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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: La prima

10 Maggio 2010

di Mariapia Frigerio  

L’uomo percorse lunghi corridoi sempre con la donna al fianco. Poi prese un ascensore. Premette il tasto -1. L’ascensore si fermò negli scantinati, dove erano i garage. Lui non prese l’auto e se ne scusò: “Sa, con la prima della Scala tutto il centro è bloccato. Però la accompagnerò un pezzo a piedi”. Uscirono in via Hoepli e girarono in via Agnello. C’era una pioggia sottile che rendeva indefiniti i contorni degli edifici. Lei aprì il suo ombrellino. Non pensò a riparare l’uomo. Passarono davanti a San Fedele, lei sotto la piccola aureola fucsia, lui con in testa il berretto. Da lì giunsero in piazza della Scala.  

Note dolci risuonavano nell’aria, in attesa di quelle di Bizet. La facciata del Piermarini era ricoperta da giochi di luce con volo di gabbiani. I poliziotti, dietro le transenne, erano attori muti in quella scena metafisica. L’uomo accennò qualcosa riguardo all’eccesso di sicurezza. La donna annuì.  

Quando girarono in via Santa Margherita una sorta d’incantesimo si era impossessato di loro.  
                    Passeggiarono ancora sotto la pioggia. Parlandosi. Di libri. Di conoscenze comuni. Lui volendo sapere di più di lei. Lei volendo stare di più con lui.  

In piazza Cordusio si salutarono. Si strinsero la mano. Una stretta che durò a lungo. Erano due mani decise, quelle dell’uomo e della donna.  

Sempre mano nella mano, lui le disse: «Mi sarebbe piaciuto continuare ancora questa nostra conversazione ».  

«Anche a me ».  

«Ora prenda via Broletto, la segua tutta e arriverà in quel meraviglioso posto dove abita. Mi spiace non poterla accompagnare ».  

Ubbidiente la donna imboccò la strada come se fosse stata la prima volta.  

                  Camminando posò lo sguardo sui portoni. Li esaminò uno ad uno. Poi salì ad osservare finestre e balconi. Infine si perse tra cornici e balaustre.  

Seguì, per farsi compagnia, anche i numeri civici. Grosse cifre bianche sulle formelle nere. Per la prima volta.  

Non poteva che essere così, pensò. Era la sera della prima.  

                                                                           L’ULTIMA  

Prima che finisse lo spettacolo era già seduta fuori dal suo camerino. L’attore arrivò dalle quinte, stravolto, nella sua vestaglia a righe. Dalla platea giungeva ancora il fragore degli applausi.  

«Mi vesto e sono da te » le disse.  

Era lo spettacolo pomeridiano. L’ultima recita. Poi sarebbe ripartito.  

Non dovette aspettarlo molto.  

«Eccomi » le disse dopo non più di dieci minuti.  

«Ho degli amici fuori che vogliono salutarti ».  

«Un saluto. Poi fuggiamo da qualche parte. Io e te ».  

Pioveva. L’attore era senza ombrello. Lei si offrì di ripararlo col suo. «È rotto. Non riesco a tenerlo chiuso e quando è aperto le stecche si infilano nella tela. Un vero disastro ».  

Lui rise. Glielo prese di mano, lo aprì e con lei sotto il braccio, riparati da quella cupola asimmetrica mezza cadente, si diressero verso la piazza. C’era poca gente fuori dal teatro. Gli spettatori se n’erano andati per il cattivo tempo e, tra le persone rimaste, lei non riconobbe i suoi amici.  

«Che faccio? » gli chiese.  

«Saranno andati via. Andiamo anche noi da qualche parte. Possiamo stare insieme due ore. ».  

«Non devi ripartire? ».  

«Sì, ma ho sistemato le cose per potere stare con te ».  

Si infilarono nel primo ristorante che trovarono. Faticarono a chiudere quell’ombrello con le stecche rotte. Si dovettero sforzare entrambi per tenerlo chiuso mentre cercavano di bloccarlo con il laccio.  

«Troppo presto? » chiese l’attore all’uomo che venne loro incontro.  

«Non ci sono problemi. »  

A tavola, nella sala a stucchi, ricordarono il loro passato. Mentre parlavano la donna pensò che l’attore era sempre bello, ma che molti anni li dividevano.  

E ora lui era vecchio. Una sorta di angoscia si impossessò di lei.  

Bevvero anche, dopocena. Due whisky a testa.  

Poi uscirono e attraversarono la grande piazza alberata. Era deserta. Camminarono in compagnia della pioggia fino al cinema dove il ragazzo – che avrebbe riaccompagnato l’uomo – li doveva aspettare. Non c’era ancora. Il film non doveva essere finito. Nel buio della via videro le luci di un bar.  

«Beviamo ancora qualcosa ».  

«Come gli amanti di “Tre camere a Manhattan” che passavano da un locale all’altro… Ricordi? Mi sono sempre chiesta come facessero. »  

Nuovamente con fatica richiusero quell’ingombrante ombrello. Ridendo.  

«Dobbiamo aumentare i gradi, stavolta ». Poi rivolgendosi al barman: «Due grappe, per me e la signora ».  

«Non stiamo esagerando? » chiese lei timidamente.  

«No. Tanto poi andiamo a letto e dormiamo fino a domani ».  

Bevvero continuando a ridere al pensiero del libro di Simenon.  

«Altre due » ordinò ancora l’attore. Il barman li guardò incuriosito.  

Quando il ragazzo arrivò, li trovò in preda a una strana, inaspettata euforia.  

«Follie da ultima recita » disse tra sé e sé la donna mentre un pensiero improvviso le attraversò la mente.  

Ebbe un attimo smarrimento. Poi si rincuorò. «Non da ultimo incontro ».


Letto 1889 volte.


4 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: La prima — 10 Maggio 2010 @ 10:41

    […] Per approfondire consulta articolo originale:   Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: La prima […]

  2. Commento by Carlo Capone — 10 Maggio 2010 @ 12:47

    Sapessi com’è strano
    sentirsi innamorati a MIlano
    a  MIlano
    Senza fori senza verde
    senza cielo senza niente.
    Fra la gente
    tanta gente.
    Sapesi com’è strano
    darsi appuntamento a   MIlano
    a Milano.
    In un grande magazzino
    in piazza o in galleria
    che pazzia
    che pazzia,
    eppure in questo posto impossibile
    tu mi hai detto “ti amo”
    io ti ho detto “ti amo”.
    Sapessi com’e’ strano
    darsi appuntamento a Milano
    a Milano
    Eppure in questo posto impossibile
    tu mi hai detto “ti amo”
    io ti ho detto “ti amo, ti amo, ti amo”
    ti amo, ti amo, ti amo
    ti amo, ti amo
    ti amo.

    Bello, molto bello il racconto. Asciutto e senza un filo di grasso.

    Carlo Capone

  3. Commento by mariapia frigerio — 10 Maggio 2010 @ 20:09

    Commento di Gian Gabriele Benedetti

    Due storie di una delicatezza straordinaria. Riportano alle nobili linee crepuscolari. Vellutata liberazione lirica di gesti e di parole circoscrive l’affascinante e pur semplice viaggio narrativo all’interno di sottili emozioni, come trafugate al tempo. Il lieve fruscio dell’incanto sostiene la potenzialità delle sensazioni, come scaturite da uno spazio di un vissuto che pare riaffiorare in tono indelebile. Quasi paradigma di un lontano riflesso emotivo. La linearità espressiva, magicamente pittorica, non solo nelle immagini, distilla un senso di speranza, tanto da far sì che non vi sia soltanto una “prima”, né che maturi tristemente ed estremamente l’“ultima”. A contorno della dignità sostanziale dei sentimenti più genuini, si snodano molteplici accattivanti segnali che vanno oltre l’evocazione intimistica, quasi a restituire una parvenza di identità progettuale. Eppure il quadro appare pacatamente e poeticamente contornato da malinconia. Così una tenue, quasi fragile, ma insistente pioggia ed un buio appena acceso da piccoli lumi sottolineano il “volo” di anime, come a formare un’unica metaforica partitura.

                                          Gian Gabriele Benedetti

  4. Commento by claudio grosset — 18 Maggio 2010 @ 14:12

    C’è un’atmosfera surreale – in questo racconto -, quasi un non luogo, quasi un non tempo, in cui solo un’entità astratta si muove disinvolta: il Sentimento!   Certo “La prima” è sempre la prima (volta), ricca di ricordi, luoghi, momenti, particolari indimenticabili anche se banali come “..un ascensore.. il tasto -1”, oppure, vie percorse e palazzi impressi come una ripresa da video-camera, e poi?

     Poi quella stretta di mano forte “..erano mani decise”,   interminabile “..mano nella mano…che durò a lungo” e poche semplici parole, per sancire un sentimento… Grande! Infine, un estatico ‘frammenti di un discorso amoroso’ ben esprime la passione, l’appagamento o la   beatitudine della donna con lo “sguardo” perso tra se e se  su ”portoni.. finestre… cornici…   balaustre… formelle dei numeri civici..”.

    “L’ultima” invece è una sequenza dal nome uguale, è – anche nel racconto –   un divenire indefinito di tempo e luogo, dove al centro c’è l’Altro la persona ‘Amata’ e tutto l’intorno scompare, fuorchè questo sentimento strano che forse, forse non è neanche… Amore! (dimmelo tu cos’è).

     

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