Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LEGGENDE: Il Ponte del Diavolo

5 Gennaio 2009

di Bartolomeo Di Monaco

[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Chissà quanti ponti del diavolo ci sono nel mondo, ma sono certo che pochi, se non nessuno, possano eguagliare il fascino del Ponte del Diavolo che si trova nella provincia di Lucca. Per arrivarci, bisogna prendere la strada che conduce verso la Garfagnana (località denominata, per la sua bellezza, la Svizzera italiana) e, giunti a Borgo a Mozzano, distante una trentina di chilometri dal capoluogo, eccolo lì il ponte, che si staglia in tutta la sua magnificenza.
Fermatevi nel piccolo piazzale situato sulla riva sinistra del fiume Serchio e ammirate, ora, il gioco dei suoi archi che, riflettendosi nell’acqua, formano dei cerchi perfetti.
Fu fatto costruire dalla contessa Matilde di Canossa (1046 – 1115), “veramente virtuosa e donna bellissima”; “nata di Bonifazio lucchese e di Beatrice, discesa dagli imperatori”, come narra lo scrittore lucchese del XV secolo Nicolao Tegrimi, che fu anche il primo autore a scrivere una biografia sul condottiero più famoso della città: Castruccio Castracani. “Il suo corpo è attualmente sepolto in San Pietro a Roma nella tomba scolpita dal Bernini, unica donna insieme alla regina Cristina di Svezia” (da: http://it.wikipedia.org/wiki/Matilde_di_Canossa) .
Il ponte fu edificato per consentire l’attraversamento del fiume Serchio ai viaggiatori che desideravano recarsi a Bagni di Lucca, nota ancora oggi per le sue Terme. Castruccio Castracani provvide al suo restauro agli inizi del Trecento. Subì altri maneggiamenti, tra i quali l’apertura di un nuovo arco per il passaggio della linea ferroviaria. Si chiamò dapprima, al tempo del novelliere Giovanni Sercambi (1347 – 1424), “Ponte di Chifenti”, poi, non più tardi del 1526, fu chiamato “Ponte della Maddalena”, in relazione ad un oratorio che si trovava ai piedi del ponte nel territorio di Corsagna. Tutti, però, lo conoscono come “Ponte del Diavolo”, perché la sua leggenda è più forte della storia.
In quel tempo, siamo agli albori dell’anno Mille, famoso e rispettato era il nome della contessa Matilde di Canossa, padrona di molte terre della Toscana e dell’Emilia Romagna, la quale era riuscita ad imporre una tregua, peraltro di breve durata, tra l’imperatore Enrico IV e il severo ed irriducibile pontefice Gregorio VII, scontratisi nella travagliata guerra delle investiture. Come è noto, l’imperatore dovette fare, nel 1077, atto di sottomissione al papa nel castello di Canossa, vestendo un umile saio e inplorando il perdono.
Il padre di Matilde, Bonifacio, era di origine lucchese (pensate, anche il nonno di San Francesco, Bernardone, padre di Pietro Bernardo da cui nacque San Francesco, era quasi certamente lucchese, della famiglia Moriconi, una delle più conosciute e affermate nel medioevo, secondo uno studio condotto su testi dell’800 da don Remo Baroni)[1] e la città di Lucca fece costruire nel 1872 dal lucchese Vincenzo Consani (1818 – 1887) il monumento neogotico che la ricorda e che si può ammirare nella antica chiesa dei Santi Giovanni e Reparata, che fu, fino a tutto il secolo VII, sede arcivescovile, finché agli inizi del secolo VIII tale sede non passò alla piccola chiesa di San Martino. La quale venne ampliata intorno alla metà del secolo XI dal vescovo Anselmo da Baggio, poi divenuto papa Alessandro II, che la consacrò nel 1070 “alla presenza della contessa Matilde, di sua madre Beatrice e di ventitré vescovi.” (Isa Belli Barsali: “Lucca – Guida alla città”, Maria Pacini Fazzi Editore, 1988).
Come è già noto, una leggenda racconta che l’architetto a cui furono affidati i lavori, ad un certo punto, quando si trattava di completare l’opera, non riuscisse ad andare avanti e le difficoltà di voltare l’arco gli parvero insuperabili. Così, si rivolse al Diavolo, invocandone l’aiuto. Questi comparve subito, e promise di condurre a termine il ponte alla condizione che gli venisse offerta l’anima di chi vi fosse passato per primo. Poiché il patto fu concluso, il ponte venne completato in un istante e apparve così bello e originale che l’architetto dimenticò per un attimo l’accordo che aveva appena stipulato col Diavolo. Quando ritornò in sé, si rese conto che non era possibile sottrarvisi e che Belzebù si era già nascosto sotto il ponte, pronto a prendersi la prima anima che lo avesse attraversato. Ebbe così l’idea di spingervi, con un sotterfugio, un cane randagio che passava sulla strada, e tanto fece e brigò che quel cane fu costretto a prendere la via del ponte, cosicché quando il Diavolo gli fu addosso e si rese conto che non era un essere umano, ma un semplice cane, andò su tutte le furie, afferrò la povera bestiola e la sbatté sulle pietre del ponte con tanta mai di quella forza che si spalancò, proprio sulla cima, una buca, attraverso la quale la bestiola precipitò direttamente all’inferno.
