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LETTERATURA: Laura Simoni Varanini, Lettere a Veronica, ETS 2008

15 Ottobre 2009

di Marisa Cecchetti  

Come   si raccontano favole ai nipoti, così Laura Simoni Varanini racconta a sua nipote Veronica tutta la sua vita. PerchĂ© i giovani devono sapere. Un secolo di storia passa in queste lettere che ricostruiscono luoghi di Lucca ormai trasformati dal tempo. “Hai in mente il lungo viale alberato dai larghi marciapiedi che accompagna a Porta Elisa chiunque arrivi dalla Pesciatina? Sono nata nell’ultima villetta del primo blocco abitativo, dopo il passaggio a livello oggi in demolizione, a sinistra per chi arriva da fuori”. La storia patria si intreccia alle vicende di famiglia ed a quelle personali, senza la nostalgia dell’anziano, ma con grande consapevolezza a precisione di documenti. Di grande interesse la ricostruzione del periodo fascista e della seconda guerra, il ricordo del primo bombardamento a Lucca, in zona stazione, il giorno di Befana del ’44, alle 13,30, le conseguenze della guerra sulla popolazione civile: “mancavano la carne, l’olio, la farina e ben presto in cittĂ  fu la fame. Scomparvero rapidamente i gatti, promossi a conigli, cacciati e divorati”. Prendendo le distanze dalle “manipolazioni intellettuali esercitate dalla dittatura”, assolve umanamente il padre fascista, perchĂ© “ idealista e sincero, non disposto a cambiare casacca, innamorato romanticamente della “patria”, ma pronto a salvare i suoi concittadini destinati al carcere e alla deportazione anche a costo della propria sicurezza. E nell’attuale tentativo di revisionismo storico, senza negare le atrocitĂ  di Kapler e le foibe istriane, ritiene tuttavia fondamentale “saper distinguere tra valori e disvalori”. Lettere a Veronica valgono piĂą di un manuale di storia.


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7 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 15 Ottobre 2009 @ 20:21

    “E nell’attuale tentativo di revisionismo storico, senza negare le atrocitĂ  di Kapler e le foibe istriane, ritiene tuttavia fondamentale “saper distinguere tra valori e disvalori”.

    Gentilmente chiedo, all’Autrice o al Recensore, di precisare quali furono i valori e i disvalori nel corso della guerra civile del 43/45. Penso che da un’analisi del genere potrebbe acquistare forza la distinzione che si invoca.
    Grazie

    Carlo Capone

  2. Commento by Marisa Cecchetti — 16 Ottobre 2009 @ 09:30

    riporto le parole dell’autrice sul revisionismo: ” A Napoli, tra il 27 2 il 30 settembre del ’43, la popolazione era insorta e aveva combattuto per le strade contro i tedeschi che saccheggiavano palazzi e negozi delle cittĂ . la storiografia ufficiale ha considerato fino ad oggi questo moto popolare l’inizio della Resistenza in Italia…oggi il revisionismo storico dĂ  una lettura diversa e riduttiva di questo episodio. Chi ha ragione? Benedetto croce affermò che tutta la storia è storia contemporanea, nel senso che degli eventi si danno lettura diverse secondo il periodo e l’orientamento politico culturale degli storici…nel presente, nel momento della scelta, resta tuttavia fondamentale saper distinguere tra valori e disvalori, senza pretendere di poter trascendere in assoluto i condizionamenti della nostra cultura e della nostra epoca. Nella lotta di liberazione o Resistenza molti giovani italiani combatterono e morirono per un’Italia libera e democratica o in nome dell’utopia comunista. ma anche sul fronte opposto, dalla parte sbagliata, molti “ragazzi di Salò” si immolarono in buona fede, convinti di dover riscattare l’onore dell’Italia dal “tradimento”.
    Personalmente, leggendo il libro, ho avvertito la stima dell’autrice per il padre, fascista idealista fino in fondo, anche se lei era antifascista e contro la guerra. Di lui ammirò l’onestĂ  e la coerenza, perchè non volle cambiare “casacca” ma, come segretario provinciale della RSI aiutò di nascosto a fuggire coloro che erano destinati al carcere o alla deportazione.

  3. Commento by Carlo Capone — 16 Ottobre 2009 @ 20:42

    Sulle 4 giornate di Napoli posso fornire alcune notizie. Le ricevetti da mio padre negli anni 60, quand’ero un ragazzo. Mio padre fu ufficiale di Marina nel ciclo operativo del Mediterraneo 41-42, col grado di Tenente di Vascello sulle navi da battaglia di scorta ai convogli per la Libia. Un massacro, non so come ne venne fuori. Forse il caso o il destino, o Altro.
    A inizio 43, leggo dal Foglio di Congedo Illimitato, che conservo insieme alla fascia blu e la spada, venne destinato al comando di una batteria costiera della Marina, a Messina. Qui iniziano i suoi racconti (che indirettamente mostrano più di qualunque Storia ufficiale, perché in presa diretta. Essi si riferiscono solo a un preciso periodo, la guerra di mare non ha voluto mai raccontarmela, ignoro il motivo).
    Dunque, a partire da Maggio 43 i bombardamenti alleati divennero insostenibili, il cielo azzurro era solcato da mille lampi: erano le bombe luccicanti al sole, una marea.. Resistere era impossibile. E tuttavia lo fecero, insieme ai tedeschi che condividevano il presidio della batteria. Quando si usciva dai bunker si cercava di provvedere al cibo. I suoi soldati erano alla fame mentre i tedeschi, alquanto sprezzanti, mangiavano mandarini gettando i marci. Gli italiani allora li raccoglievano da terra e se ne cibavano a due mani. A volte i tedeschi glieli lanciavano al volo, come si fa con i cani. Mio padre notò la cosa e piĂą o meno disse ai suoi: “Noi non siamo peggio dei tedeschi. punto”. Il giorno dopo i frutti restarono in terra. Il 10 settembre, senza che ci capisse molto, i tedeschi gli spararono addosso (come è noto gli ufficiali venivano giustiziati). Uno dei suoi – dico un suo soldato, non un superiore – gli disse: “ma come, signor tenente, non lo sapete che è finita la guerra?”.
    Traghettò lo Stretto di notte, insieme ad altri, grazie a un barcaiolo che non volle soldi. Ce n’erano a bizzeffe, di quelle barche nello Stretto, i tedeschi da Messina sparavano a pelo d’acqua. Fu una carneficina.
    A piedi e su mezzi di fortuna risalì la Calabria e rientrò a Napoli, verso fine settembre. Si nascondeva a casa sua, nel palazzo di Via Toledo, dove vivevano la madre, una sorella minore e il padre inebetito dall’encefalite letargica. Una mattina i tedeschi, che uccidevano nelle strade a tutto spiano e fucilavano gli ufficiali renitenti, circondarono lo stabile. Qualcuno avvertì mio padre, che riuscì a nascondersi sul tetto. Entrarono in casa ed ebbero a ridire perchĂ© la nonna, la ragazza e il moribondo custodivano sull’armadio di camera da letto il fucile che il nonno aveva usato sull’Isonzo. Qualche giorno dopo tornarono di nuovo, stavolta erano certi che mio padre fosse lì. Fece in tempo a scappare da un’uscita secondaria del palazzo, quella che dava sui Quartieri Spagnoli, gli antichi vicoli di Napoli. Scese da basso e trovò il portone sbarrato. La portiera, terrorizzata, gli disse che no, non gli apriva, fuori c’erano i tedeschi. Mio padre estrasse la rivoltella e gliela puntò alla tempia: ”apri o ti ammazzo”, le fece con la faccia da assassino.
    Quando fu all’aperto i tedeschi avevano fatto il giro dell’isolato e lo scorsero mentre scappava per le stradine in salita, direzione Corso Vittorio Emanuele. Spararono e lui rispose, poi si parò dietro l’angolo di una viuzza e prese a correre a perdifiato. Lo avrebbero raggiunto e ammazzato se nel frattempo dalle finestre non fosse piovuto di tutto, anche i canteri con la piscia. La strada che dai Quartieri porta al Corso è un reticolo di viuzze. L’inseguimento proseguì, a un certo punto vide una donna che si sporgeva dalla finestra di un pianterreno. Apparteneva a un casino, quella finestra, lui lo conosceva perchĂ© spesso, prima della guerra, era andato a recuperare il fratello minore che in quel posto si spendeva tutto, non per altro. “Giuvinò, trasit rint”, si sbracciò la donna, “venit accà”. Mio padre si voltò e sentì le strida tedesche. Scavalcò la finestra e la donna lo fece stendere sotto il letto. Fu allora che sentì uno crepitio di fucili e urla, tante urla, disumane. Uscì in strada e vide uomini scalzi, in canottiera, scamiciati, tanti civili armati di coltelli. Prendevano i tedeschi da dietro o si avventavano contro i mitra lasciandoci la pelle. Ci fu una zuffa armata, alla quale mio padre partecipò sparando tutti i suoi colpi. Come non sia morto non è mai riuscito a capirlo, e a distanza di anni era ancora stupefatto: certo è che alcuni napoletani, chiamiamoli così, riuscirono a sfilare i mitra ai nemici e, senza sapere neanche come si facesse, fecero fuoco. Ne morirono da ambo le parti. Mio padre fu ferito alla spalla. Sul selciato c’erano sangue e morti, allora riuscì ad alzarsi e si trascinò per i vicoli, fino all’Ospedale Militare. Non volevano aprirgli, ma nel frattempo come lui ce n’erano tanti. Spinsero a calci e gomiti il portone e irruppero dentro. L’Ospedale nel frattempo era stato dichiarato zona franca. Fu lì, sdraiato in un cortile e medicato alla buona, che vide arrivare centinaia e centinaia di civili, feriti o presto morti. Provenivano da ogni parte della cittĂ , e quelli che riuscivano a parlare riferivano di scontri al Vomero, al Conte di Mola, a Piazza Borsa, ai Ponti Rossi, e non penso si fossero fatti male aprendo una scatoletta… Al terzo giorno di scontri i tedeschi, dall’alto di Corso Vittorio Emanuele iniziarono a sparare nell’Ospedale. I feriti, ammassati nel cortile, furono passati a mitraglia. Ma ne entrarono altri, stavolta armati, e di lì cercarono di prendere il Corso, dove c’era il maggior concentramento di tedeschi. Non lo presero mai, il Corso, fin quando, alla fine della giornata del 30, tutto tacque. I tedeschi, seppe mio padre il mattino seguente, avevano evacuato la cittĂ .
    Viva Napoli, CittĂ  Medaglia d’Oro al valor militare.
    Questo almeno mi sia consentito dire.

    Carlo Capone

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 17 Ottobre 2009 @ 00:22

    Bel ricordo, Carlo. Pare di rivivere quei giorni di lotta per la liberazione di Napoli.

  5. Commento by Carlo Capone — 17 Ottobre 2009 @ 11:38

    Grazie, Bart, sono storie che ho sentito tante volte ma è la prima che le ordino per iscritto. E ti devo confessare che mi fa impressione scrivere di una persona amata che qui, su queste pagine di tanti anni dopo, vedo sparare e dare morte. Chi era dunque mio padre, l’uomo mite e onesto consociuto in pace e che in punto di morte mi rivelò “mi hai dato troppo affetto, non so se me lo merito” o il soldato, braccato dal nemico e pronto a sparare in testa alla portiera?
    The horror, the horror, sospira Kurtz prima di spirare.

  6. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 17 Ottobre 2009 @ 12:58

    La guerra è un’atrocitĂ  che spinge gli uomini a compiere gesti che mai avrebbero pensato di compiere.
    Mai guerre, Carlo, in qualunque angolo della terra. Sembra che non se ne possa fare a meno, però. Perché?
    Sono tentato a volte di rispondermi che ogni Paese lo si debba lasciare libero di scegliersi le sue dittature e i suoi cataclismi sociali. Ma forse è sbagliato anche questo. Perché anche questa scelta non sopprimerebbe le guerre.

  7. Commento by Laura Simoni Varanini — 28 Dicembre 2009 @ 23:58

    Ho letto solo oggi il commento di Carlo Capone e lo ringrazio della sua preziosa testimonianza. Quei giorni dopo l’armistizio furono molto confusi e ancora oggi la politica del nostro Paese è, in qualche modo, condizionata dalla guerra civile degli anni 43/45.     Quando parlo di valori e disvalori, intendo per valori    i principi (chiamiamoli pure “cristiani”) che ispirano la cultura occidentale: il rispetto del prossimo e di noi stessi, la caritĂ , l’accettazione delle nostre responsabilitĂ , il coraggio delle nostre scelte.
    Laura Simoni Varanini

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