Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: “La russia vista da lontano” di Mikhail Shishkin

16 Dicembre 2009

di Simona Cappellini  

Qualsiasi scrittore russo contemporaneo deve confrontarsi con un bagaglio ibrido di passato e presente, una migrazione temporale più che geografica, che va a disegnare una mappa dai confini intracciabili.

E’ così che mentre dallo Stato sembrano permeare nuovi sistemi di controllo, la letteratura contemporanea si inventa nuove autonomie, zone indipendenti dove l’uomo moderno può trovare il proprio spazio e la propria identità, anche se solo per un breve momento. Per alcuni scrittori la ricerca di “territori liberi” al di fuori della storia e della politica russa diviene una questione etica, un modo per re-inventare una Russia alternativa, forse utopica, che guarda al passato cercando un riparo dalle catastrofi storiche, dall’epoca comunista alla rottura degli anni ’90, fino alla odierna soffocante stasi di Putin.
 

Mikhail Shishkin è un fautore della tradizione letteraria classica, che fonde passato e presente in un flusso di continuità come risposta alternativa all’impossibilità. Più che uno scrittore in esilio vive la condizione di non appartenenza, sempre più frequente nell’uomo moderno, asserendo che per conoscere se stesso un uomo dovrebbe vivere ovunque. Conoscendolo si ha l’impressione che la persona si distanzi dalla sua stessa scrittura, come se questa avesse vita e forma propria, indipendente dall’uomo, che al contrario dei suoi libri appare come una persona semplice ed estremamente disponibile.  Nella vita Shishkin è interprete all’ufficio di asilo politico di Zurigo per i richiedenti provenienti dai paesi russi. Ma nei suoi libri diviene interprete tra realtà parallele, il filo conduttore tra situazioni di alienazione e mondi resi possibili solo dalla comprensione reciproca, tra diramazioni di storie multidimensionali che vanno dalle spedizioni greche di Senofonte alla contemporaneità di un ufficio di immigrazione svizzero; dall’esoterismo cristiano dei vangeli apocrifi al diario sentimentale di una cantante.

 Nel rispetto delle più antiche tradizioni – innumerevoli le citazioni ad autori quali ÄŒechov, Turgenev, Dostoevskij, Gogol e molti altri – Shishkin non affida niente al caso ed evidente è la costante e meticolosa attenzione al dettaglio. I suoi libri si distinguono infatti per una particolare chiarezza del linguaggio, nonostante i giochi di parole, le sfumature, i molti riferimenti e i cambiamenti repentini, e per un’abile padronanza stilistica che si muove dal reportage di guerra al romanzo sentimentale e a quello storico, tutti intrisi di riferimenti autobiografici;  una indistinzione di generi che suggerisce forse la fine stessa del genere letterario. Ma la cosa che maggiormente contraddistingue la sua scrittura è il perfetto equilibrio tra uno stile brillante e sofisticato,  dove ogni frase segue un ritmo ben preciso come in uno spartito orchestrale, e le tematiche forti,  raccontate nella loro totale nudità, di cui forse se ne percepisce lo spessore e l’entità solo alla fine. Ogni libro, frutto di un’elaborata ricerca, è dunque un viaggio a cui è facile abbandonarsi nonostante le centinaia di pagine, che lascia il lettore alla fine con la consapevolezza di aver acquisito una maggiore percezione della varietà umana e forse un senso maggiore dell’esistere come unico modo di resistere.

La presa di Izmail (Voland 2007) è un viaggio complesso nell’evolversi della coscienza russa, intessuto di fili e trame, visibili e invisibili, volte a sottolineare l’effimero fine della lotta umana e dei popoli. Il fine dell’intero romanzo è infatti riassumibile attraverso il gioco – la chiave di lettura – a cui il titolo stesso si ispira: un numero da circo di alcuni topolini che obbediscono al disegno del loro ammaestratore per la rappresentazione della presa russa della città di Izmail. Ma l’unico motivo che muove i topolini ad effettuare il gioco è guadagnare i pezzettini di formaggio disseminati nel percorso. Il romanzo diviene in questo modo una metafora tragicomica dell’essere umano, che inutilmente si affanna a conquistare il proprio pezzetto di formaggio. Un libro sulle barbarie dell’uomo nella lotta della vita e contro gli avvenimenti della vita, che precede il passo ulteriore  di Capelvenere dove si acquista la consapevolezza – come sottolinea più volte l’autore – che solo la morte ha il potere di porre fine a qualsiasi cosa e che l’unica lotta che abbia un senso è quella contro il tempo e contro la morte.