Questa leggenda è la più nota, poiché ci narra di come il ponte fu costruito e del perché è chiamato con quel nome terribile, ma ce n’è un’altra che ci fa sapere che Belzebù, in realtà, non si è mai dimenticato dell’inganno patito ad opera di quell’astuto architetto e nemmeno delle burle che dovette sopportare al suo ritorno all’inferno, dove gli altri diavoli non riuscirono a nascondere il loro divertimento e il loro sommo piacere, visto che Belzebù, da che mondo è mondo, si dà sempre tante arie e si considera bello, astuto ed irresistibile.
Belzebù, ci narra questa leggenda, è sempre lì, in agguato, nascosto, invisibile, ai piedi del ponte, in attesa di riscuotere la sua anima!
Una volta ci andò assai vicino. Una ricca signora, che aveva sentito parlare del ponte, era venuta da molto lontano, e se ne stava appoggiata al parapetto, proprio lassù in cima, e ammirava il panorama, insieme con il marito. Nel momento in cui si sporse per osservare l’acqua del fiume, ecco che la preziosa collana di smeraldi, rubini e brillanti, che aveva intorno al collo, si slacciò e cadde nelle cupe e profonde acque, scomparendo alla vista.
Lo sgomento suo e del marito fu enorme. Il valore di quel gioiello era immenso, e nonostante fossero talmente ricchi da potersene acquistare un altro simile, l’affetto che nutrivano per la sua incomparabile bellezza era tale che non ne sarebbero mai stati consolati.
Belzebù capì, così, che l’occasione attesa lungo tanti secoli forse era giunta al suo compimento. S’immerse nelle gelide acque e ripescò la collana, ritornando in superficie con le sembianze di un bel giovane che stringeva nella mano il gioiello. Potete immaginare la sorpresa e la felicità della signora quando vide che il giovane aveva preso a salire il ponte e correva verso di lei. Si strinse intorno al marito, entrambi al colmo della felicità. Il giovane si fermò davanti a loro e mostrò la collana, ma proprio nel momento in cui la donna stava per afferrarla e aveva cominciato a ringraziare lo sconosciuto, questi ritirò la mano e la poggiò al petto. Il gioiello vi brillava con tutto il suo splendore.
– Io sono Belzebù – disse sorridendo – e voglio la tua anima.
– Non ti credo – rispose subito la donna – e diede uno sguardo al marito perché facesse qualcosa per recuperare la collana. Ma questi si era talmente spaventato nell’udire la voce del diavolo, che non riusciva non soltanto a muoversi di un passo, bensì neppure a balbettare una sola parola. La moglie si rese conto, così, che non avrebbe potuto fare assegnamento sull’aiuto del marito e che avrebbe dovuto sbrigarsela da sola e, siccome era bella quanto e forse più del diavolo, tentò la via della seduzione. Ma il diavolo fu irremovibile. Solo conquistando l’anima di quella donna, infatti, avrebbe posto fine allo scacco subìto in quel lontano giorno.
– Voglio la tua anima – disse ancora una volta -, oppure quella di tuo marito, aggiunse dopo un istante, voltandosi verso l’uomo, che allora sì che si spaventò di più e cominciò a tremare fin nel midollo delle ossa, ficcando i suoi occhi atterriti in quelli della moglie.
– Non mi venderai mica al diavolo, tesoruccio mio!
– Perché no? – rispose lei, che aveva già intuito l’occasione d’oro che le si presentava.
– Posso ricomprartela la collana, una proprio uguale a quella, appena saremo a casa.
– Ma non sarà mai bella come questa – rispose la moglie, e allungò il braccio nel tentativo di recuperarla dalle grinfie del diavolo, il quale aveva previsto la mossa e si era nascosta la mano dietro la schiena.
– Non solo te ne comprerò una come quella, ma vi aggiungerò altri gioielli che tu potrai scegliere a tuo piacimento. Gioielli ancora più belli della collana.
Il marito sapeva bene, ahimè, che se la moglie si fosse messa in testa di vendere la sua anima al diavolo, ci sarebbe riuscita, eccome, anche contro la sua volontà! Così preferiva sacrificare molto denaro – ne aveva a bizzeffe, al punto che nemmeno lui ne sapeva calcolare la quantità – piuttosto che precipitare dannato per sempre all’inferno.
Il messaggio giunse alle orecchie della moglie con i suoni e le dolcezze che la donna si aspettava, e così rispose al diavolo che quella collana se la poteva tenere e portarsela lui all’inferno, e mettersela al collo per suo ricordo.
Non vi potete immaginare la faccia che fece Belzebù, quando udì quelle parole. Infatti, quando mai una donna aveva rinunciato a qualcosa? Ad un gioiello, poi!
Si convinse, tuttavia, che non sarebbe mai riuscito a mutarne la decisione presa con tanta risolutezza. Fece qualche altro tentativo, moltiplicò e raffinò la sua avvenenza, radunò tutte le sue arti di grande seduttore, ma quando fu certo che nulla sarebbe cambiato, prese la collana e la scagliò di nuovo nel fiume. Poi, lanciandosi incontro alle acque, scomparve.
Si dice che la favolosa collana sia ancora laggiù, nel fondo del fiume, e che ogni tanto Belzebù si immerga a prelevarla e la mostri a qualche cristiano titubante, nel tentativo di accaparrarsi quell’anima sfuggitagli tanti secoli prima.

[1] Dal settimanale “Metropoli” del 9 novembre 2001, a firma Monica Mori.


Letto 5784 volte.


7 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 5 Gennaio 2009 @ 20:45

    Pur essendo passato migliaia di volte sulla strada, nei pressi della quale sorge il “Ponte del Diavolo”, sono colto ancora e più che mai da stupore e meraviglia nel vedere questa particolare costruzione ormai di grande fama e vanto della Valle del Serchio.
    Se questo ponte ha un fascino del tutto speciale, non meno fascinosa è la leggenda costruitagli intorno. E come tutte le leggende, anche la presente arricchisce di incanto e suggestione questo monumento, capace sempre di sedurre migliaia di turisti.
    Un’ottima idea l’aver pubblicato sulla rivista questo puntuale e dettagliato scritto di Monica Mori
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 5 Gennaio 2009 @ 21:39

    Gian Gabriele, devo precisare che la nota 1 si riferisce solo all’attribuzione, riportata da Monica Mori su Metropoli, della nascita lucchese a Bernardone, il padre di san Francesco. La storia, che include la vecchia leggenda del Ponte del diavolo, e la rinnova, è mia (avevo dimenticato di mettere il mio nome come autore del pezzo, scusami). Spero che ti sia piaciuta. Appartiene alla raccolta “Lucchesia bella e misteriosa” pubblicata da Maria Pacini Fazzi. Come ricorderai, alcune di queste leggende furono pubblicate a fascicoli da La Nazione.

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 5 Gennaio 2009 @ 21:49

    Mi spiace, Bartolomeo, di aver errato il nome dell’autore della pagina sul “Ponte del Diavolo”. Eppure tutto mi diceva che fosse opera tua, conoscendo il tuo stile e il tuo essere così preciso nella ricostruzione delle storie. Mi ha tratto in inganno quel corsivo finale, che ho letto con troppa superficialità, senza considerare il numero di richiamo. Anche per quanto riguarda la leggenda, specie la seconda, sono stato proprio uno sprovveduto a non capire che era uscita dalla tua fervida mente creativa.
    Mi spiace, Bartolomeo. Permettimi di indirizzare i miei apprezzamenti a chi di dovere li merita.
    Ti abbraccio
    Gian Gabriele

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 5 Gennaio 2009 @ 21:51

    Mi dimenticavo di dirti che avevo già apprezzato diverse tue leggende pubblicate su “La Nazione”. Non ricordavo questa. Sarà la vecchiaia?
    Gian Gabriele

  5. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 5 Gennaio 2009 @ 22:58

    Sì, anche Il ponte del diavolo è tra quelle pubblicate da La Nazione. Non devi dispiacerti, Gian Gabriele. Ho voluto solo precisare che si tratta di un lavoro mio.

  6. Commento by lucetta frisa — 27 Gennaio 2009 @ 17:54

    Complimenti, Bartolomeo, per questo testo che sa ricreare l’atmosfera suggestiva di una leggenda mentre ci dà preziose notizie storiche. Conosco questo ponte “diabolico”, pensa che l’ho visto in un giorno fumoso di nebbia e sembrava proprio stregato.
    un caro saluto
    lucetta frisa

  7. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 27 Gennaio 2009 @ 18:23

    Grazie Lucetta. E’ uno straordinario e suggestivo ponte, infatti, mèta di molti turisti.
    Un abbraccio.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart