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LETTERATURA: Lucca: La processione di Santa Croce

23 Agosto 2009

di Dino La Selva

Il 13 settembre sera, quest’anno come da più di venti anni, sono andato a vedere la processione di Santa Croce.  Ho preso per mano Arturo, il mio figliuolo più piccolo, e nella calma e tiepida sera di fine estate ci siamo avviati a piedi dalla nostra casa, che è quasi in campagna, verso la turrita città di Lucca cinta di mura. Ci guidavano, incitandoci ad affrettare il passo, lo scampanìo festoso e solenne di San Frediano e il tremolìo delle fiaccole sul campanile di San Martino nel cielo sempre più bruno. Per strada, a mano a mano che ci avvicinavamo, incontravamo persone sempre più numerose: tutta la gente del contado, in genere così schiva e aliena dalla confusione, che alla spicciolata, a gruppetti, a famiglie intere ci seguiva, ci affiancava, ci superava, diretta alla sua grande festa. A Porta San Pietro eravamo già folla; c’infilammo nel buio androne per risbucare, confusi ormai con migliaia d’altri, in Corso Garibaldi e poi nella fantasmagoria palpitante della “luminara” in Piazza Grande.Era già pieno di gente ma Arturo, con l’agilità e il fiuto dei suoi dieci anni, trovò per tutti e due il punto di osservazione adatto, tra il muro del Palazzo Ducale e le transenne metalliche che delimitavano il percorso. Arrampicandomi un po’ sulle transenne riesco a spaziare per un bel tratto sul mare di teste che mi circonda. Ed ecco finalmente comincia a sfilare la processione.Sono prima gruppi di donne, di ragazzi, di bambini in duplice fila, guidati dal loro prete che di tanto in tanto intona con voce stentorea e un po’ rauca: “Evviva la Croce…”, accompagnato dai suoi fedeli in maniera alquanto stonata. Intercalate a questi gruppi cominciano a sfilare le bande musicali dei paesi della Lucchesia e della Versilia, con le loro divise da operetta ottocentesca: pantaloni bianchi, giacche azzurre attillate, bottoni, spalline e alamari dorati…Ci sono anche parecchie ragazze, in pantaloni e con i berretti a visiera posati sui riccioli biondi o bruni. Sfilano marcando il passo e di tanto in tanto attaccano la musica: “Evviva la Croce…la Croce evviva…e chi la esaltò!” Conto una, due, tre…quattro…sette bande.
Seguono poi le rappresentanze delle cento e cento parrocchie di Lucca dentro e di Lucca fuori, della piana e dei monti. Ogni parrocchia un cero acceso con su il nome del paese rappresentato. Ceri grossi, piccoli, mezzani, giganteschi, più lunghi, più corti, più sottili, più spessi…E dietro ogni cero un gruppo di parrocchiani; gruppi numerosi delle parrocchie grandi e popolose, gruppi striminziti delle parrocchie piccole, sperdute, ormai quasi disabitate; qualche rappresentanza è ridotta all’osso, al solo portatore del cero. Ma quanti ceri! Non finiscono più di passare. Ardono in silenzio la loro fede nel cielo nero della notte. La folla è stranamente silenziosa, compresa e assorta in quello spettacolo. Ogni tanto qualcuno riconosce nella processione un amico, un parente, un paesano e lo saluta; quello gli risponde con lo sguardo, con un sorriso fra imbarazzato e compiaciuto. E non è questo un segno di scarso rispetto, di irriverenza, anzi serve a creare un legame più stretto fra processione e spettatori, ad unire tutti nello stesso sentimento.
Un giovanotto accanto a me ha assunto un atteggiamento critico e canzonatorio, fa apprezzamenti troppo ammirativi sulle ragazze delle bande ed ironici sui preti, frati ed altri religiosi. Ma sono commenti fuori luogo,stonati, che nessuno raccoglie, Al passaggio del Vescovo tira fuori anche l’eccessiva ricchezza della Chiesa e grida a voce piuttosto alta: “Marcinkus!” Ma viene zittito da una ragazza del suo stesso gruppo.Certamente non è un lucchese: dev’essere un pisano!
Passano le croci, poche e modeste per la verità; non più le belle croci di argento fiorito e tintinnante degli anni passati. La più bella la grande croce di garofani dei floricoltori di Viareggio; patetica la piccola e rozza copia del Volto Santo di una parrocchia sperduta sui monti.