Capelvenere (Voland 2006) – nome di una pianta che cresce spontanea, anche sulle rovine – è un romanzo strutturato in un formato domanda-risposta, presumibilmente per la trascrizione di un interrogatorio registrato in un ufficio di immigrazione ad un confine Svizzero. L’interprete, alter-ego dell’autore, traduce le testimonianze dei rifugiati russi, che raccontano le barbarie e i tormenti sofferti nelle scuole, nelle prigioni, nelle caserme o nelle proprie case. L’interprete è però convinto che le loro storie, volte a colpire maggiormente i loro interlocutori, siano nel migliore dei casi eccessivamente enfatizzate, o forse solo sentite raccontare da altri. Ma gradualmente si comprende che la questione non sta nella veridicità o meno dei fatti raccontati, quanto nel quadro (o nell’affresco) che ne consegue alla fine, di situazioni umane reali che fanno parte della storia contemporanea. Le persone diventano dunque le storie che raccontano e la storia, quella universale, si confonde – così come i personaggi – e si sposta, geograficamente, storicamente e culturalmente, senza interruzioni, in un nesso non immediatamente percettibile (la parola), che idealmente rompe tutti i confini. L’intero romanzo è quindi una metafora sulla resurrezione dell’anima attraverso l’amore e la parola, che prevalgono sulla morte e sulla distruzione. “Se non si scrive quello che è successo, tutto sparirà e non rimarrà nulla, come se non fosse mai accaduto”.

Lezioni di calligrafia – ultimo libro pubblicato da Voland nel 2009 ma il primo scritto in realtà dall’autore –  è ancora una riflessione sulla scrittura e sulla memoria, dove attraverso un romanzo (Memorie di Larionov) e un racconto breve (Lezioni di calligrafia) si evidenzia il passaggio dal dramma individuale a quello universale, e tramite il personaggio principale, Larionov, si affronta lo scontro tra gli ideali personali e l’inclemenza della realtà storica che ieri come oggi resta racchiusa nel sortilegio costante a cui sembra essere destinato il popolo russo. Nel racconto Lezioni di calligrafia il narratore, che si identifica nel personaggio/giudice intento ad insegnare l’arte della scrittura, incorpora l’intensa emozione che la parola acquisisce in quel contesto, ovvero nella descrizione accurata di come ogni lettera deve essere scritta, ma l’atto di scrivere diviene allo stesso tempo una forma di protezione e di liberazione. Concentrandosi sull’atto fisico della scrittura è infatti in grado di prendere le distanze dall’estrema miseria umana di cui è costante testimone nel suo lavoro, e allo stesso tempo attraverso il legame che unisce le lettere ristabilisce il legame invisibile che collega tutti gli esseri umani:

“Dunque alla base c’è la linea, il tratto. Prenda due punti, due oggetti qualsiasi nello spazio: si potrà sempre tracciare una linea che li collega. Tra le cose del mondo, fili invisibili: tutto è reciprocamente e indissolubilmente collegato. Qui la distanza non conta, questi fili tendendosi come elastici legano ancora più forte. (…) E le lettere altro non sono che tratti e linee tenuti stretti da nodi e laccioli. La penna fissa la linea in una forma, in un’immagine, le conferisce senso e spirito, la umanizza. (…)”

In un’epoca di forte crisi indentitaria come quella attuale in Russia, anche la lingua subisce forti cambiamenti, a volte anche in forme irriverenti nei confronti del passato con l’acquisizione di parole nuove e fortemente ironiche, che vanno a colmare i tanti vuoti lasciati dai vecchi clichés Sovietici. Per Shishkin la ricerca del linguaggio è parallela e non secondaria alla ricerca identitaria, e la lingua diviene quindi oggetto e soggetto della scrittura stessa.  
 

Quando al festival “Babel” di Bellinzona, gli è stato chiesto quale fosse a suo avviso il ruolo di uno scrittore, Mikhail Shishkin ha risposto: “Il mondo è composto da dolore, pena, morte ed è abbastanza naturale per l’uomo cercare di allontanarsi dalla realtà. Ma se è facile spegnere un televisore che trasmette dolore e distruzione non è altrettanto facile spegnere noi stessi, soprattutto quando si vivono in prima persona tali situazioni. Uno scrittore è un traduttore della realtà e ciò che lo differenzia è lo strumento che gli permette di sublimare l’esperienza del dolore dandogli un senso e portandola ad una valutazione fatta con occhi diversi, non più compassionevoli.”
 

L’immagine che alla fine maggiormente si presta a parlare dell’opera di Shishkin è quella che anche la sua traduttrice, Emanuela Bonacorsi (a cui va un ringraziamento per l’assistenza nell’intervista) utilizza per il titolo della   sua postfazione a Capelvenere: una barca che un carcerato incide sul muro della cella con un cucchiaio, per evadere dalla propria condizione. Il romanzo è per Shishkin la propria barca, in cui mette non solo tutto il bagaglio dell’esperienza personale ma anche quello immaginario, come un’ideale arca universale, con cui fuggire verso nuovi mondi.
 

Mikhail Shishkin è nato a Mosca nel 1961. Dopo aver studiato pedagogia ha insegnato Inglese e Tedesco in alcuni istituti russi. Nel 1995 si è trasferito in Svizzera, dove ha lavorato come interprete per i richiedenti asilo politico dalla Russia. Nel dicembre 2000 ha ricevuto il Booker Prize russo per La presa di Ismail. È considerato uno dei maggiori autori russi contemporanei e con Capelvenere ha ricevuto numerosi premi, fra cui il National Bestseller Prize nel 2005 e il Big Book Prize russo nel 2006. L’ultimo in ordine di tempo è quello ricevuto a Pechino per il miglior libro straniero dell’anno. Attualmente vive negli Stati Uniti dove insegna letteratura russa.
 

Nonostante la lontananza dalla Russia, ormai da anni, continui a scrivere in russo e sembri essere fortemente legato alle tue radici. Hai mantenuto anche dei contatti e collaborazioni, ad esempio con riviste?
 

La mia ultima esperienza professionale in Russia è stata quella dell’insegnamento nelle scuole, ed è stata una delusione, soprattutto nel momento in cui ho capito che non c’era molto che potessi fare per il mio paese. E’ stato allora che ho deciso di lasciare, anche cogliendo alcuni cambiamenti della mia vita personale. Oggi non collaboro con riviste russe perché a mio avviso non ce ne sono di meritevoli. Tutto resta sulla superficie, non si scende mai al fondo delle cose, non si indaga, forse anche per paura.
 

L’epigrafe in apertura a Capelvedere è una frase tratta da un vangelo apocrifo: “Poiché dalla parola fu creato il mondo e dalla parola è risorto”.. Come mai questa scelta?

Uno dei principali punti del libro è il potere della parola sulla morte. Ci sono molte storie, e ad esempio una di queste racconta di un prigioniero condannato all’ergastolo, che rinchiuso nella sua cella utilizza il suo cucchiaio per disegnare sul muro una barca. La barca è la sua fuga, l’unica sua possibilità di evasione da quella situazione. Così anche io come scrittore, non ho fatto altro che riportare la mia esperienza di interprete all’ufficio di immigrazione sulla mia barca, per poi fuggirne via. E finché sarò vivo porterò la mia barca con me, per fuggire dalle tante situazioni di prigionia della vita. Il personaggio principale del libro, l’interprete, nelle pause degli interrogatori legge un libro, Anabasi di Senofonte. Il libro parla delle lunghe marce dei diecimila greci di cui lo stesso Senofonte faceva parte. Tutte queste persone sono scomparse,   ma grazie a Senofonte continuano a marciare e marceranno per sempre. C’è poi la storia di una cantante realmente esistita, Isabella Yurjeva,   morta nel 2000, che ha vissuto in Russia nel disgustoso ventesimo secolo, portando gioia e forse un po’ di evasione alle persone che andavano ai suoi concerti. Ma nessuno sapeva niente della sua vita, così ho voluto immortalarla. Ho iniziato a scrivere il libro infatti non con l’esperienza di interprete, ma molti anni prima, quando mia madre prima di morire mi lasciò il suo diario, che poi è andato perso in un incendio, insieme alle foto e a tutti gli archivi personali di famiglia. I giorni di cui mia madre scriveva nel suo diario appartenevano ad un periodo storico molto difficile, pieno di dubbi e di paure. Dai suoi scritti però non scaturivano i fatti peggiori o la sofferenza attorno alla sua vita, ma solo la sua ricerca dell’amore, nel senso più ampio della parola. Così ho capito che questa era l’unica lotta possibile nel corso del ventesimo secolo ed ho voluto esprimere con il mio libro la possibilità unica di superare la morte con l’amore e con la parola.
 

I tuoi romanzi sono ricchi di tradizione letteraria e pregni di metafore e citazioni. La tua scelta stilistica è anche dettata dalla condizione di esilio, va cioè a riempire un vuoto nei confronti delle tue origini?
 

Per me è molto importante la tradizione e credo che nella mia scrittura questo punto non avrebbe avuto una differenza se fossi rimasto in Russia. Io sono il prosecutore di autori russi venuti prima di me e seguire la tradizione significa parlare di questioni importanti come l’amore, la morte e il superamento della morte, con nuove soluzioni stilistiche e nuovi modi espressivi. La letteratura ha varie diramazioni e ogni autore segue il proprio ramo. La mia scrittura è una conseguenza, uno sviluppo naturale della cultura da cui provengo, per cui per me sono importanti tutti gli autori russi, ma mi ispiro soprattutto ad alcuni,  come  Sasha Sokolov, Nabokov, Bunin e ÄŒechov.
 

Cosa significa per uno scrittore, dopo l’appiattimento del periodo sovietico, scrivere nell’epoca di Putin?
 

C’è una situazione paradossale oggi in Russia, quella di uno Stato totalitario e di una letteratura libera, e questo è un dato su cui riflettere, perché se uno Stato in cui si tende a predominare sul pensiero dell’uomo accetta la letteratura liberamente, senza restrizioni, significa che questa ha un ruolo marginale. Sotto l’Unione Sovietica la scrittura era controllata dallo Stato e dopo il collasso, all’improvviso,  si è creata una totale apertura. Questo ha fatto sì che si realizzasse una situazione di prolificazione letteraria forse fin troppo eccessiva, e oggi molti scrittori Russi sacrificano la qualità per il profitto.
 

Come è nata l’idea del romanzo “Memorie di Larionov”?
 

Il romanzo “Memorie di Larionov” uscì in realtà nel lontano 1994 (nella rivista Znamja â„– 7-8, se non sbaglio), ma fu scritto prima, tra il 1987 e il 1989 e concepito ancora durante il regime, quando sembrava che l’Unione Sovietica ci fosse data per sempre come recitava l’inno. E la cosa sorprendente è che durante il regime totalitario scrivevo dell’autoconsapevolezza di un uomo, poi quando nella nuova Russia “democratica” il romanzo venne pubblicato, mi sembrò che quel tema fosse già irrimediabilmente vecchio. E adesso viene fuori che il mio romanzo ha semplicemente sorpassato il tempo ed è più che mai attuale… Buffo.

“Memorie di Larionov” per me è iniziato molti anni fa. Ricordo i disordini in Polonia dei primi anni Ottanta. Sui giornali, alla televisione non si faceva menzione della Polonia, come se quel paese non esistesse. Ma si parlava di Solidarność e si discuteva. E mi stupiva il fatto che quelle stesse persone con cui potevo parlare liberamente di tutto e con cui, per così dire, potevo “inveire contro il potere sovietico”, all’improvviso quando il discorso scivolava sui polacchi, ebbene quelle persone diventavano diverse e non ci capivamo più. Per me era chiaro che i polacchi erano insorti “per la nostra e la vostra libertà”, che il nostro nemico era lo stesso. E invece mi venivano a dire che i polacchi erano degli ingrati, che noi li avevamo liberati, che i nostri soldati avevano versato il sangue per loro, e nonostante questo continuavano a odiarci! Fu allora che per la prima volta mi scontrai con il fatto che si può essere stranieri non solo tra stranieri, ma anche tra la propria gente.

Volevo scrivere il mio primo romanzo sull’essenziale, vale a dire: come vivere degnamente la vita ricevuta in dono, io nato uomo sulla terra? Ed è così che quel giovane volle diventare scrittore a Mosca. E la domanda era: come vivere la vita degnamente se sei nato in Russia?

Il tentativo di venire a capo di ciò che mi circondava (il marasma del regime decrepito) mi condusse a comprendere che il nocciolo della questione non stava nella banda di comunisti che un tempo si erano impossessati del potere nel mio paese, ma più in profondità. I comunisti vanno e vengono, ma il meccanismo della vita russa, basato sulla vessazione della dignità, resta e lavora regolarmente di generazione in generazione.
 

Per circa un secolo il romanzo storico si è occupato dell’eterno conflitto tra bene e male, dove l’eroe principale lottava contro l’antagonista, con tutti gli sviluppi possibili. Larionov, il personaggio principale del tuo libro, non sembra affatto un eroe, ma piuttosto un borghese medio, con problemi e dubbi comuni legati alla vita e all’amore, crisi depressive e identitarie incluse. Ti sei ispirato ad un personaggio reale? Anche i confini tra giusto e ingiusto sono rivisti e spesso discussi tra i personaggi.   Volevi forse sottolineare l’eterna condizione di impossibilità dell’uomo in Russia, destinata a ripetersi?
 

Ogni romanzo è una metafora e io volevo guidare il protagonista nella mia metafora della vita russa, senza descrivere la realtà sovietica, dietro cui si cela la sostanza, ma piuttosto trovando quella sostanza, la vita russa allo stato puro. Per fare questo ho deciso di andarmene con il mio protagonista nel passato, nella Russia del XIX secolo, che dopo gli orrori del XX ci sembra bene o male un secolo “d’oro”.

Cercavo una persona in cui identificarmi. Nell’archivio di storia militare in via Bauman a Mosca ho trovato alcuni volumi sul caso del capitano Sitnikov che solo per un concorso di circostanze non fu tra le fila dei decabristi che considerava suoi eroi. E al tempo dell’insurrezione polacca del 1830 – “Per la nostra e la vostra libertà” – simpatizzava con i polacchi e meditava di raggiungere la Polonia da Kazan’ per unirsi agli insorti contro i suoi stessi compagni: l’esercito russo. Naturalmente fu subito denunciato e arrestato. Nella fortezza di Pietro e Paolo non si comportò come i suoi idoli che si erano pentiti e avevano supplicato l’indulgenza dello zar Nicola, ma scriveva allo zar lettere di denuncia spiegando che bisognava sostituire l’autocrazia con una forma democratica di governo. Era una sfida aperta, un vero suicidio. Lo zar Nicola rigettò la diagnosi che accertava la salute mentale di Sitnikov e con un decreto gli riconobbe l’insanità, salvandolo in questo modo dalla forca, e così l’irriducibile dissidente si spense in silenzio nella cella di isolamento.

Cominciai a scrivere un romanzo su di lui. Ma più andavo in profondità nel testo, più mi rendevo conto che quel romanzo non parlava di me. Semmai dell’accademico Sacharov. Di quegli audaci che erano andati sulla Piazza Rossa ed erano finiti in prigione senza nemmeno fare in tempo a esibire i manifesti di protesta. Delle persone come il ceco Jan Palach pronto a darsi fuoco pur di non vivere nell’umiliazione. Per quelle persone la questione sul valore della dignità era chiara.
 

No, io non sono così. Anch’io voglio vivere questa vita degnamente, ma per me sono importanti anche altre cose: l’amore, la famiglia, i figli, i miei libri scritti e quelli ancora da scrivere.

C’è un altro tipo di persone che compongono l’umanità e che, in nome di ciò che è più importante (gli amati cari) sono pronti a scendere a un compromesso, all’umiliazione. La questione sta solo nel livello minimo di viltà. Non tutte le epoche esigono di rinnegare il padre e la madre nemici del popolo. A volte bisogna solo stare zitti. O non schierarsi. O annuire al capo. E chi scaglierà la prima pietra su chi tace, non si schiera o annuisce, sapendo che a casa lo aspettano i figli per i quali è pronto a umiliarsi, a calpestare la propria anima? Perché accusare? Oppure bisogna accusare? E chi sono gli accusatori?

Io non sono un accusatore. Io stavo zitto alle riunioni. Non andavo sulla Piazza Rossa con il manifesto di protesta. Le generazioni hanno trovato il modo di giustificare qualsiasi viltà: tutti fanno così, protestare è insensato, non si ottiene niente, si va solo incontro alla rovina. E io volevo fermamente che il potere non mi strappasse almeno questo, la mia famiglia, i miei figli, i miei libri.

Allora ho capito che per il mio romanzo avevo bisogno di un altro protagonista. Non un suicida. Un uomo ordinario che cerca di restare onesto nei limiti del possibile e di non commettere inutili viltà. Così il protagonista del romanzo è diventato Larionov.

Larionov cerca di vivere degnamente, onestamente. Ma è pronto a scendere a compromessi. E ahimé, non si può vendere al diavolo solo un pezzetto d’anima. Va già bene se il destino non incalza, non ti mette davanti a una scelta crudele. Larionov è stato incalzato dal destino. E in lui non c’era già più la possibilità di diventare un eroe. Chi può giudicarlo? Solo chi è sicuro di scegliere l’eroismo, se il destino lo porrà mai davanti alla scelta fatale. Dio ci scampi da una scelta simile!
 

Questo è comunque un romanzo storico, si danno riferimenti precisi sull’ambientazione storico-gegrafica (la more di Alessandro, la peste, la rivoluzione in Polonia, e Simbirsk) ma è chiaro che non è ai fatti storici che si vuole dare attenzione, quanto forse ad   alcuni parallelismi con i giorni nostri (le conversazioni tra Larionov e Sitnikov   fanno emergere molti punti). Quali riflessioni intendevi rimarcare sulla Russia?

Quando il libro fu pubblicato (negli anni novanta – ndr), mi sembrò che fosse davvero diventato un romanzo storico, nel senso che descriveva eventi di un remoto passato. Erano gli anni delle speranze. Si credeva che la libertà sopraggiunta avrebbe cambiato la gente. Fu un periodo stupendo perché per la prima volta non mi sentivo straniero. Per la prima volta provai un incredibile sentimento di responsabilità per il mio paese. Lavoravo a scuola perché sapevo che la nuova Russia, la mia Russia, il paese in cui la dignità sarebbe stata il valore più alto, doveva cominciare da loro, dai figli. Ho lavorato a scuola 5 anni. Come è andata, ciascuno di noi adesso lo può vedere. Alla fine la Russia è diventata ancora più se stessa. E il meccanismo della vessazione della dignità funziona benissimo. E forse io ero un cattivo insegnante.
 

Tuttavia è un peccato che non sia risultato un romanzo “storico”. L’ho scritto a 25 anni. Il mondo allora era ancora la Russia. Adesso ne ho già 50, ho vissuto in diversi paesi, in vari regimi, ho visto di tutto. Adesso so che quel libro non l’ho affatto scritto sulla Russia. È ambientato a Simbirsk, ma quella Simbirsk porta in sé ogni uomo su questa terra.


Letto 1821 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart