile di uno stagno. A un certo punto mi fermai a bocca aperta. Il soffitto era affrescato a grandi scene di lotta, abbastanza visibili nonostante la semioscurit√† che regnava lass√Ļ. Enormi uomini barbuti si scontravano con mostruose creature alate. Rimasi qualche istante ad ammirare i dipinti, senza comprendere molto di ci√≤ che significavano. Poi mi scossi. Raggiunsi il secretaire. Mi fermai ancora, col cuore che accelerava. Quegli strani oggetti erano parodie di teste umane intagliate nel legno. Ed erano decine: alcune grottescamente allungate, altre compresse, con occhi sporgenti e nasi schiacciati, le bocche aperte piene di grossi denti. Certe portavano dei cappelli neri a tubo simili ai vecchi cilindri, la maggioranza erano calve. Imbellettate da un velo di polvere, sembravano spiare attraverso quegli strabuzzati occhi di camaleonte. Restai cos√¨, davanti a quella moltitudine di sgorbi opera di un artigiano bizzarro ma certamente capace di caricarli di un qualcosa di magnetico, di un fascino colloso.

Improvvisamente, dal profondo della casa, un suono metallico e profondo ruppe l’immobile pellicola d’aria. Per la sorpresa il cuore mi schizz√≤ in gola. Per un attimo mi sembr√≤ che l’atmosfera nel corridoio s’increspasse come acqua colpita da un sasso.

Era stato un unico rintocco, come di campana, ma di una tonalità molto diversa e assai meno piacevole. Ancora riverberava, dissolvendosi pian piano.

Non riuscivo a muovermi. Stavo l√¨, davanti a quei mostriciattoli che sembrava mi fissassero, girato verso lo stretto muro di fondo che, finalmente, distinguevo nell’oscurit√†. Il suono era arrivato da quella parte. Ed era√Ę‚ā¨¬¶ calato dall’alto. Con occhi pesanti come piombo risalii la parete con la stessa apprensione che avrei provato cercando un grosso ragno.

E vidi l’occhio.
La scatola di cioccolatini mi scivolò di mano.  
Un mostruoso monocolo mi fissava dal buio.

La paralisi dur√≤ un istante. Mi ficcai sotto il tavolino col cuore che correva da pazzi. Alcune statuette caddero gi√Ļ rotolando sul tappeto. Poi, strillando chiamai il nonno, vergognandomi istantaneamente per quanto stavo facendo ma incapace di controllarmi. Subito la voce che ben conoscevo giunse da dietro l’angolo, attutita da una porta chiusa.

– Vieni avanti e non urlare! Che ti prende di gridare in questo modo? – Ma non potei fare un movimento. Il nonno sapeva che cosa c’era lass√Ļ? D’un tratto ebbi una rivelazione: quel mostro mangiava solo i bambini, dei vecchi non sapeva che farsene. Ma il nonno lo sapeva? E se era cos√¨ perch√© voleva che mi mangiasse? Mentre questi sciocchi pensieri mi frullavano in mente, una losanga di luce irruppe nel corridoio stampandosi sulla parete. Subito dopo apparve il vecchio. Tremando, ne risalii con gli occhi l’immensa sagoma. Il nonno calzava due pantofole di sbiadita stoffa color porpora. Indossava una pesante vestaglia marrone, col bordo inferiore orlato di raso nero. Un foulard gli avvolgeva il collo taurino. Il suo cranio era enorme, pressoch√© calvo. Sulle tempie due sbuffi di peluria color cenere incorniciavano un faccione largo, tagliato a met√† da candidi baffi a manubrio e solcato da grinze nette come segni d’inchiostro. In giovent√Ļ era stato un bell’uomo, campione di boxe e di sollevamento pesi, capace di alzare un frigorifero con un braccio solo. Le donne stravedevano per lui. Una volta ci aveva mostrato una vecchissima foto dov’era ritratto mentre issava un bilanciere sulle cui estremit√† c’erano due seggiolini dai quali, due donnine in abiti succinti, se lo mangiavano con gli occhi.

Talvolta il nonno mi raccontava delle sue conquiste femminili come avrebbe fatto con un amico di pari et√†; ed io stavo ad ascoltarlo con gli occhi sgranati, senza capire la maggior parte delle cose che mi diceva ma ugualmente estasiato da ci√≤ che da lui emanava. Era quell’alone ad affascinarmi: la luminosit√†, il rumore di fondo che lo attorniavano mentre parlava, mentre si accendeva il sigaro, mentre si muoveva con quell’imponenza cos√¨ unica. Il nonno era una forza della natura, una specie di Dio in terra ed io lo adoravo.

E ora era lì, con le braccia piegate e i pugni premuti sui fianchi. Arrabbiato con me.

Mi cerc√≤ con lo sguardo e non potr√≤ mai dimenticare la sua smorfia nel vedermi dov’ero. Mi sentii di colpo inetto, assolutamente incapace di essere degno di lui. Con voce imperiosa m’intim√≤ di uscire dal mio riparo. A testa china, mi tirai in piedi. Poi alzai gli occhi sul suo viso. L’espressione che vidi, dura come la pietra, non ammetteva spiegazioni. Finalmente, dopo un tempo insopportabilmente lungo, si gir√≤ facendo segno di seguirlo. Mortificato, raccattai il povero regalo e m’incamminai dietro di lui, rifugiandomi sotto la sua sagoma protettiva.

Da l√¨, furtivamente guardai lass√Ļ. Vidi una grande scatola di legno appesa in alto sul muro. Sulla facciata si stagliava un quadrante circolare. Dal perno centrale, nero come una pupilla, si estendevano due lunghe lancette come scuri capillari. Lungo la circonferenza erano impresse cifre filiformi in numeri romani, sottili come ciglia. Cos√¨ protetto da una spessa cornea di vetro, sembrava davvero un enorme occhio strabuzzato. Pi√Ļ sotto, attraverso un vetro, scorsi un oggetto metallico che oscillava a destra e sinistra. E ora udivo distintamente un ‚Äúclock clock‚ÄĚ sommesso e cadenzato, e un lieve rumore di meccanismi in movimento.

