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LETTERATURA: “Le case vicino al torrente” di Luciano De Giovanni. Philobiblon edizioni

3 Gennaio 2010

di Francesco Improta

L’unica prova narrativa di Luciano De Giovanni, Le case vicino al torrente, pubblicata da Philobiblon postuma, a otto anni dalla scomparsa del poeta sanremasco (1922-2001), non è, come giusta ­mente scrive Stefano Verdino nella ricca e originale postfazione, un libro autobiografico ma un album di memorie che si sfoglia con crescente interesse e commossa partecipazione.

Si tratta, a ben guardare, di schegge, di brandelli o, meglio ancora, di barlumi che si accendono improvvisi sullo schermo della memoria senza un apparente ordine, ora netti e delineati ora sfrangiati ma sempre intrisi di luce, una luce che nasce da dentro e si riverbera sul paesaggio circostante. Le coordinate spazio-temporali sono facil ­mente riconoscibili; ci si muove tra Sanremo e le zone limitrofe tra gli anni trenta e gli anni sessanta del secolo scorso. I ricordi dell’infanzia sono, come è giusto che sia per la loro lontananza smemorante, più sbiaditi e frammentari, né la presenza assidua di alcuni personaggi riesce a legarli e ad assemblarli. Tra questi per ­sonaggi, che non fanno parte della famiglia, mi sembra doveroso evidenziare Becüa, uno sbandato dall’animo buono che spesso fi ­nisce in carcere per piccoli furti, e Cichetin con cui si apre l’album dei ricordi, una vecchia, completamente cieca, a cui l’autore, da piccolo, faceva compagnia tutti i giorni e che ben presto diventa un punto di riferimento per il bambino, pronta com’è ad ascoltarlo e a dispensare fiabe e utili consigli. Le pagine più belle di questa prima parte sono, però, quelle relative alla morte del nonno pa ­terno, un vecchio giardiniere, che, rotto dagli anni e dalle fatiche, era stato accolto a casa del figlio e che si occupava del fazzoletto di terra vicino alla casa e la scoperta della sessualità che avviene in gruppo tra coetanei quasi per una sorta di sfida o di morbosa curiosità ma che in lui si risolve il più delle volte in prolungato silenzio, oppresso dalla vergogna e dal senso di colpa.

La scrittura di De Giovanni, sempre limpida e fluida, si fa più pre ­cisa ed icastica quando parla dei suoi ricordi di guerra e della ca ­duta del fascismo, ma dove, assecondando la sua più autentica natura di poeta, diventa lirica, aerea e vola alto è nelle ultime pa ­gine dell’album. “Avrei voluto mutarmi in pietra, in tronco, partecipare più intensamente di questo mondo segreto del quale m’ero, chissà perché chissà per come, dimenticato. In ogni caso, e lo sapevo, m’era negato ormai… Scoprivo che, più che vivere una mia vita, seguitavo a tessere un filo di cui non sapevo il principio, non avrei conosciuto la fine”. Con queste parole De Giovanni descrive la sua vita nel Casone, ai margini di un bosco (“Di fronte a noi, sull’altra collina, il bosco appariva nero, in letargo”), il suo desiderio di vivere in sintonia con la natura e di misurare gesti e parole sulle consuetudini e sulle norme di vita dei vecchi, afflitto dalla scomparsa delle case vicino al torrente, sgretolate dalle ru ­spe, e dalla costruzione della strada laddove c’era il letto del fiu ­me, che ormai strozzato rantola sottoterra. Ma è nel congedo dalle origini, ultima pagina dell’album, in cui rievoca la dipartita dei suoi genitori che la scrittura di Luciano si innalza e tocca i cieli della poesia, quella dimensione lirica che gli è più congeniale e familiare. Mi riferisco in particolare alla morte del padre: “Un’ombra gli cadde addosso, coprì di dolcezza l’affaticato volto.”


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1 commento

  1. Commento by Antonio — 30 Maggio 2010 @ 14:18

    Con questo “libro di memorie, più che autobiografia” (S. Verdino), l’autore, in brevi capitoli, rievoca uomini, donne ed animali incrociati tra l’infanzia e la maturità. La narrazione tende a bloccarsi in ritratti, simili a vecchie istantanee che conservano nei loro grigi sbiaditi dal tempo ormai solo un’ombra delle presenze, una volta vive, palpitanti. Lo stile sobrio e leggero evita sia indugi descrittivi sia riflessioni sull’inconsistenza delle esperienze umane, affidando alle cose ed agli eventi, da quelli quotidiani alle avversità della guerra, il compito di abbozzare un possibile disegno.

     

    Si alternano così incontri e scorci di “fasce” coltivate ad ortaggi ed a vigne, interni intimi e squarci di mare in lontananza: sono episodi e scenari che De Giovanni riscopre con doloroso distacco, senza indulgere né alla nostalgia né cercando di estrarne un senso. Ogni incontro, non appena avviene, è già una perdita: abissi di silenzio ci saparano dagli altri e gli avvenimenti   si prosciugano come ombre al sole di mezzogiorno. “Fra le cose che accadevano e quelle che immaginavo non ponevo un preciso limite. Ne gustavo il vago sapore. Non avrei saputo spiegarlo: il gusto, può darsi, della vita che non sappiamo cogliere che pure preme, chiama di là dei confini”.

     

    La vita si sfalda, mentre una linea scura si insinua nel cuore. Con sommessa rassegnazione, il protagonista confronta gli anni in cui le colline di Sanremo erano disseminate di piccole case, tra ortivi e limoneti, con la successiva espansione urbanistica il cui danno non è solo nella deturpazione di valli e declivi, quanto nello sradicamento dalla terra, da un’esistenza dura ma viscerale. Chi ha assistito a questi cambiamenti soffre lo stesso muto dolore che intride le pagine finali del libro, dove il commiato dalle origini rende ancora più amaro il dolce che ancora si assapora in bocca, il ricordo dell’infanzia.

     

    “Avrei voluto mutarmi in pietra, in tronco d’albero, partecipare più intensamente di questo mondo segreto del quale m’ero, chissà perché chissà per come, dimenticato. In ogni caso – e lo sapevo – m’era negato ormai. Non resistevo più di tanto: bastava un niente a riportarmi alla mia magra realtà”.

     

    La vita si immerge nella caducità, poiché “nulla dura in questo strano mondo di pentimenti” e perché “la morte vince sempre”: l’epilogo del romanzo scolora nella lieve dipartita del padre, in un mesto pomeriggio.

     

    Alla fine l’autore con un filo di voce sembra chiedersi (ed anche noi ce lo chiediamo), se sia più vano l’inafferrabile presente o il deserto ormai muto del passato.      

     

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