Ora la processione si avvicina al suo punto culminante ed assume maggior colore e fasto. Ordini di frati e di suore, misericordie incappucciate di nero, canonici in cotta e stola; poi il Santissimo… Vescovi e Arcivescovi di tutta la Toscana nei loro sontuosi paramenti…odore d’incenso, applausi, genuflessioni, benedizioni… Un fremito di commozione pervade la folla.
Ma ecco si comincia a udire ad intervalli regolari, dapprima in lontananza, poi sempre più vicino, il rullo dei tamburi e il suono squillante delle chiarine (lunghe trombe sottili dal suono alto e limpido). Sono le rappresentanze delle città grandi e piccole della Toscana che vengono nei loro antichi costumi medioevali, con i loro stendardi, con i loro gloriosi gonfaloni a rendere omaggio al Santo Volto di Lucca! Ecco, dopo i valletti ed i balestrieri dei “terzieri” (quartieri) di Lucca, quelli di Pescia e di Massa Marittima, ecco i cavalieri e le dame del Tau di Altopascio nei suggestivi severi abiti monastici, ecco la delegazione di Firenze con i suoi assordanti tamburi e il suo immenso giglio d’oro, quella di Pisa con la Croce di Santo Stefano, quelle di Pistoia, di Arezzo, di Prato… E’ tutta la Toscana medioevale che passa, con gli stendardi, le picche, le balestre, le alabarde, i costumi di panni pregiati e variopinti, le cotte di ferro, gli elmi e le corazze di cento fogge diverse e strane, la Toscana appena uscita dal crogiolo delle invasioni barbariche dell’alto Medioevo, con la sua violenza arrogante, con la sua irriducibile faziosità ma anche con l’orgoglio delle sue istituzioni delle sue libertà cittadine riconquistate, che si riconosce suddita della Chiesa di Cristo e viene a rendere omaggio al Santo Volto di Lucca, amato e venerato anche nei più remoti angoli d’Europa. La folla applaude entusiasta, istintivamente immedesimandosi nell’evocazione del periodo più glorioso della sua storia. Ce n’è anche per le autorità civili e militari e per tutti i sindaci del territorio dell’antico Stato di Lucca che, con fascia tricolore ed all’ombra del loro gonfalone comunale, chiudono la processione, come a sottolineare con la loro presenza la continuità fino a tutt’oggi di questo sentimento di amore e di rispetto non servile del potere civile verso la Religione e la Chiesa.
Io credo infatti che questa presenza dei segni del potere civile passato e presente alla processione di Santa Croce non rappresenti un atto di omaggio servile, di sottomissione delle istituzioni civili a quelle ecclesiastiche, bensì un atto di rispetto reciproco fra i due Poteri. Dare a Dio quel ch’è di Dio per poter dare a Cesare quel ch’è di Cesare. Per quel poco che so, nella storia di Lucca il potere civile fu sempre rigorosamente distinto da quello religioso, il primo teso alla difesa della libertà esterna ed alla salvaguardia delle istituzioni politiche interne, il secondo volto alla cura e al governo delle anime. Lucca fu patria di grandi Santi, ma anche di abili mercanti e di accorti politici; nonostante la religiosità del suo popolo fu città ghibellina nella Toscana guelfa; non ebbe mai un Vescovo a capo o fra i rappresentanti dello Stato. Da questo illuminato equilibrio fra i due Poteri fu caratterizzata nei secoli la storia di Lucca, ed è proprio per questo senso di moderazione e di equilibrio che i lucchesi sono stati nei secoli maestri di civiltà.
Ormai la processione è terminata e la folla si dilata e dilaga per le strade bianche dello sgocciolio dei ceri, fra gli antichi palazzi e le chiese sagomate dalle tremolanti fiammelle della “Luminara”, fra i globi luminosi dei banchetti di croccanti, torrone e brigidini, nell’aria pesante dell’odore dei “frati” fritti e dei bomboloni alla crema, in attesa dei razzi che annunzieranno l’inizio dei fuochi d’artificio. Io me ne andrò invece alla Cattedrale dove, alla luce di mille candele, il Santo Volto di Lucca, nei suoi paramenti d’oro cesellato, tempestato di gemme, riceve questa sera, come da dodici secoli, l’omaggio d’amore di fede di un popolo forte, saggio, prudente.