Come il ruminare di una bestia.

Un orologio, ecco cos’era. Come mai ne avevo visti, ma sicuramente un semplice, maledetto orologio.

25/11/86

Una pendola. Lunga, stretta, scura, come una bara inchiodata alla parete.

Dio mio, era impossibile passare sotto quella dannazione senza SAPERE di essere osservati da quell’occhio spalancato, come se fosse stato l’unica parte visibile di un mostruoso ciclope nascosto tra i mattoni del muro. La paura di scorgere mani enormi emergere dalle pareti per afferrarmi era folle! E forse, proprio per questo, √® rimasta immutata negli anni. La follia √® resistente. No. Non ci sono mai riuscito. Non credo di aver mai fatto neanche una volta quei pochi metri senza aver sentito la pelle della schiena accapponarsi e i capelli rizzarsi come spine di riccio. E non credo di aver mai avuto il coraggio di guardare veramente in quell’occhio prima di… almeno… prima di ieri notte.

Ma, a questo ci arriver√≤… non √® ancora il momento.

Dio, come ho fatto a commettere un cos√¨ spaventoso errore… come potevo batterlo… come potevo vincere?

Ma devo tornare a quella prima volta. Non devo farmi trascinare fuori strada.

CONTINUA IL RACCONTO

Prima, quando per poco non mi si era fermato il cuore, doveva aver rintoccato una mezz’ora. Come faceva il mio Seiko da polso emettendo un bip. Sbuffai gran parte della paura. Un dannato, enorme orologio.

Mi sentii stupido di uno stupido senza limiti, inesorabilmente condannato alla mia condizione di bambino.

Nei miei libri avevo imparato com’erano gli adulti e, tra loro, com’erano gli eroi ai quali volevo assomigliare: coraggiosi, puri, sempre con la risposta pronta a tutte le domande, sempre i primi a trovare la soluzione giusta per qualsiasi problema.

In quel momento mi sentivo infinitamente lontano da loro. Ma avevo tutte le intenzioni di riscattarmi.

Seguii il nonno nel suo studio, nel suo covo, come spesso l’aveva definito mio padre. Mi accolse una penombra color amaranto, velata da una pestifera nebbia di sigaro. Il nonno arriv√≤ fino alla sua poltrona, al trono, sempre secondo i racconti del mio genitore. Vi rovin√≤ nel vero senso della parola, sollevando una densa nube di polvere. L√¨ dentro ce n’era molta pi√Ļ che nel corridoio. Prese a fissarmi senza parlare, con le grosse braccia abbandonate sui braccioli di spelacchiato velluto verde, il corpo semi sprofondato tra i cuscini. Il suo sguardo violaceo, quel tipico sguardo di vecchio, baluginava dallo scuro e mi entrava dentro come una trivella facendomi sentire del tutto trasparente.

Mi ero seduto su una seggiola di legno, dura e severa, e stavo al suo cospetto con la testa china e le mani raccolte sul regalo sulle ginocchia. Distolsi gli occhi da lui, non ce la facevo a resistere. Mi guardai attorno.

La stanza sembrava un piccolo museo. E pure l’aria, a parte il puzzo di sigaro, odorava del tipico sentore di vetusto che c’√® in quei posti. Alla mia destra troneggiava un’alta scrivania. Sopra al piano scorgevo due candelabri e un porta pennini infilato in un calamaio di cristallo. Vuoto. Di fronte a me e alle spalle del nonno, c’era una finestra con le imposte chiuse, nascosta da lunghe tende rosse. La parete di sinistra era completamente occupata da un’enorme libreria che si elevava quasi sino al soffitto. Era stracolma di libri ma non furono essi a calamitare la mia attenzione, come sarebbe accaduto in un altro luogo e in un’altra circostanza.

Dovunque, distribuiti disordinatamente sui ripiani, c’erano gruppetti di statuine simili a quelle che affollavano il mobiletto nel corridoio. Altrettanto grottesche ma, in qualche modo, ancora pi√Ļ inquietanti. Pensai che l’autore di quelle mostruosit√† fosse proprio il nonno e la cosa non mi piacque per niente. Stavo scoprendo mio malgrado che l’idolo dei miei sogni non era esattamente come l’avevo immaginato. Tra le maglie della sua brillante corazza cominciavo a vedere cose scure, che non mi piacevano per niente.

E un altro particolare mi turbava non poco: il nonno non sembrava solo coperto di polvere. Sembrava fatto di polvere.

Come se la sua umanit√† non fosse stata altro che un involucro, un sacco a forma d’uomo pieno di asciutta scoria di tempo.

Sì, perché la polvere è questo: scoria di tempo.

La voce del vecchio ruppe il silenzio. Sussultai come per una scossa elettrica. Lo guardai negli occhi come spesso mi aveva detto di fare, come fanno gli uomini.

– Ti ha spaventato la pendola, vero? – mi chiese senza alcun preambolo, cos√¨ direttamente da lasciarmi per qualche istante senza una risposta. Annuii in silenzio, non riuscendo ad aprire bocca. Mi vergognavo troppo. E aspettavo il suo rimprovero. Invece, lui annu√¨ a sua volta, mentre i suoi occhi assumevano un’espressione malinconica e la bocca gli si atteggiava a un sorriso che gi√† allora fui capace di riconoscere come molto, MOLTO, amaro. Stette ancora in silenzio, continuando a oscillare la testa avanti e indietro, sempre pi√Ļ lentamente fino a fermarsi. Quindi, rompendo una pausa che stava diventando intollerabile, continu√≤. – Capisco il tuo timore figliolo… anch’io ho paura della pendola. Anzi… – mentre diceva queste strane parole, parve rattrappire l√¨ dove si trovava e la sua faccia sprofond√≤ ancora di pi√Ļ nell’ombra.

