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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LEGGENDE: La piccola strega

10 Marzo 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Forse non hai mai visto una di quelle belle processioni che si tenevano a Lucca intorno agli anni ’50.
Una di queste si celebra ancora oggi la vigilia di Santa Croce, il 13 settembre, ed è antichissima.
Accorrono da fuori per assistervi.
Vi partecipano, recando i ceri al Volto Santo, immagine sacra della città, tutte le parrocchie della diocesi e vengono anche rappresentanze di altre località coi propri labari.
Quel giorno Lucca si gonfia di gente, di addobbi e di luci.
Ma in quegli anni ve n’era un’altra oltremodo suggestiva, che vedeva essa pure un grande concorso di folla: la processione del “Gesù inalberato” che la sera del Giovedì Santo partiva dal rione di Pelleria, uno dei più vecchi della città.
Su di una barella trasportata a spalla da uomini robusti, veniva condotta in giro per le strade più importanti la scena della Crocifissione: Gesù sulla croce e ai suoi piedi la Madonna, San Giovanni e la Maddalena.
Queste immagini scolpite si conservano ancora oggi dentro la piccola chiesa di San Tommaso in Pelleria sopra il primo altare a destra.
Ancora qualcuno vi si ferma talvolta a pregare.
In quel tempo viveva nel rione di Pelleria una ragazza di nome Alipia.
Era deforme sin dalla nascita, molto piccola, quasi nana, magrissima, dal viso orripilante, simile in tutto a quello di una capra.
La chiamavano la piccola strega.
Se avessero potuto l’avrebbero uccisa, tanto a vederla salivano alla mente tristi pensieri.
Quando defilata lungo il muro passava per via Pelleria, chi la incontrava si faceva il segno della croce. Se era un uomo, le gridava dietro. Qualche volta le lanciava dei sassi.
Qualcuno l’aveva pure bastonata.
La sera del Giovedì Santo anche Alipia stava in mezzo alla folla.
Non si curava dei frizzi che le lanciava la gente, dei calci che riceveva di nascosto. Con ostinazione restava tra loro e a suo modo cercava lo svago, il divertimento.
Nessuno saliva a trovarla.
Certe volte per dispetto le avevano inchiodato l’uscio di casa e Alipia per qualche giorno era restata rinchiusa, aveva domandato aiuto ai vicini sulle scale.
Eppoi da sola aveva dovuto liberarsi.
Ma nel giorno della processione il suo corpo deforme si caricava di una speciale energia e nessuno poteva fermarla.
Correva e rideva tra la gente.
Entrava in chiesa. Intorno alla barella già pronta sostava a contemplare quella scena di dolore. Il suo viso si apriva ad una smorfia di speranza.
«Guardate, c’è la piccola strega » sussurravano i fedeli che si trovavano in chiesa con lei.
Dalle finestre illuminate la gente l’additava.
«Alipia, Alipia! » gridavano.
Si raccontavano maldicenze sul suo conto.
Quando qualcuno al mattino trovava intrecciata la lana del cuscino diceva che quella notte Alipia era stata da lui a fare il malocchio, a stregare la casa. E allora usciva in strada a cercarla, e appena la trovava la minacciava col bastone.
«Devi levare subito il malocchio » urlava. «Non tornare mai più a casa mia! »
Alipia giurava che niente di ciò che la gente diceva era vero, che lei era una disgraziata di cui nessuno aveva pietà.
A lei era stato fatto il malocchio! Perché invece non aiutavano lei a cercare chi l’aveva conciata così?
Quando in famiglia una cosa andava storta e la scarogna piombava su quella casa, si dava la colpa ad Alipia.
«Morisse quella strega! » imprecavano.
Un giorno che avevano rubato in chiesa, tutti andarono da lei.
Rivolevano l’elemosina sottratta. La minacciavano, e Alipia da dietro l’uscio supplicava che era innocente, che la lasciassero in pace.
Certi giorni con prepotenza però scendeva in strada. Presa da irresistibile vertigine ballava e cantava. La gente le si radunava intorno e si divertiva ad insultarla.
Ma Alipia continuava.
Il parroco aveva pietà di lei.
Il destino l’aveva umiliata troppo presto.
Qualche volta discorreva con la ragazza.
In quelle rare occasioni, Alipia stava a guardarlo come incantata. I suoi occhi si illuminavano, e senza parole udiva il sacerdote il suo tenero ringraziamento.
Poi Alipia subito scappava, correva fuori dalla chiesa, andava nella strada. Agile si muoveva nella danza ed alto, penetrante, si levava il suo canto stridulo al cielo.
Quel Giovedì Santo, dunque, i maestri delle confraternite avevano un gran daffare per dare ordine alla processione.
Ci si baloccava intorno alle numerose bancarelle che esponevano ogni ben di Dio. Molti incappucciati sgranocchiavano noccioline!
L’ora si avvicinava.
Il parroco infine diede ordine ai portatori di far uscire la barella.
Con fatica e molta precauzione, poiché la scena del Golgota era assai imponente, si riuscì a farla passare dalla porta.
Solenne, suggestiva la barella apparve sul sagrato.
Dalle finestre illuminate la gente ammirava in silenzio.
Fu dato l’ordine della partenza.
Si chinarono i portatori sotto le stanghe. Si sollevarono da terra le statue della Crocifissione. Lassù in alto sopra la gente parvero vive.
Si levarono i canti.
Per le strade la folla si accalcava, chinava il capo, s’inginocchiava.
Ogni tanto i portatori si davano il cambio.
Giunsero in piazza San Michele.
Che mare di folla!
La barella all’improvviso per tutti si fece pesante, insopportabile.
Si guardarono sorpresi i portatori.
Ammisero quel nuovo peso imprevisto, misterioso.
Scrutarono la scena della Crocifissione. Tutto pareva in ordine come quando erano partiti.
Ad un tratto non ce la fecero più.
Rapidamente si passarono la voce e subito la barella fu posata a terra.
Respirarono profondamente, si asciugarono il sudore che grondava dalla fronte.
Sotto gli archi di palazzo Pretorio, confusa tra la folla, vide però un portatore, la riconobbe, Alipia inginocchiata.
Aveva gli occhi levati al Crocifisso. Fissi su di Lui, non li muoveva.
Qualcun altro dei portatori la scorse.
Alipia stava ancora inginocchiata, piccola piccola appena si vedeva.
Infine si sciolsero i suoi occhi dalla scena del Golgota, dalla scena del dolore, e lesta si rialzò, scomparve.
I portatori di nuovo si misero sotto le stanghe, di nuovo alzarono la barella.
Dopo la funzione conclusiva, che sempre si celebrava nella chiesa di San Tommaso, i portatori si parlarono tra di loro, cercarono una spiegazione al fatto straordinario che però non riuscivano a capire.
Davvero era accaduto?
Tutti confermarono quell’improvviso sovrappeso che aveva fiaccato la loro forza.
Difficile però trovarne la ragione.
Qualcuno ricordò di aver sorpreso Alipia tra la folla.
«Anch’io l’ho vista! » intervennero altri.
«Che ci stava a fare lì inginocchiata? »
«Proprio lei, Alipia, inginocchiata! » esclamò qualcuno incredulo, con sarcasmo.
Alla fine l’argomento fu lasciato cadere. Si andò a dormire. Ciascuno ritornò a casa.
L’indomani, non si fecero altro che commenti entusiastici sulla bella processione.
Dappertutto era piaciuta.
Vanto del rione quel successo che si ripeteva da anni.
Il chiacchiericcio durò per tutto il Sabato Santo, e anche il mattino di Pasqua, prima della Messa solenne, la gente davanti alla chiesa ancora commentava.
Qualcuno ricordò Alipia.
Non s’era più vista.
Da quella sera che era ritornata a casa dopo la processione, nemmeno i vicini l’avevano più incontrata per le scale.
Si accrebbe l’interesse su di lei, che sempre si vedeva in strada.
Vollero salire a casa sua. Bussarono e ribussarono. Ma niente. La casa sembrava vuota.
Allora una delle vicine ricordò all’improvviso un particolare e lo narrò.
Quella notte, la notte del Sabato Santo, aveva sentito il suono delle campane, che sempre si leva durante la Messa di mezzanotte e annuncia la resurrezione del Signore.
Essendo ancora sveglia, aveva potuto percepire un flebile rumore proveniente dal pianerottolo di sopra, dove abitava Alipia. Come se la ragazza stesse chiudendo la porta per uscire.
Piano piano, attenta a non farsi scorgere, la vicina aveva socchiuso l’uscio e s’era messa a spiare.
Ma non era Alipia che scendeva, bensì una ragazza che non aveva mai visto.
La ricordava molto bene perché era bellissima.
E lei si era domandata come potesse Alipia, quello sgorbio della natura, intrattenere amicizie così raffinate.
La giovane però, scesi gli scalini, si era fermata proprio sul suo pianerottolo per un istante, e voltata verso di lei.
La donna aveva trattenuto il fiato per non lasciarsi sorprendere.
Aveva occhi azzurri grandi, quella sconosciuta, e mai avrebbe potuto dimenticare il bel sorriso, tenero e dolce, che le era uscito dalle labbra.
La gente ascoltava a bocca aperta.
Mai nessuno aveva notato per strada una ragazza simile.
Si guardarono l’un l’altro.
In silenzio, infine, ridiscesero le scale.
Nessuno voleva credere a ciò che ora si rivelava in modo tanto prepotente.
Quella ragazza così straordinariamente bella era proprio Alipia!
Eppure, nemmeno il parroco seppe mai trovare il bandolo di quell’affascinante miracolo che si era compiuto sotto i loro occhi.

 


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3 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 10 Marzo 2009 @ 14:21

    Bella e commmovente storia. Scritta bene.
    Anche io sono stato spettatore di una di queste processioni. Mi trovavo una sera in San Gimignano e da lontano vidi una fila di incappucciati mormoranti. Tra le torce, appena mi passarono davanti, scorsi il Cristo deposto.
    Era il Venerdì Santo del 2006.

    Carlo Capone

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 10 Marzo 2009 @ 14:27

    Belle tradizioni, ahimè scomparse. Forse nel Sud ancora permangono.

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 10 Marzo 2009 @ 16:44

    Il fascino della favola si traduce in un gesto di delicata poesia. La storia pare sospesa in una dimensione da definirsi acronica, riportando il tracciato di un tempo, ormai andato e lontano, da cui affiora, però, una realtà religiosa, popolare, tradizionale ed anche folcloristica, pressoché cancellata da un’eclissi inarrestabile degli usi e dei costumi.
    Tragica e tenera la figura della protagonista, oggetto di discriminazione, ma privilegio di un miracolo che la riscatta agli occhi di tutti (Dio non discrimina, ma, anzi, è più vicino agli ultimi).
    L’intera narrazione segna un percorso che si fonde con una non velata temporalità del passato, come a non voler dimenticare l’antica misura. Ed è sempre dominata da intima, profonda emozione
    Gian Gabriele Benedetti

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