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LETTERATURA: “La sesta stagione” di Carlo Pedini, Editore Cavallo di Ferro

29 Giugno 2012

di Alberto Pezzini
(dal “Corriere Nazionale)

Una sinfonia. Inizia così – nella sua concezione – il romanzo “La sesta stagione” (Cavallo di Ferro, pagg. 698, euro 19,90) scritto negli anni da Carlo Pedini, una specie di musico che assomiglia ad un derviscio controllato.

L’autocontrollo è la virtù principale di Pedini. In un romanzo ciclopico per le dimensioni, che prende ad esempio i Buddenbrook di Thomas Mann, egli si muove a suo agio dal 1934 al 1985. L’intreccio è al confine tra la realtà e la fantasia. In quest’ultima è collocata Civita Turrita, sull’Appennino Toscano, dove viene inaugurato un santuario da cui la storia prenderà le mosse.   Tre seminaristi, Piero, Ottavio ed Oreste, continueranno poi la narrazione non facendo mai mancare i colpi di scena. La storia della Chiesa viene così addomesticata e resa cera malleabile per il romanzesco. Forse era il momento giusto per una sorta di rielaborazione di tutto quello che oggi la Chiesa sta vivendo tra mille sussulti e drammatiche rivelazioni capaci a volte anche di sconvolgere.

Se un libro come quello di Nuzzi l’ha terremotata svelandone i sotterranei che non sono più come ne scrisse Gide, Pedini – da compositore dotato – ha saputo dar vita ad un romanzo di attesa, di elaborazione spirituale in cui la Chiesa si spiega, cerca di trovare una via nel buio, un sentiero capace di rassicurare gli occhi dei fedeli nell’oscurità di questi nostri tempi così accidentati.

Il romanzo è scritto in un modo fluviale, nel senso che il ritmo è costante, come un buon fiume appunto. Possiede un timbro che sa di serenità anche se a volte indulge un po’ troppo nel piglio didascalico. Ma l’impasto è buono ed anche le digressioni didattiche passano attraverso il setaccio del romanziere che finisce per spigolarle senza fatica.

È bello che Pedini cerchi di assicurare alla Chiesa alcuni suoi conforti millenari. Come la musica, per esempio, che lui stesso conosce in profondità tanto da far assomigliare il suo romanzo ad una sinfonia («la sinfonia, in musica, può considerarsi il corrispettivo del romanzo in letteratura »).

Ed una specie di storica reazione verso alcune concezioni politiche che hanno avversato il cattolicesimo.   Quando il racconto svolta negli anni subito a ridosso del dopoguerra si avvertono tutti quei moti e quelle scintille che cattolici e comunisti seppero suscitare nel loro scontro ideologico. Su ciò che pensavamo fosse una specie di narrazione oleografica ed un po’ macchiettistica (ricordate Peppone e Don Camillo) Pedini trova degli accenti capaci di riecheggiare Ignazio Silone.   Ecco, di questo romanzo tranquillo come il Po (strano perché è ambientato in un luogo tanto caro a Machiavelli e Francesco Guccini, quell’Appennino a metà tra la montagna ed un certo non che di marino), ciò che colpisce non è la conoscenza enciclopedica della vita della Chiesa, né un uso sapiente della musica e dei suoi fraseggi più intimi, no: è il ritorno alle origini.

Pedini torna in fondo a quelle lotte ideologiche tanto care ad Ignazio Silone (ricordate La scuola dei dittatori) dove tutti i liceali con un po’ di sete di conoscenza si abbeveravano in maniera furiosa.
Per questo motivo il libro “La sesta stagione” non è un romanzo per vecchi. È per i ragazzi perché è capace di appassionarli con le sue mille domande inesplorate.   È capace di farli pensare a cosa sia successo prima di loro.   L’indicazione di alcune encicliche non resta soltanto come una frustata di una cultura “alternativa”.   Chi oggi conosce le encicliche, sa rendersi conto della loro intima portata ideologica e del barlume che possono risvegliare nelle coscienze? Guardate a due in particolare. La prima, Populorum Progressio, dove Paolo VI denunciava lo squilibrio fra Stati ricchi e poveri, criticando il neocolonialismo e lo sfruttamento in nome di un diritto universale al benessere. Non è forse ancora oggi pane per i nostri denti, carne per una crisi terremotante?   E subito dopo la Humanae Vitae, in cui Paolo VI si opponeva invece al controllo delle nascite e all’uso degli anticoncezionali.   Una posizione senza dubbio retriva ma figlia di una lettura ben precisa delle Sacre Scritture. Bene, tutto ciò per dire che “La sesta stagione” – a dispetto della sua fine traditora – non resterà un libro da leggere e basta perché le domande sono fantasmi a cui – prima o poi – bisogna dare una risposta.


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