– MI TERRORIZZA! –

Spalancai la bocca per la sorpresa. Anche il nonno, anche lui cos√¨ immenso e potente, aveva in qualche modo paura di quel√Ę‚ā¨¬¶ orologio?

– Vedi – continu√≤, emergendo improvvisamente dalla poltrona con un’agilit√† inaspettata, allungandosi verso di me per parlarmi in un orecchio.

– In quell’orologio√Ę‚ā¨¬¶ – sussurr√≤ – c’√® un MOSTRO! –

Un brivido mi artigliò la schiena. Lo fissai con nuova apprensione.

I suoi occhi ora sembravano pi√Ļ grandi; le iridi due spiritate lune piene.

– S√¨ figliolo. Nella pendola c’√® un mostro. E tu√Ę‚ā¨¬¶ lo hai capito subito!-

Fissavo il nonno senza riuscire a staccare il mio sguardo dal suo, com’era successo con le statuine nel corridoio, di colpo identificandolo senza dubbio come il loro creatore.

– S√¨, l√† dentro c’√® un mostro. – ripet√© ancora. ¬†Il suo alito sapeva di fumo, era spiacevole. – Che da anni sto cercando di sconfiggere ma che fino ad ora non mi √® stato possibile abbattere… un’entit√† crudele che scende lungo il muro come un insetto immondo. Un mostro invisibile√Ę‚ā¨¬¶ quasi√Ę‚ā¨¬¶ che ho distinto solo in qualche momento, solo per qualche istante… –

– Com’√® nonno? – lo interruppi senza quasi rendermene conto.

– Com’√® fatto? – ripetei.

Il nonno stette per un po’ in silenzio, fissandomi come si guarderebbe uno spettro. Cos√¨ proteso assomigliava a uno strano promontorio lambito da un buio mare. Poi, inaspettatamente, si sgonfi√≤ come una mongolfiera squarciata e ritorn√≤ a confondersi nel profondo della poltrona. – Non lo so.- Mi rispose dal buio con una voce nuova, spenta, senza pi√Ļ neanche l’ombra della sua antica baldanza. – Non lo so. –

A quelle parole udii nel cervello come un rumore di cristalli infranti e seppi che si era definitivamente rotto il pi√Ļ grande e luminoso tra tutti i castelli magici che la mia mente di bambino aveva edificato.

Il nonno aveva paura.

 

Poveri castelli incantati… alla fine, tutti destinati a frantumarsi√Ę‚ā¨¬¶

 

Il nonno aveva paura della pendola. Il nonno aveva paura di quello che c’era dentro. Il nonno aveva paura come me, come un bambino!

Il nonno non era pi√Ļ il mio Dio, non poteva proteggermi come avevo creduto prima nel corridoio. Mi sentii tradito, d’improvviso furioso. Fu come sentire uscire zaffate di andato a male da un frigorifero creduto pieno di delizie. La sua immagine, ora cos√¨ simile a un sacco floscio, mi era diventata insopportabile al punto che le gambe mi cominciarono a tremare, che le mani non riuscivano pi√Ļ a tollerare il contatto con la carta del suo regalo. Mi alzai di scatto, per la prima volta in vita mia senza chiedere il suo permesso, facendo cadere la scatola di cioccolatini senza dedicarle il bench√© minimo pensiero.

– Me ne vado! – dissi, con una voce tagliente di cui mai mi sarei creduto capace. Il nonno non mi rispose. – Me ne vado! – ripetei, allontanandomi da lui, camminando all’indietro. – ME NE VADO! – gridai, con tutto il petto che potevo mobilitare per rendere il mio urlo pi√Ļ forte.

РME NE VADO!!! Р                                                                                                   

Per uscire dovetti passare ancora sotto la pendola. Potrei giurare che volai! Mentre, sicuramente, il maledetto occhio mi fissava. Forse, urlai anche qualcosa.

Probabilmente una dichiarazione di sfida.

 

26/11/86

Tuttora, di quegli ultimi minuti cos√¨ densi di emozioni mi viene in mente solamente qualche immagine un po’ sfocata del nonno, ancora sprofondato nella poltrona di velluto verde. Immobile, come morto, ma con gli occhi ancora puntati su di me, luccicanti nella penombra, del tutto inespressivi o, forse, cos√¨ eloquenti da spingermi inconsciamente a non VOLERNE cogliere il messaggio.

CONTINUA IL RACCONTO

Non ricordo bene quello che feci dopo. Mi ero precipitato fuori dalla casa quasi senza respirare, gonfio di delusione, di rancore e di paura. Soprattutto, pieno di timore per l’enormit√† di quanto avevo fatto, per come mi ero azzardato a comportarmi con chi aveva SEMPRE avuto su di me l’influenza di una divinit√†.

Tuttavia non ci furono strascichi, come temetti quella sera stessa nella confortante normalità della mia cameretta, ripensando al mio comportamento poco rispettoso. Probabilmente, per qualche motivo tutto suo, il nonno non aveva fatto parola ai miei di quanto era successo.

 

***

Il vecchio morì circa cinque mesi dopo quella visita.

Non lo vidi pi√Ļ fino al giorno del suo funerale, quando i miei genitori mi costrinsero a guardarne il viso pietrificato dalla morte e a baciargli una guancia. Ricordo quanto il suo faccione fosse avvizzito e quanto questo mi stup√¨ poich√©, solo pochi mesi prima, l’avevo visto, s√¨ diverso da com’era sempre stato, ma ancora decisamente in carne e col viso pieno. Comunque non versai una goccia di pianto. Venni rimproverato per quel distacco che non riuscivo a dissimulare, per quelle lacrime non cadute; ma non riuscivo a fingere. Non c’era spazio in me per il dolore o per le convenzioni. Non quanto ce n’era in mio padre e in mia madre.

Loro√Ę‚ā¨¬¶ pensavano al nonno, a un uomo che non c’era pi√Ļ.

Io√Ę‚ā¨¬¶ pensavo alla pendola, e al mostro che si nascondeva in essa.

Da quel giorno crebbi con quell’ossessione piantata nella testa. Come un chiodo rugginoso.

 

***

Passarono gli anni. Raggiunsi la maggiore et√† e solo allora mi fu rivelato l’ultimo volere del nonno, ci√≤ che poco prima di morire aveva scritto di pugno nel testamento. Con stupore appresi che su quei fogli, coperti con una calligrafia saltellante e irregolare, dove molte lettere erano seghettate come lame, non parlava d’altro che di me.

E della sua casa.

Me l’aveva lasciata in eredit√†, aggiungendo al lascito una serie di postille che, ordinava, dovevano essere assolutamente rispettate. Una di queste puntualizzava che nessuno, dalla sua morte, avrebbe dovuto mettere piede in quell’edificio, sino a quando io, maggiorenne, non ne avessi preso possesso e… ¬†

e qui il nonno aveva scritto qualcosa che i miei, già abbastanza stupiti per lo strano testamento sul quale loro non erano in alcun modo citati, non riuscirono assolutamente a comprendere.

… vi sarei entrato e avrei fatto quello che sapevo doveva essere fatto.

Loro non capivano. Io sapevo benissimo cosa significavano quelle parole.

27/11/86

Dimmi tu, lettore di queste righe scritte con inchiostro stillato da quella stessa ombra che avvelena la mia mente e contamina il mio sangue: al posto mio, non avresti fatto la stessa cosa? Non avresti dedicato i tuoi anni a prepararti per continuare e RIUSCIRE dove il nonno aveva fallito?

Non credi che l’avere rinunciato alle futilit√† della vita per poter combattere la creatura nella pendola, sia stato giusto? DIMMI CHE E’ COSI’!!!

Ecco… senza accorgermene cerco ancora di convincere me stesso… e pure tu che leggi. Ancora cerco di ingannarmi e di ingannarti. Ma non posso farne a meno. E’troppa la sofferenza che provo. Non riesco a guardare in faccia la mia realt√†, non posso vedere la mia immagine nello specchio. Ti prego… anche se pensi qualcosa di brutto su di me, non lo dire.

CONTINUA IL RACCONTO

Quando lasciai la casa dov’ero nato, rompendo i ponti con tutto ci√≤ che era stata la mia vita precedente, lo feci da solo, senza amici e con i miei genitori rassegnati a dire a tutti che avevo una di quelle fissazioni tipiche dell’et√† che, prima o poi, sarebbe passata.

 

Presi possesso della casa del nonno e fu come violare una tomba. Nel momento in cui schiusi il portone, dall’interno fuoriusc√¨ un soffio d’aria secca, come se l’edificio avesse espirato su di me un alito antico. Rabbrividii. In pochissimi istanti un caleidoscopio di strane immagini si accese nei miei occhi: piramidi, templi in rovina, catacombe e uomini morti. Milioni di corpi accatastati.

Stetti lì sulla soglia, col cuore in tumulto e una fortissima ma indecifrabile sensazione di déjà vu che echeggiava in me. Infine mi mossi.

Mi allungai dentro, cercando tastoni l’interruttore della luce. Prima di aprire avevo attaccato la corrente abbassando il generale che si trovava in un casottino fuori della casa. Lo trovai e lo premetti ottenendo un risultato familiare. Si era accesa l’applique dell’altra volta. La stessa luce fioca. In quel momento mi venne fatto di guardare l’ora: erano le quindici e ventidue.

Rimasi ancora qualche istante in bilico tra il fuori e il dentro

tra la vita e l’oblio, ma questo l’avrei saputo dopo

oscillando avanti e indietro senza decidermi.

Poi feci un passo in avanti, un altro e un altro ancora. Ero dentro. Mi fermai a un lieve rumore. La porta si era chiusa alle mie spalle.

Subito, quella nota sensazione di estraneità saltò fuori dagli archivi del passato e mi salutò come un vecchio conoscente. Riuscii persino a sorridere.                                                                                                                                    

Avanzai senza alcun rumore, con i piedi che sprofondavano nello spesso manto grigio che adesso faceva da trapunta al vecchio tappeto. La piccola lampada a parete rischiarava appena i miei passi. Giunsi al tavolino. Le statuine erano ancora lì. I loro sguardi, stavolta, erano ben nascosti e le loro bocche non ghignavano visibilmente. Ma sapevo che da sotto quei cappucci di polvere e quei mantelli di ragnatele, mi stavano osservando con quegli occhi di rettile; che mi ascoltavano con quelle orecchie deformi; che digrignavano quegli enormi denti che troppo spesso avevano popolato i miei incubi.

Ma non erano esse a preoccuparmi di pi√Ļ.

Ci√≤ per cui il mio cuore stava aumentando i battiti, la cosa per cui il mio respiro diventava secondo dopo secondo pi√Ļ sottile era l√† davanti, in alto, nel buio.

Oltrepassai la sbiadita luce in un silenzio spesso, con gli occhi bassi e la sensazione, la certezza di essere osservato, che già mi azzannava la schiena con denti di ghiaccio.

Arrivai sotto la pendola. Tremavo, con i pugni stretti da farmi male. Tra i capelli sentivo un prurito insopportabile, come se vi sciamasse una moltitudine di pidocchi.

Volevo alzare lo sguardo, dovevo affrontare l’occhio ma non potevo, non ci riuscivo. Le gambe volevano correre, il mio essere bramava di filare oltre l’angolo per togliersi da l√¨ e rifugiarsi nello studio che era stato del nonno e che adesso era mio… l’unico posto sicuro.

