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LETTERATURA: Lettera aperta al Giudice Alessandro Rizzieri

22 Maggio 2013

di Maria Antonietta Pinna
(da qui)

La lettera che la nostra collaboratrice ha indirizzato al giudice Rizzieri – che l’ha assolta dall’accusa di diffamazione – è interessante poiché presenta uno dei tanti casi paradossali di cui è protagonista la nostra magistratura.bdm.

Onorevole Giudice Alessandro Rizzieri, credo che più o meno si esordisca così quando si scrive ad un funzionario il cui compito è dire legge. Se sbaglio qualcosa mi perdoni, ma non ho mai sentito l’esigenza di scrivere a iudex togato o professionale. Veniamo al sodo o nodo, all’uovo marcio della questione in questo brodo di leggi italiane in cui spesso il profano si scotta, nuotandoci dentro con tutte le scarpe. In calce ai verbali della causa intentata dalla dottoressa Miriam Turrini contro la sottoscritta Maria Antonietta Pinna, per diffamazione, causa conclusasi peraltro con assoluzione dell’imputata che non ha diffamato i docenti, si legge, a pagina 2, una sua nota.

In poche parole, si rigetta l’istanza di gratuito patrocinio perché, secondo i suoi “accertamenti”, la richiedente svolgerebbe attività lavorativa come confermato da “interventi in vari siti internet”. Le rispondo che tra svolgere un’attività lavorativa che consenta di pagarsi da mangiare, da vestirsi, da bere, le bollette (alcune delle quali sono pure scadute), non significa percepire un reddito che consenta la retribuzione di un avvocato, per essere stati ingiustamente (e la sua stessa sentenza lo conferma), accusata di diffamazione (reato di fatto non commesso). La legge recita che non bisogna superare i 10.766,33 euro, Decreto Ministero Giustizia 2-07-2012. Ebbene, non soltanto la sottoscritta non supera questo reddito che a lei può sembrare forse risibile, ma non raggiunge neppure la metà di questa somma e, non lo diciamo a nessuno, neppure metà della metà della metà. Mi faccia indovinare, forse per attività lavorativa lei intende gli articoli che scrivo su varie riviste e blog letterari? Devo deluderla, perché gli stessi non sono retribuiti. Oppure si riferisce ai libri che vendo su web per conto di altri? In cambio di vitto e alloggio? Se voglio mangiare devo svolgere qualche attività lavorativa perché non ho chi mi mantiene senza fare niente. Nessun pingue Kommenda paga i miei conti, anche perché non mi piace tenere la molletta al naso. Mi arrangio onestamente per poter mangiare. Oppure per attività lavorativa intende i libri pubblicati? Allora la informo meglio. Armando Siciliano Editore non mi da un euro dal 2010 per il mio saggio storico Dalle Galee al bagno al carcere. Stiamo in causa. E per la causa contro di lui ho un avvocato a gratuito patrocinio. Il saggio Ichnussa il piede di Dio, è stato poi pubblicato dalla Casa Editrice Dante Alighieri senza autorizzazione alcuna da parte mia. Non ho preso un soldo. Stiamo in causa. Li ho denunciati. Sempre con un avvocato a patrocinio gratuito. Poi ho pubblicato altri tre libri, Fiori ciechi, Annulli Editori, Mister Yod non può morire, La Carmelina Edizioni, Lo strazio, Marco Saya editore. Regolare contratto, editori onesti. Devo pubblicare a breve anche un libro di racconti. Sa, i famosi “raccontini” di cui parla sempre l’emerito professor Brizzi con tono di scherno da coda di paglia attaccata pure male. Sputo di baronale veleno. Ma gli editori devono vendere, passerà del tempo, molto tempo. E poi si parla di piccola editoria. Le lascio intuire la portata degli introiti, dato che è persona intelligente. Non si scrive per guadagnare, ma per passione, soprattutto in un Paese come il nostro in cui del talento non importa granché a nessuno.

Allora, dopo queste cortesi precisazioni, mi chiedo, come mai nello stesso Stato a Roma ho diritto al gratuito patrocinio e a Ferrara no? Non le sembrano incongruenze un po’ vistose? E, secondo lei, per avere il gratuito patrocinio cosa dovrei fare?
Andare da un becchino, ordinare una tomba di cassette di frutta (giusto quella mi posso permettere), sdraiarmici dentro e attendere la morte? Così sarebbe certo che non svolgerei alcuna attività lavorativa, non venderei libri per mangiare e bere, non scriverei articoli per passione, insomma completa atarassia. Ma, Onorevole Giudice, è sicuro che poi, post-mortem, mi avrebbe concesso il gratuito patrocinio? Oppure c’è qualche clausola o legge, leggina, che esclude i morti da tale privilegio?
Dato che per lei sono ricca, mi permetto di augurarle di guadagnare d’ora in poi e per sempre, nei secoli dei secoli in cui vivrà, le stesse somme che guadagno io in questo momento storico. Le auguro lunga vita.

Distinti saluti

M.A.P.


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Bart