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LETTERATURA: Le canzoni di una band, il caso Trintignant: la Francia dei Noir Desir

21 Ottobre 2010

di Gordiano Lupi

Il sei ottobre è uscito il primo libro italiano dedicato ai Noir Désir. Confesso che me lo sarei tranquillamente perso se non l’avesse scritto Sacha Naspini, perché non so niente di questo gruppo musicale, forse sono troppo vecchio per loro.   Sacha Naspini è un maremmano di Follonica, poco più che trentenne, ha pubblicato un sacco di romanzi e di racconti, ma i suoi lavori più significativi sono: “L’ingrato” (Effequ), “I sassi” (Il Foglio), “Never alone” (Voras), “Cento per cento” (Historica) e “I Cariolanti” (Elliot). Sarebbe uno sceneggiatore cinematografico perfetto, perché sa scrivere ogni tipo di storia e soprattutto cambia genere o stile da un libro all’altro: è talmente bravo da saper rendere interessante la storia di un gruppo rock anche per chi non ha mai ascoltato un loro brano. La storia si sviluppa come un romanzo che racconta le vicissitudini e le canzoni di una mitica band giovanile. Il volume termina con uno struggente racconto parigino intitolato Des visages des figures che cita una canzone dei Noir Désir, ma anche Pietro Gobetti e Amedeo Modigliani, il tutto inserito in un’ambientazione onirico – cimiteriale.

Com’è nato questo libro?

«È successo tutto in un momento. Il 5 gennaio scorso, per la precisione. Per farla breve: Luigi Bernardi, attraverso una serie di scambi via mail, a un certo punto intuisce la mia passione per questa band, e di punto in bianco mi spara la domanda: Ti andrebbe di scrivere un libro sui Noir Désir? Sono rimasto a guardare quelle parole per qualche minuto. Il tempo di una sigaretta.   Appena l’ho spenta ho cliccato su rispondi. E ho scritto: “Sì, lo faccio. Te lo butto giù di getto” ».

Per te si tratta di un’esperienza nuova dopo tanta narrativa…

«Sì, ma non del tutto. In apertura e nella chiusa del libro ci sono parti che possono essere definite “di formazione”. Per il resto, cerco di raccontare la loro storia, semplicemente, con l’approccio che potrei avere con un amico al bar; dalle cantine di Bordeaux ai tour mondiali, fino al tragico evento di Vilnius, che ha imposto un urto di stop alla band. Cercare di raccontare la loro musica, anche, per quel poco che è possibile fare con le parole. Di sicuro, il tutto visto da un’ottica un po” “partigiana” (a parte i momenti tragici e delicati legati a Bertrand Cantat). Manon sono mica un criticomusicale… ».

Come hai gestito la figura di Bertrand Cantat?

«Questo è un libro sui Noir Désir. Finché ho potuto, non ho mai spostato la lente altrove. Ma Bertrand Cantat è sicuramente il perno su cui gira tutta la ruota. È stato l’anima, il cuore pulsante di un progetto musicale potente. Senza nulla togliere agli altri membri del gruppo, chiaramente. Ma per fare un esempio spiccio: il Jim Morrison nei Doors, per capirci. Un riferimento per decine di migliaia di giovani nel mondo. La bandiera dei No Global, dell’antirazzismo. E poi il fatto di Vilnius, la morte di Marie Trintignant. Nella coscienza di tutti questo evento ha come ridecifrato un grande disegno da capo. Nel libro tratto questa parte con distacco, riporto i fatti. Chiunque è libero di farsi la propria idea al riguardo. Cerco solo di far suonare tutte le campane. Sta di fatto che a un certo punto della storia s’impone l’esercizio interiore di separare l’uomo dall’artista, o qualcosa del genere. All’inizio è venuto male anche a me. Anzi, a volte mi si ripropone ancora. Forse perché alla fine non mi va di separare proprio niente ».

(Dal “Corriere Nazionale”)


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Bart