Quello era il primo scontro col mostro della pendola. Era un momento per il quale mi ero preparato innumerevoli volte, immaginandomi sempre vincitore o, quantomeno, strenuo combattente. E, invece, stavo perdendo senza neanche lottare. Rimasi fermo ancora qualche istante, strattonato brutalmente dalla voglia di fuggire e dalla testarda volontà di battermi.

Poi, corsi nello studio.

Sbattei la porta dietro di me. Sconfitto.

Crollai nella poltrona sollevando un’arida nuvola, tossendo e odiandomi per quella debolezza che non avevo preventivato, per il fallimento che sentivo pesare terribilmente su di me. Ci vollero diversi minuti per calmarmi ma molto, molto di pi√Ļ per ricaricarmi di coraggio e di voglia di lottare; l’idea che mi ero fatto, la convinzione di riuscire facilmente dove il nonno aveva fallito, aveva vacillato in modo pauroso gi√† al primo scontro.

L’esperienza doveva avermi veramente sconvolto. Ero rimasto seduto tanto a lungo e in condizioni di cos√¨ forte alterazione, da non rendermi conto della notte che era scesa. E il nonno aveva detto che il mostro della pendola colpiva col buio.

Mi alzai ma mi bloccai subito. Avevo colto il mio riflesso nella vetrinetta. Con una stilettata di sgomento mi resi conto di come, in quel momento, la mia immagine ricordasse in qualche modo quella del nonno di quel giorno: ero ingrigito dalla polvere che mi si era depositata addosso. Sapevo che significava qualcosa. Lo sapevo ma non riuscivo a comprendere.

Come il nonno. Una creatura di polvere.

Uscii dallo studio, scuotendomi gli abiti con grandi manate, ed entrai nella stanza da letto. Mi coricai vestito dopo essermi tolto solo le scarpe. Mi misi a guardare il soffitto, aspettando. Tra le mani stringevo uno dei bastoni animati del nonno. La destra pronta a snudare la lunga lama d’acciaio. Inizi√≤ cos√¨.

Sin da quella prima notte subii il suo assalto.

A un certo punto, la sonnolenza mi vinse trascinandomi in un oblio senza luci né suoni.

Al mattino mi svegliai di colpo, senza nessun intervallo tra il sonno profondo e la veglia totale. Spalancai gli occhi emettendo un gemito da bestia ferita. Brancolando mi accorsi che la mia arma non c’era pi√Ļ. Doveva essermi sfuggita di mano mentre dormivo. Balzai gi√Ļ e corsi in bagno, scalzo, rabbrividendo al freddo contatto con le mattonelle, e mi guardai nello specchio.

Ciò che vidi mi fece accapponare la pelle.

Era venuto. E mi aveva fatto qualcosa.

Il mio volto era emaciato, segnato da rughe sottili che non c’erano mai state. Incredulo mi guardai gli occhi: opachi, contornati di grigio, un po’ rientrati nelle orbite. E la pelle sembrava secca. Un viso del tutto estraneo a quello che doveva essere il mio di diciottenne.

Il mostro era venuto. Aveva cominciato a sottrarmi la vita come aveva fatto col nonno.

Ricordo che la rabbia per quella prima sconfitta mi spinse a sferrare un pugno sulla mia immagine riflessa. Lo specchio s’infranse tagliandomi profondamente una nocca della mano e molti frammenti caddero nel lavabo, subito spruzzati dal sangue.

Portai la ferita alla bocca, fissando i pezzi dello specchio. Vidi tanti me stesso muoversi all’unisono, guardarmi mentre io fissavo loro, e tutti respiravano sangue. Ebbi un violento capogiro. Ansimando lasciai il bagno e mi sdraiai sul letto, cercando di capire perch√© quelle immagini mi avessero turbato tanto.

Quel pomeriggio stesso riallacciai il gas e l’acqua, ridando vita completa alla casa.

Mi insediai definitivamente nella camera che fu del nonno. Era piena d’ombra come lo studio, con le persiane chiuse e pesanti tende a cacciare la luce dell’esterno. La mobilia era di noce scuro, intarsiata a motivi floreali molto leziosi. Aprendo ante e cassetti m’invest√¨ una ventata di naftalina mista a un forte odore di chiuso. Svuotai l’immenso armadio da ci√≤ che era appartenuto al nonno. Al posto di quella roba che sapeva di museo, riposi pochi indumenti. Il minimo indispensabile. Tenni le lenzuola, quelle s√¨. Le trovai ancora odorose di canfora e perfettamente piegate, custodite in piatte scatole di cartone. Pensai che a conservare cos√¨ accuratamente quella biancheria fosse stata la nonna prima di morire, e che il nonno, per qualche ragione, non l’avesse mai utilizzata. Quella precisione cos√¨ delicata non era roba da tipi come il vecchio.

Una cosa non feci: non tolsi la polvere.

Dalla mia precedente visita se n’era accumulata tantissima e ora copriva ogni cosa come un’asciutta nevicata. In qualche modo mi sembr√≤ giusto che dovesse stare dov’era.

La polvere…

***

 

Notte dopo notte, mese dopo mese, il mostro arrivò a togliermi la vita.

Giacevo nel letto a occhi spalancati, aspettando. Percorrevo i noti profili dell’armadio, del cassettone, della finestra, della sedia, sempre nella stessa successione, ormai preda di un’appiccicosa paranoia. Mi sforzavo di mettere a fuoco il dipinto appeso al muro senza mai riuscirci nonostante sapessi benissimo che cosa raffigurava. Cercavo di cogliere qualche movimento tra la moltitudine di riflessi sulla grande specchiera a parete e, ovunque intorno, qualsiasi segno che mi rivelasse l’arrivo del mostro.

Ma non ci riuscivo mai. E sempre, a un certo punto, sprofondavo nel sonno.

Al mattino mi controllavo il viso e vedevo gli occhi perdere progressivamente luce e sprofondare nel cranio. La pelle scoloriva e si assottigliava e in effetti, talvolta, mi sembrava di scorgere attraverso di essa le fibre dei muscoli e il profilo dei denti. Non ricordo con precisione quando cominciarono il tremito alle mani e i tic nervosi. Forse quando compii il trentaduesimo anno o ancora prima. Fatto sta che assistevo impotente all’inesorabile rinsecchire del mio corpo.

Il mostro veniva, colpiva e se ne andava, ed io sentivo sempre pi√Ļ spesso riecheggiare nella testa le parole del nonno.

Il nonno… spesso mi capitava di girarmi di scatto perch√© sentivo che lui era l√¨, appena dietro le mie spalle√Ę‚ā¨¬¶ a guardarmi. E giudicarmi.

Talvolta mi sembrava di udire i suoi passi provenire da qualche parte della casa. Passi pesanti, inconfondibili. Eppure furtivi, sfuggenti. Altre volte ero certo di avvertire l’odore del suo sigaro; in quei casi era un niente convincersi che da l√¨ a qualche istante, l’avrei visto emergere immenso e severo da qualche pozza d’ombra.

***

 

Passarono gli anni, ed io ero sempre pi√Ļ isolato dal mondo esterno, nutrito da quanto mia madre mi lasciava fuori della porta. Non osava pi√Ļ provare a entrare da quella volta (non rammento niente ma, senza dubbio, accadde qualcosa di spiacevole) che dovetti aver fatto qualcosa di brutto a mio padre che aveva cercato di trascinarmi fuori.

Gi√†… mio padre. Non ricordo nemmeno quando e come mor√¨.

E questo, ora, è un altro motivo di grande sofferenza. Era un bravo uomo, mi voleva bene e non meritava certo un figlio così.

Seppi che se n’era andato da una lettera che mia madre mi fece trovare nel cestino delle vivande.

Che io sia maledetto!

La lessi distrattamente, mentre camminavo su e gi√Ļ con la mente altrove, incollata alla caccia di quella maledetta cosa nella pendola. Non fui turbato dalla notizia, com’era gi√† stato per la morte del nonno; anche stavolta non versai una lacrima. Cos√¨, senza alcuno sforzo, accantonai in qualche parte del cervello la scomparsa del mio genitore, senza darle modo di distogliermi dai miei propositi.

28/11/86

Povero pap√†; solo ora, una volta di pi√Ļ in ritardo, mi rendo conto di quanto male ho fatto a te e alla mamma oltre che a me stesso. Vi chiedo perdono√Ę‚ā¨¬¶ dovunque siate.

Ma ora devo tornare alle vicende che sto cercando di narrare. Non posso lasciarmi portare sul terreno dei rimorsi e dei rimpianti. Non posso… sarebbe troppo doloroso piangere anche per loro quando non riesco a smettere di disperarmi per me stesso… non posso.

CONTINUA IL RACCONTO

Un giorno comunicai a mia madre di non pagare pi√Ļ le bollette della corrente elettrica. Dopo qualche sollecito me la staccarono com’era gi√† successo per il telefono e il gas. Solo la fornitura dell’acqua rest√≤ attiva. ¬†L’oscurit√† divenne sovrana nella casa ed io mi sentii subito pi√Ļ a mio agio cos√¨.

Anche in questo√Ę‚ā¨¬¶ quanta similitudine col nonno! A volte pensavo addirittura che stessi trasformandomi pian piano in lui.

Per√≤, a un certo punto, io DOVEVO trovare quel bivio che egli non era stato capace di imboccare…

Giravo sempre con una candela accesa. Adoravo quella piccola, tremolante, fiammella gialla. Non offendeva le tenebre come una stupida lampada elettrica, bensì sapeva scivolarvi attraverso con discrezione, con rispetto.

Impugnavo la candela direttamente con la mano. Era bello sentire la cera calda scivolare sulla pelle, osservarla solidificarsi fino a diventare come bianche piste traslucide. Pavimenti, tappeti, tavoli e ripiani erano costellati da una miriade di dischetti bianchi che segnavano i miei spostamenti e le mie soste. Come i sassolini di Hansel e Gretel. E non m’importava niente di questo. Anzi.

Da un po’ di tempo non riuscivo a stare bene in equilibrio; forse il mostro stava portando a compimento la sua opera e non mi era rimasto molto. Spesso usavo la mano libera per puntellarmi alle pareti e alla mobilia, riuscendo ad apprezzare il solido o scricchiolante contatto. Trovandolo persino rassicurante.

Fu una notte che seppi… e l’incubo fin√¨.

29/11/86

No, in realtà cominciò.
Il VERO incubo è ora.

Nel vivere ci√≤ che resta della mia vita col rimpianto di… ma queste cose le ho gi√† scritte… da qualche parte in questi fogli. No! Non devo cedere proprio ora che sono quasi alla fine. Devo rimanere presente a me stesso e ad arrivare in fondo!

CONTINUA IL RACCONTO

Accadde una notte, come ho detto.

Dopo anni di snervante stillicidio, di silenziosa e inutile guerra, non ressi pi√Ļ.

Improvvisamente, dopo alcune ore passate nel consueto modo, saltai gi√Ļ dal letto senza che lucidamente l’avessi voluto fare, gettando via il vecchio e inutile bastone.

Furiosamente strappai la candela dal comodino, la protessi con una mano a coppa e corsi verso la porta, a piedi nudi.

Nell’istante in cui passai davanti alla specchiera, mi bloccai. La mia immagine riflessa…

La luce della fiammella scolpiva impietosamente il mio volto. Sembrava un teschio ballonzolante.

I miei occhi√Ę‚ā¨¬¶ emergevano come fiochi bagliori da due oscuri gorghi.

Ed erano diversi.
Mi chinai in avanti avvicinando per vederlimeglio.
Luce viola.
Barcollai all’indietro, rifiutando quello che vedevo, e inciampai.
Caddi e la candela si spense. Mi rialzai gemendo per il male ma ancor pi√Ļ per quanto avevo visto.
Gli occhi del nonno!

La mia determinazione vacillò per lunghi istanti. Fui sul punto di fermarmi e abbandonare tutto ma poi un furore cieco mi animò di nuovo ardore. Incurante di tutti i cattivi presagi, mi tirai in piedi e lasciai la camera.

Avanzai tastoni nel buio pi√Ļ fitto, strusciando lungo i muri. E raggiunsi la meta.

Aperta la porta del ripostiglio e presi la scala. Quella scala che innumerevoli volte avevo occhieggiato assaporandone il contatto con gli staggi, immaginandomi diretto verso l’impresa delle imprese.

Lasciai il piccolo andito in preda ad una furia sempre pi√Ļ incontrollabile, sbattendo contro invisibili ostacoli che normalmente avrei evitato. Arrivai sotto il maledetto muro. Appoggiai la scala con violenza, staccando piccole scaglie d’intonaco che mi volarono tra i capelli. Alzai lo sguardo senza vedere niente; da qualche parte in quell’oscurit√† c’era la fine… e l’inizio di tutto. Digrignai i denti sorridendo ferocemente.

Appoggiai un piede sul primo piolo.
Mi fermai di botto, col ghigno che moriva in un tramonto di pelle cadente.
Che cosa stavo facendo? Non avevo nessuna luce con me!

Lentamente, silenziosamente, riposai il piede a terra. Arretrai fino ad appoggiarmi con la schiena al muro del corridoio, con gli occhi sempre puntati verso il buio del soffitto, temendo di vedervi affiorare qualcosa di spaventoso; la mente a lavorare frenetica nel tentativo di ricordare dove ci fosse una candela. D’improvviso mi venne in mente che in bagno ne avevo accesa una subito prima di sdraiarmi.

Mi lanciai senza prudenza. Subito sbattei con la fronte contro la cornice di un grosso quadro. Non ricordavo che sporgesse cos√¨. Un’esplosione di dolore mi abbagli√≤ per qualche istante. Ma continuai, vacillando sulle gambe malferme, premendo col palmo della mano sul punto offeso, sentendo un rigonfiamento farsi gi√† percettibile.

Raggiunsi il bagno. La luce citrina filtrava debole da sotto la porta.

Di nuovo sorridevo, mentre entravo e afferravo il moccolo. Un fiotto di cera mi colò sulla mano ma stavolta non mi diede nessun tipo di piacere. Ignorai quella brutta sensazione e ripartii in senso opposto.

Barcollavo sempre pi√Ļ, come se una subitanea febbre mi avesse spezzato le forze. La testa pulsava dolorosamente, facendo eco al bozzo che cresceva sulla fronte. Tra le tempie, strideva un bailamme di ronzii, di fischi acuti, di rumori come lo sbattere d’ali di un grosso insetto. Nell’alone della fiammella vidi la mia mano. Era scheletrica, scolpita da ombre nette e profonde. La mano di un morto che s’illude di essere vivo. Dunque era cos√¨ che il mostro mi aveva ridotto? Nuovo orrore si un√¨ alla furia dando vita ad un sentimento travolgente. Accelerai, filando come un invasato. Nella follia del momento il corridoio mi apparve come trasfigurato: sembrava l’oscura galleria di una miniera. Ed io ero il leggendario minatore fantasma, con la lanterna stretta tra dita di mummia. Raggiunsi la scala. Spinsi in alto la candela, cercando di penetrare la cupa notte che c’era lass√Ļ. I primi gradini riflettevano debolmente la luce. Oltre, il nulla.

Stetti immobile per lunghi secondi, col braccio alzato come una parodia della statua della libertà, col cuore che mi batteva nella testa come un martello. Poi, iniziai la salita.

***

Un gradino… due… tre…

Il buio rimaneva fitto, non vedevo niente. La scala spariva nell’oscurit√† sopra di me, dandomi l’impressione che fosse molto pi√Ļ lunga.
√Ę‚ā¨¬¶quattro… cinque… E in effetti, mentre salivo, la curiosa sensazione si consolidava.
√Ę‚ā¨¬¶sei… sette… otto… nove…
Da quanto stavo salendo? Quanto mancava alla pendola?

Rallentai ansimando come un mantice; mi fermai. Guardai sotto. Dai fianchi in gi√Ļ sembravo tagliato in due. Come se il mio busto emergesse da una vasca piena d’inchiostro. Rabbrividii.

Gli occhi mi caddero sulle mani: una, venata di cera, reggeva il moccolo. L’altra era abbarbicata a uno staggio come un artiglio conficcato. In quel momento provai assoluta disperazione: per la mia situazione, per la mia condizione di uomo adulto in preda ad una frenesia troppo incontrollabile per non essere l’anticamera (o gi√† l’abisso) della pazzia.

Guardai su, mentre lacrime amare mi velavano occhi e intelletto; cercai di fare luce, ma non vedevo niente. E, sotto di me, il nero assoluto.

Ripresi a salire. Che altro potevo fare, ormai?
Un altro gradino… un altro ancora… e altri, e altri.

Mi arrampicavo e non arrivavo mai, come se la scala si allungasse man mano che salivo, come se il mostro avesse avuto anche il potere di fare questo.

Improvvisamente una grande luna giallastra s’illumin√≤ a pochi centimetri dal mio viso. Il cuore mi perse una lunga serie di colpi. L’occhio mi dava il benvenuto.

Riuscii a rimanere appeso alla scala con la forza della disperazione. Per un niente non ero precipitato gi√Ļ da un’altezza che non ero in grado di valutare ma che ritenevo vertiginosa.

Il maledetto occhio mi fissava.
Eravamo uno di fronte all’altro. Il momento tanto atteso e sofferto era arrivato.

In quel momento mi piovve addosso una rapidissima sequenza d’immagini e momenti: il nonno, i miei genitori, le lunghe notti snervanti, gli anni consumati vagando negli scuri meandri di quella casa√Ę‚ā¨¬¶ dal profondo di me emerse rabbiosa una determinazione nuova, febbrile, potente.

E allora feci altrettanto. Lo fissai.
E fu una lotta di sguardi, durissima e silenziosa, che dur√≤ un tempo indefinibile. Infine, decisi che doveva terminare. Guardai altrove. In segno di sfida. Come per dimostrare al mostro che potevo permettermi di ignorarlo, che non mi faceva pi√Ļ paura.

Tuttavia, mentre avvicinavo la candela allo sportello della cassa, continuavo a sbirciare l’occhio, che si confondeva sopra di me nel buio adimensionale.

Rabbrividii. Ma, alla fine, mi sentivo pi√Ļ forte.

Con la mano libera rimossi il velo di polvere dal vetro. Attraverso, intravedevo il disco d’ottone, immobile come una lapide. C’ero quasi. Ma cosa dovevo fare adesso?

Che cosa avrebbe fatto il nonno al mio posto? Che cosa? E intanto, mentre cercavo di darmi una risposta, avvertivo sempre quel maledetto sguardo posato sulle mie spalle.

Mi ero di nuovo bloccato.
Ma dur√≤ pochi secondi. Una nuova ondata d’odio mont√≤ in me. Ruppi ogni indugio.

Mi lasciai trascinare e divenni spettatore di me stesso.

Le mie mani si animarono da sole. La sinistra appiccic√≤ la candela alla scala, l’altra si protese verso lo sportello. Non c’erano pomelli o altro.

I miei occhi videro la placca di ferro sulla quale si apriva il foro della chiave.
Le mie unghie s’infilarono tra metallo e legno.
Le mie dita tirarono. L’anta si apr√¨.
In quel momento ripresi il controllo delle mie azioni. Mi fermai ancora.

Emisi un lungo respiro, sibilando l’aria attraverso le labbra strette. Finalmente c’ero. Entro pochissimo sarebbe finita. In qualsiasi modo. Col cuore che mi esplodeva in petto, staccai il moccolo e lo introdussi cautamente dentro la cassa. Lo posai delicatamente, attento a non spegnerlo col mio respiro affannato. Torrenti di sudore mi colavano per il solco della schiena.

Poi, esplorai le viscere della pendola.
La fiammella animava ombre nette e deformi. Il grosso disco restituiva fioco il riflesso del mio viso. Riuscii a notare come la mia immagine fosse orribile. Ma non vedevo altro. Solo veli di ragnatele e tanta polvere. Guardai oltre, pi√Ļ in profondit√†, in preda ad una crescente confusione. Scorsi qualcosa sul fondo. Alcuni oggetti semi nascosti dal pendolo. Per vederli meglio spostai la candela e mi spinsi con la testa dentro la pendola.

Erano tre statuine.
Tre creazioni del nonno, sicuramente. Ma molto diverse. Almeno, due di esse lo erano.
La prima a sinistra ritraeva un adolescente nudo, modellato nel gesto di alzarsi da terra.
Bellissimo, armoniosamente proporzionato, intagliato da una mano abile e delicata.

Che differenza con gli sgorbi che ben conoscevo. Solo il colore era lo stesso. S’intuiva bene anche da sotto la polvere: bianco sporco, con brutte pennellate irregolari di rosso come sangue rappreso.

Spostai lo sguardo sulla figura al centro.
Riproduceva un uomo adulto, dotato di enormi muscoli tesi per lo sforzo di sollevare sulla schiena una grande sfera.

Un Atlante stupendo, scolpito con una minuzia e una precisione tale da fargli emanare una virilit√† esplosiva. Anch’esso era tinto di bianco e macchiato di rosso.

Infine, guardai l’ultima statuetta.
Un orribile teschio.

Ebbi una subitanea certezza: quel mostruoso cranio raffigurava ciò che sarebbe apparso potendo togliere la pelle di legno alle teste scolpite dal nonno. Larghi rivoli di sangue colavano dalle orbite vuote penetrando nelle fosse scure delle narici. Tra i denti scheggiati stringeva un oggetto scuro. Lo riconobbi immediatamente: era una miniatura della pendola.

In quell’attimo compresi. E l’enormit√† della rivelazione fu scioccante. Persi la presa e caddi dalla scala. Subito sbattei sul pavimento. Alla fine ero salito solo di pochi metri. Scoppiai a piangere. Disperatamente, come un bambino.

Giacevo nel buio col fiato spezzato, gli occhi puntati verso l’alto, il corpo artigliato da dolori lancinanti. In quel terribile momento mi riaffiorarono alla mente brandelli di una poesia che avevo imparato chiss√† quanti anni prima√Ę‚ā¨¬¶ li recitai sottovoce. Come un morto che pronuncia il proprio epitaffio, mentre le lacrime scorrevano amarissime e irrefrenabili.

Tempo, instancabile artista√Ę‚ā¨¬¶
tu scolpisci e distruggi disegni e cancelli, tu decori di solchi dure pietre e umane pelli;

Tempo, di polvere ammantato√Ę‚ā¨¬¶
che consumi tutto ciò che hai creato, che implacabile prostri e piaghi popoli, sacerdoti e grandi maghi;

Tempo, ubiquitario DIO√Ę‚ā¨¬¶
tu, unico, imparziale e inesorabile, indifferente a pretese, preghiere, difese e parabole;

Tempo√Ę‚ā¨¬¶


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Bart