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3 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 23 Agosto 2009 @ 23:23

    In questa pagina, di chiara narrazione visiva e di sentita convinta adesione, sono emersi tutto il fascino di una delle più suggestive processioni, tutto l’ardore che possa esprimere una fede, la partecipazione così vasta e profondamente convinta delle istituzioni e non solo (dal più piccolo comune, alla più grande comunità, da una miriade di associazioni, alla fiumana di folla raccolta e festante…). E chi legge si trova coinvolto in questa stessa manifestazione che unisce fede e storia, laicità e religione, forte slancio e folklore… E non adombra la grandiosità dell’evento la stupida e stonata contestazione di un giovane così sciocco e avulso dal contesto.
    Si ha l’impressione che l’autore, così preciso ed attento anche ai dettagli, sia ben compenetrato da tale evento, ne rimanga completamente coinvolto, ne assapori la grandezza, sia esteriore che sostanziale, valoriale, di devozione.
    E la Festa di Santa Croce si può dire davvero che non è soltanto una festa di Lucca, ma abbraccia e coinvolge gran parte della Toscana. Diviene sacrosanto omaggio alla Croce, ma anche alla città. Lucca ne può andare orgogliosa
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Monica — 14 Dicembre 2009 @ 23:30

    Ben descritto. Questo è la “Luminara”….     è riconoscersi, è sentire l’appartenenza, è il manifestarsi delle proprie radici. E’ riunirsi sotto il simbolo de   “Volto Santo” che non è solo un crocifisso…..   non esprime solo sofferenza; ma calma, austerità, serenità, compostezza…. caratteristiche che possono estendersi alle nostre piazze, alle vie, ai giardini nascosti…. alla nostra cittadina tutta.

    Non è solo una manifestazione religiosa, anche se questo aspetto predomina, ma un evento che riunisce, che accomuna tutti:   i villaggi della garfagnana e di “Lucca Fora” con il centro,   gli emigranti -quanta emozione, a vedere passare gli stendardi dei lucchesi nel mondo!- con coloro che sono rimasti.

    Difficile da spiegare a chi non è lucchese….       dicono: “Ho capito, è una evocazione folkloristica……   è un corteo storico….   è una sfilata in costume”.   Chi è lucchese, sente che la Luminara è tutt’altro.

    Intanto perchè non è la riproposta di una antica manifestazione ad uso turistico, ma un atto di fede che non si è mai interrotto, che non è stato necessario ripescare. E poi, perchè è per i lucchesi, per noi, sia nell’aspetto religioso, sia in quello più festaiolo.

    Ricordo nei racconti degli anziani la narrazione dell’attesa per la “fiera”, contando i risparmi di tutto l’anno, per andare a comprarsi le scarpe, la stoffa per cucire il vestito, gli attrezzi da lavoro….. la fiera degli animali, tra cui quella del 29 settembre, detta delle “carogne” -erano esposti gli animali rimasti invenduti, che ormai costavano poco, era l’ultima occasione di piazzarli….-   il tragitto a piedi, con gli zoccoli….     il festoro ritorno verso casa, con i sigarini di menta, le “cialde”, i “ciottorini” di coccio per le bambine, per giocare ai mangiarini…. non sono passati troppi anni! E chi non ricorda i venditori di piatti in Piazza San Michele, che, offrendo ad alta voce le proprie merci,   facevano torri sui tavoli con i piatti aperti a ventaglio, venduti al migliore offerente……   il vociare, il frastuono…….

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 15 Dicembre 2009 @ 11:21

    Avevo dimenticato, Monica, i venditori di piatti, di solito avevano le bancarelle davanti alla chiesa di san Michele. C’erano di quelli che lanciavano i piatti in aria per mostrarne la solidità.
    Bei ricordi.

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