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LETTERATURA: La vittoria più bella

11 Luglio 2009

di Mario Camaiani

A due chilometri dal traguardo, i due corridori in fuga avevano circa un mezzo minuto di vantaggio sul gruppetto degli inseguitori e ormai i primi arrivati sarebbero stati loro. Ambedue indossavano la maglia verde della società “Folgore”.
    “Allora, me lo dai il cambio? –disse quello che era in testa- E’ già qualche chilometro che tiro io: non ce la faccio più a reggere quest’andatura!”.
    “Forza Aldo, rispose il secondo corridore, anch’io sono spremuto”.
    “Mon è vero, replicò Aldo, rallentando –tu Piero non sei leale; so bene che ti risparmi per poi battermi in volata, ma questa vittoria interessa molto pure a me”.
    Aldo diminuì ancora il ritmo delle pedalate e a un chilometro dall’arrivo un gruppetto di cinque corridori era a poche decine di metri dai due fuggitivi.
    “Sei matto?, disse Piero, ci stanno riprendendo: dai, Aldo, sennò me la pagherai cara!”
    “Mi ricatti dunque?, disse Aldo guardandolo in faccia”.
    “No, ascolta, fece l’altro, rabbonito, so che in volata tu mi batti: se mi fai vincere ti regalo una motocicletta”.
    “A questo punto sei dunque? Non l’avrei creduto; ma io sono un vero sportivo e non mi vendo: vincerà il più forte”.
  Aldo cambiò rapporto, si chinò sul manubrio e spinse sui pedali a tutta forza. Lo striscione d’arrivo era vicinissimo e Piero gli era ancora incollato alla ruota. A trenta metri tentò anzi di superarlo: egli era più riposato e quasi si affiancò a Aldo, ma questo con un ultimo scatto vinse di mezza ruota.
    Il vincitore ebbe grandi ovazioni e inoltre quella vittoria gli apriva grandi speranze; infatti quella era una corsa molti importante, di dilettanti di prima categoria e presto sarebbe passato al professionismo.
    Ma pochi minuti dopo ebbe una terribile sorpresa; fu chiamato dalla giuria e gli dissero che il suo compagno di squadra Piero Rossi aveva sporto reclamo contro di lui perché si riteneva danneggiato nella volata: sosteneva infatti che Aldo gli avesse impedito il sorpasso, tagliandoli la strada e lui, per evitare l’investimento, era rimasto secondo.
    Purtroppo altri corridori della “Folgore” che erano a ridosso dei primi e i dirigenti della società che erano al traguardo, sostenevano l’accusa e il povero Aldo, nonostante le sue proteste, fu privato della giusta vittoria, che venne assegnata a Piero.
    Piero Rossi, ricco possidente di vasti terreni, era stato il promotore e il fondatore della società ciclistica “Folgore”. Egli era molto appassionato di ciclismo e quasi tutto a sue spese, aveva costituita la società, unica esistente in quel comune di provincia.
    Aldo Valtini era invece un modesto contadino e anch’egli appassionato di ciclismo aveva con entusiasmo accettato di far parte della società. Questi due corridori si erano nettamente staccati da tutti gli altri per la loro forza e bravura, avevano vinto molte corse e ormai avevano forti speranze di essere ingaggiati da qualche grande società ciclistica. Ma Piero, vigliaccamente, aveva rubato all’amico la vittoria decisiva, facendolo squalificare, imponendo sulla testimonianza degli atleti e dirigenti della “Folgore”, il peso della sua qualifica di pressoché padrone della società.
    Aldo si era molto abbattuto e non voleva più correre: inoltre la mamma e la fidanzata, temendo qualche disgrazia durante le corse, in fondo in fondo erano contente di quella decisione.
    “Suvvia, caro, se ormai hai deciso di abbandonare la bicicletta, non ci pensare più: non essere così triste; pensiamo a noi, al nostro prossimo matrimonio”.
    Il giovane guardò la fidanzata, una robusta campagnola, semplice e dagli occhi sinceri e le rispose:
    “Sai bene quante speranze avevo riposto nel ciclismo: mi è doloroso rinunciare ad esso, ma capisco che da solo non posso fare nulla. Ho da lavorare duramente per andare avanti e per preparare la nostra casa futura. Aiutami tu, cara, a superare questo periodo difficile”.
    La ragazza lo strinse a sé e riprese: “ Saremo felici anche se non diventerai un ricco corridore e forse lo saremo di più!”.  

    I due corridori procedevano velocemente. Stavano allenandosi, avevano già percorso una cinquantina di chilometri e arrivarono ai piedi di una salita non troppo dura, ma lunga. La scalarono agevolmente e, giunti al culmine di essa, si gettarono a capofitto nella susseguente ripida discesa; ma ad una curva il primo corridore si trovò improvvisamente davanti un camion che si era spostato al centro della strada. L’automobilista deviò bruscamente e il ciclista passò sfiorando il camion; ma in quel momento giunse l’altro corridore che urtò nell’automezzo e cadde malamente. Esso era Piero Rossi.  

    “Dopo la caduta mi ingessarono da gamba, ma trascorso il tempo opportuno non ero guarito: infatti non riuscivo a piegarla. Subii un’ operazione al ginocchio, ma il risultato fu negativo ed ora sono da lei, Professore”.
    L’illustre ortopedico visitò minuziosamente la gamba del paziente, poi sentenziò: “Mi dispiace, ma ormai l’articolazione è irrimediabilmente perduta. Non credo sia il caso di tentare un’ altra operazione”.
    Piero aveva così forzatamente troncata la sua carriera ciclistica. Egli accusò fortemente il colpo: il suo carattere peggiorò e diventò insopportabile perfino ai suoi familiari.
    Sua zia Gina, sorella di suo padre, era giunta dalla città dove abitava, a fargli visita. Essa era maestra, di animo buono e si preoccupò subito di migliorare l’intrattabile nipote. Gli parlò decisamente:
    “Pensa a quanti, malati , invalidi, magari con il peso di una famiglia, lottano serenamente la battaglia della vita, senza perdersi di coraggio e soprattutto senza prendersela con alcuno. A seconda della durezza di come il destino ci colpisce, possiamo dare la misura delle nostre buone qualità. E’ facile essere contenti quando tutto va bene, ma nella vita non sempre tutto può andare liscio. La nostra esistenza è un continuo banco di prova, un esame prolungato. Bisogna essere sempre all’altezza delle situazioni, civilmente e cristianamente. Tu hai reagito negativamente alla disgrazia che ti ha colpito: capisco che hai visto infrante le speranze per la tua più grande ambizione; ma infine anche con una gamba rigida, puoi lo stesso vivere quasi normalmente. Hai denaro, non hai preoccupazioni di sorta per vivere; sei quindi più fortunato di moltissimi altri, E poi, perché essere così cattivo con tutti? Rispondere sempre male ai tuoi familiari; forse che hanno colpa essi della tua caduta? Ricordati che tu, così facendo, li farai soffrire due volte. Inoltre, per concludere, ti voglio dire che la tua intenzione di sciogliere la società “Folgore” è veramente cattiva: sei un egoista e non uno sportivo vero. Ti ho detto queste cose per il tuo bene: spero che tu possa trarne profitto…” La zia tacque e il giovane che l’aveva ascoltata con attenzione, dato anche il certo ascendente che essa aveva sempre esercitato su di lui, stette un po’ pensoso, poi, dolcemente, replicò:
    “Forse hai ragione, zia; ma perché dovrei aiutare ancora la “Folgore”? Ormai io non posso più correre e quindi preferisco non occuparmene più”.
    “Ti ripeto che sei un egoista! Ma non sai che c’è più soddisfazione nel donare che nel ricevere? Tu ti vuoi isolare e sei il primo a soffrirne!”
    “Ma, allora, cosa dovrei fare, secondo te?”
    “Occuparti ancora del tuo sport preferito, dirigere la società, indirizzare e aiutare i corridori. Le Vittorie di essi sarebbero vittorie tue e la stima e l’affetto degli sportivi della zona ricompenserebbero i tuoi sacrifici”.
    La zia aveva centrato il cuore del nipote. Il buon sentimento prese il sopravvento in lui ed egli si occupò attivamente della società ciclistica. Fu nominato presidente e nell’organizzare la squadra, il primo pensiero fu per Aldo.
    Lo trovò nei campi intento al lavoro. Erano parecchi mesi che non si parlavano, da quella volta famosa, durante l’ultima corsa a cui avevano partecipato.
    “Salve, Aldo! –E Piero gli si avvicinò- Sto preparando la nuova squadra della “Folgore”. Come saprai, ne sono il presidente. Abbiamo dei ragazzi in gamba e faremo furori: ti invito a farne nuovamente parte, anzi tu sarai il caposquadra”.
    Aldo lo guardò e non rispose.
    “So di avere agito male con te, riprese Piero, ti prego di dimenticare tutto: da ora sono il tuo migliore amico”. E gli porse la mano. Aldo dopo qualche attimo di titubanza, la prese e la strinse calorosamente.
    I corridori della “Folgore” ebbero moltissime affermazioni durante il corso della stagione ciclistica e in particolare Aldo vinse molte gare. Piero ebbe così tante soddisfazioni, quante mai ne aveva avute neanche quando correva. La sua più grande gioia fu però quella quando un giorni chiamo Aldo e gli disse:
    “Sono felice di darti una notizia straordinaria: sono riuscito ad ottenerti un ingaggio presso una grande casa ciclistica e diventerai un professionista! Tieni, guarda!” E gli mostrò un documento. Aldo lo lesse e, con le lacrime agli occhi dalla gioia abbracciò l’amico: la prossima stagione avrebbe partecipato a gare a carattere nazionale; e fra qualche anno, chissà: forse anche in Giro d’Italia, insieme ai grandi campioni italiani ed esteri, insieme a Gino Bartali, del quale era tifosissimo!!…

 
 


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4 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 11 Luglio 2009 @ 16:21

    Grande umanità traspare da questa pagina. Non prevale la sconfitta, non vincono i rancori, non vince la sfortuna, non vince la rassegnazione, vince l’animo generoso la gara esistenziale. Vince l’animo che sa perdonare, che sa ascoltare, che sa reagire. È una sana “ventata” di vita, vita estremamente e generosamente vissuta, dove germogliano i sentimenti più nobili ed i progetti più virtuosi, che riescono a superare i dissidi e le avversità di un reale spesso non indulgente. Ed è ancora suggestione per l’alto dettato umano e per i genuini intenti che fioriscono, fanno rinascere, ridanno speranza e conducono alla “vittoria più bella”.
    Anch’io sono stato un grande tifoso di Bartali. Nel giorno della sua morte scrissi questi pochi semplici versi:

    Sull’ultima salita
    lunga fino al Cielo
    erano gli Angeli
    ad aspettarti,
    come noi qui,
    dietro la curva triste
    della vita,
    a ricucire entusiasmi di allora
    ed a raccogliere
    i cocci ingialliti
    della nostra perduta gioventù.
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Mario Camaiani — 11 Luglio 2009 @ 21:39

    Grazie, Gian Gabriele, per il bellissimo commento al mio nuovo racconto; inoltre ho molto apprezzato la tua poesia su Gino Bartali (anch’io ne ero tifosissimo!): Bartali è stato un grande campione sportivo, ma anche è stato un grande uomo di fede, di famiglia, un luminoso esempio per tutti.
    Ti abbraccio,
    Mario.

  3. Commento by claudio grosset — 20 Luglio 2009 @ 13:44

    Un giusto binomio tra una storia semplice ed un linguaggio chiaro e scorrevole, con un epilogo quasi preannunciato ma, non per questo meno gradito ed atteso.
    I protagonisti sono lì a confrontarsi con le loro giuste aspirazioni, gli umani egoisimi che si scontrano con la dura realtà e che sino ad un certo limite sono accettabili ma, il cui limite stesso è difficile da determinare o stabilire, soggettivo e, poi, ci sono anche gli “altri”. Ahimè o per fortuna non siamo soli al mondo!
    Invece, mi vorrei soffermare sulla figura della “Zia Gina”, quasi una comparsa invece, è la chiave di svolta, la selva morale di questo racconto. Se fosse la cronaca d’un storia vera, Gina incarnerebbe la figura del’ vecchio’ saggio o filosofo che sin dalla culla della civiltà ha aiutato i suoi contemporanei prima ed i posteri poi, ad affrontare la vita. Se ciò non fosse, io scorgerei dietro questa figura, l’anima il pensiero dell’autore che con questa parabola ci trasmette una sua morale positiva ed al quale va il mio plauso.

  4. Commento by Mario Camaiani — 21 Luglio 2009 @ 14:36

    Egregio Claudio Grosset,
    il suo commento al mio racconto, dotto e profondo, mi ha molto lusingato.
    Grazie
    Mario Camaiani.

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