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LETTERATURA: “Legenda aurea”: San Giorgio

19 Febbraio 2022

(Estratto da Jacopo da Varazze: “Legenda aurea”. Curatori e traduttori dal latino Alessandro e Lucetta Vitale Brovarone. Editore Giulio Einaudi)

La “Legenda aurea” è un’opera del XIII secolo, a cui hanno attinto molti artisti. Ancora oggi la si legge con molto interesse. Ci narra la vita di numerosi Santi, raccontando fatti che pertengono più alla leggenda che alla storia. (bdm)

Il tribuno Giorgio era originario della Cappadocia. Giunse una volta nella provincia di Libia, in una città chiamata Silena. Nelle vicinanze di quella città vi era uno stagno grande quanto il mare, in cui si nascondeva un drago pestifero. Più di una volta aveva messo in fuga la popolazione che gli era andata incontro armata, e quando si avvicinava alle mura della città uccideva tutti con il suo fiato. Gli abitanti si videro dunque costretti a dargli ogni giorno due pecore, per placare la sua furia, altrimenti si sarebbe avvicinato alle mura della città e avrebbe tanto appestato l’aria che molti ne sarebbero morti. Ma ormai le pecore venivano a mancare, e poiché non vi era modo di averne a sufficienza, si giunse alla conclusione di dare una pecora e un uomo. Ogni ragazzo e ragazza era estratto a sorte, senza eccezioni. Ormai quasi non ne rimanevano quando la sorte cadde sull’unica figlia del re, che venne destinata al drago.
– Prendete l’oro e l’argento e la metà del mio regno, – disse il re angosciato, – ma restituitemi mia figlia, che non muoia di una simile morte.
Ma il popolo inferocito rispose:
– Sei tu, re, che hai fatto questo editto; e ora che tutti i nostri figli sono morti, tu vuoi salvare tua figlia? Se non farai a tua figlia ciò che hai fatto fare ai figli nostri, bruceremo te e la tua casa.
A queste parole il re cominciò a piangere sua figlia, e diceva:
– Ahimè, figlia mia dolcissima, cosa farò di te, che cosa dirò che mai non vedrò le tue nozze?
E rivolto al popolo:
– Vi chiedo di concedermi otto giorni per piangere mia figlia. Il popolo glieli concesse, ma trascorsi gli otto giorni ritornarono e con rabbia dissero al re:
– Perché vuoi perdere il tuo popolo per salvare tua figlia? Stiamo morendo tutti per il fiato del drago.
Allora il re, vedendo che non sarebbe riuscito a salvare la figlia, la vestì con gli abiti regali, e abbracciandola le disse:
– Ahimè, figlia mia dolcissima, speravo di poter allevare figli nati dal tuo grembo regale, e tu ora vai a farti divorare da un drago! Ahimè, figlia mia dolcissima, speravo di invitare dei principi alle tue nozze, ornare di perle il palazzo, sentir suonare tamburi e strumenti, e ora tu, tu te ne vai, in pasto a un drago!
E abbracciandola si separò da lei dicendole:
– Come avrei preferito, figlia mia, morire prima di te piuttosto che perderti in questo modo!
Allora la giovane cadde ai piedi del padre chiedendogli la sua benedizione: avendola il padre benedetta fra le lacrime, si diresse verso il lago. Là incontrò per caso il beato Giorgio, che stava passando da quelle parti, e vedendola piangere le chiese che cosa avesse.
– Buon giovane, – gli rispose, – sali svelto a cavallo e fuggi, altrimenti morirai con me.
– Non temere, – disse Giorgio, – dimmi piuttosto che cosa fai di fronte a tutta questa gente che sta a guardare.
– Vedo, buon giovane, che il tuo cuore è generoso, ma vuoi morire con me? Fuggi in fretta, – gli disse.
Non me ne andrò di qui, – rispose Giorgio, – finché non mi avrai detto ciò che hai.
Quando la giovane ebbe raccontato tutto, Giorgio disse:
– Non temere, io ti aiuterò nel nome di Cristo.
La figlia del re insistette:
– Buon cavaliere, cerca di salvarti in fretta, o morirai con me. Basta che muoia io. Intanto non potrai liberarmi, e moriresti inutilmente con me.
Mentre così parlavano tra di loro, ecco che il drago sollevò la testa dal lago, pronto ad avvicinarsi. Allora la ragazza terrorizzata disse:
– Fuggi, buon signore, fuggi svelto.
Ma Giorgio sali a cavallo e, protettosi con la croce, con grande audacia affrontò il drago che gli veniva incontro, e vibrando con forza la lancia, raccomandatosi al Signore, lo ferì gravemente e lo gettò a terra, poi disse alla ragazza:
– Gettagli al collo la tua cintura, senza aver paura, bambina!
Lo fece e il drago si mise a seguirla come un cagnolino mansuetissimo. Lo condussero in città, e la gente vedendolo incominciò a fuggire sui monti e nei luoghi deserti e diceva:
– Ahimè, moriremo tutti!
Ma san Giorgio li richiamò dicendo:
– Non temete, il Signore mi ha mandato da voi proprio perché vi liberassi dal drago: dunque credete in Cristo, che ciascuno sia battezzato, e io ucciderò questo drago.
Allora il re e il popolo furono battezzati e san Giorgio, sguainata la spada, uccise il drago e lo fece portare fuori della città. Quattro coppie di buoi lo portarono fuori in un grande campo, e in quel giorno furono battezzate ben ventimila persone, senza tener conto dei bambini e delle donne. Il re fece poi costruire un* chiesa di straordinaria grandezza, in onore della Madonna e di san Giorgio, dal cui altare sgorga una viva fonte, la cui acqua risana gli ammalati che la bevono. Il re offrì una enorme somma di denaro a san Giorgio, ma egli la rifiutò e volle invece che fosse distribuita ai poveri. Poi Giorgio istruì brevemente il re su quattro argomenti, cioè: aver cura delle chiese di Dio, onorare i sacerdoti, ascoltare diligentemente l’ufficio divino e ricordarsi sempre dei poveri. Poi, baciato il re, se ne andò.


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Bart