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L’autogol che aiuta l’antipolitica

21 Maggio 2013

di Michele Brambilla
(da “La Stampa”, 21 maggio 2013)

Abbiamo più volte sottolineato – e continueremo a farlo – gli eccessi dell’antipolitica, i suoi qualunquismi e i suoi moralismi, il suo giacobinismo fanatico e il suo furor cieco, la facile demagogia e la tragicomica ossessione del complotto. Ma c’è qualcosa che nonostante tutto continua a dare, a questa antipolitica rabbiosa e urlante, fiato e ragion d’esistere: ed è la politica.

La giornata di ieri ne è stata una triste conferma. Grillo e i suoi, fino a una certa ora del pomeriggio, apparivano in difficoltà. Era successo che domenica sera, a Report, Milena Gabanelli, dopo aver parlato del finanziamento dei partiti, aveva posto al Movimento Cinque Stelle due domande: che fine fanno i proventi del blog di Grillo, e quanto guadagna la Casaleggio e Associati dalla pubblicità sul sito. Due domande destinate a restare senza risposta sia durante la trasmissione – Casaleggio, assicura la Gabanelli, ha rifiutato l’intervista – sia dopo.

Scossi dall’essere, per una volta, sul banco degli imputati di un tribunale «amico » come Report, Grillo e i suoi seguaci hanno dato in un certo senso il peggio di sé. Primo: hanno dimostrato di essere, sul tema della trasparenza, piuttosto doppiopesisti: esigono la luce del sole per gli altri, ma non per loro stessi (e verrebbe da dire che non è la prima volta: ricordate le dirette streaming degli incontri con Bersani e Letta e, viceversa, le loro riunioni a porte chiuse?). Secondo: hanno dato un’ennesima prova di incontinenza verbale, visto che Milena Gabanelli, sul blog di Grillo, è stata insultata con tutto il consueto repertorio che si usa in questi casi, in particolare con le donne. Terzo: non hanno saputo spiegare ai propri militanti, e forse neanche a loro stessi, come mai certe incalzanti richieste di glasnost provenissero da una persona che, solo poche settimane fa, era la candidata del Movimento Cinque Stelle al Quirinale.

Quarto, Grillo e i suoi ieri stavano offrendo un brutto spettacolo soprattutto perché nel replicare alle critiche hanno fatto ricorso al solito schema che prevede la delegittimazione, per non dire la demonizzazione, dell’«avversario ». Come purtroppo quasi sempre accade, chi non è d’accordo con il Movimento non è presentato appunto per quello che dovrebbe essere, cioè per una persona che non è d’accordo: ma come il servo di qualcuno, la longa manus di poteri forti, il solito giornalista prezzolato. Forse ancora più pesanti degli insulti da trivio, infatti, sono le insinuazioni nei confronti di Milena Gabanelli: «È stata richiamata all’ordine dal padrone PD-L »; «Le sue trasmissioni sembrano manovrate da una regìa politica »: «Lei è una asservita al padrone piddino »; «Cara Gabanelli, dicci chi ti ha costretto a fare quel servizio… ». Di tutta la violenza verbale dell’antipolitica, questo del voler sempre attribuire loschi mandanti a chi eccepisce è l’aspetto più odioso, il più vile.

Ma come dicevamo l’antipolitica non avrebbe di che nutrirsi se non ci fosse la politica. Infatti sempre ieri, proprio mentre Grillo e i suoi si affannavano nella titanica impresa di far apparire Milena Gabanelli come un ventriloquo della Casta, ecco che dai partiti è arrivato l’autogol che ha cambiato la partita. Il Pd ha infatti presentato al Senato un disegno di legge che introduce la «personalità giuridica » dei partiti. Lasciamo agli azzeccagarbugli i dettagli. La sostanza è che, se passasse una legge del genere, il Movimento Cinque Stelle sarebbe costretto o a rinnegare se stesso – diventando un partito – oppure a non presentarsi alle elezioni. E siccome Grillo ha già detto che il suo movimento non diventerà mai un partito, una legge del genere avrebbe l’effetto di tenere i Cinque Stelle fuori dal Parlamento.

È bastata la notizia di questo disegno di legge, dunque, a levare i grillini dagli impicci, e a consentire loro di gridare al complotto. E non senza ragioni, stavolta. Il Pd ha già forzato la mano nelle regole delle sue primarie, pochi mesi fa: ora cerca di eliminare Berlusconi dichiarandolo ineleggibile e il Movimento Cinque Stelle costringendolo a cambiare pelle. Si può pensare di risolvere così i propri problemi?

No, non si può pensarlo. Ma la cosa più inquietante è che i politici non ci arrivino a capirlo da soli, dimostrando un distacco dal sentire del popolo che è poi la prima e più vitale linfa dell’antipolitica.


Napolitano insiste cauto sulle riforme minime per evitare liti sul Porcellum
di di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 21 maggio 2013)

“Le riforme costituzionali vanno avviate subito”. Si muove con attiva circospezione, fa da motore ancora immobile dell’azione politica, ma Giorgio Napolitano osserva con preoccupazione le pigrizie e i tatticismi dei partiti che compongono la strana maggioranza di Enrico Letta e teme pure che, per troppa furbizia, sbaglino sulla legge elettorale. La legge va cambiata, pende un pronunciamento della Corte costituzionale che potrebbe ristabilire il mattarellum, d’emblée, con effetti destabilizzanti sulla grande coalizione. Così quando può, per la verità molto spesso, il presidente della Repubblica alza il telefono per indirizzare il presidente del Consiglio, per incitare Gianni Letta (e dunque il Cavaliere), per tenere insieme i troppi fili attorcigliati che compongono l’intricata trama del potere interno al Pd. Gaetano Quagliariello e Anna Finocchiaro, ministro delle Riforme e presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, ieri sono usciti dal Quirinale con gli occhi e le orecchie ancora pieni delle parole e dei gesti, prescrizioni ed esortazioni, che il capo dello stato ha rivolto anche ad Angelino Alfano: volete fare la riforma elettorale, benissimo. Ma questo governo funziona soltanto se rilancia anche l’iniziativa delle riforme di sistema. “State attenti”, ha detto loro Napolitano. Parole non casuali. Dopodomani Letta, presente Quagliariello, vorrebbe poter annunciare che l’agenda delle riforme è pronta, quasi fatta. Per questo ha organizzato un conclave, una riunione con i capigruppo di maggioranza, Renato Brunetta e Renato Schifani per il Pdl, Luigi Zanda e Roberto Speranza per il Pd. Tutti insieme, chiusi in un’unica stanza per tutto il pomeriggio di mercoledì. Vertice complicatissimo. La legge elettorale non è materia condivisa, ma argilla nelle mani di ciascuno degli attori politici sulla scena, ognuno vorrebbe plasmarla, come sempre capita in Italia, a seconda dei suoi più immediati interessi elettorali. Al Cavaliere è attribuita l’intenzione di tenersi il Porcellum, mentre nel Pd, disordinato com’è di questi tempi, si agitano tante proposte quante sono le anime che compongono il partito: il ritorno al Mattarellum, ma anche al proporzionale puro.

E’ in questo clima così incerto che ieri è intervenuto Napolitano. Il primo a entrare al Quirinale, di mattina, è stato Angelino Alfano, segretario del Pdl e vicepremier di Enrico Letta. Anche lui, come poi nel pomeriggio Quagliariello e Finocchiaro, ha ricevuto lo stesso genere di consigli dal capo dello stato. Il presidente della Repubblica sa che la legge elettorale è un rischio perché accende la competizione tra i partiti, è un pericoloso innesco. Ma va cambiata. Solo il proporzionale congela e mette al sicuro le larghe intese, e solo una profonda riforma del sistema istituzionale può rendere eventualmente accettabili altri sistemi elettorali altrimenti destinati a complicare la vita del già fragilissimo governo. Dunque il presidente della Repubblica per il momento suggerisce un intervento chirugico, minimo, quasi solo “manutentivo” sul Porcellum: quanto basta per evitare il pronunciamento della Cassazione. Una modifica di poche righe, dunque, anche solo l’innalzamento della soglia minima che fa scattare il premio di maggioranza. Napolitano vuole evitare che Pd e Pdl prendano a bisticciare anche sul nuovo sistema di voto, la riforma elettorale non dovrebbe diventare un tema centrale per adesso. E’ più urgente, di fronte alla crisi, garantire una serena navigazione al governo di Letta, già molto esposto “senza che intervenga pure una baruffa sulla legge elettorale”.

Il presidente della Repubblica non dispera che la strana maggioranza possa mettere in cantiere riforme strutturali anche di rango costituzionale e ieri si è informato con Alfano intorno ai reali intendimenti del Cavaliere (che venerdì sarà ancora in piazza, a Roma, assieme a Gianni Alemanno). A Napolitano non dispiace affatto il tentativo di tenere distinto il governo dalla vita agitata dei partiti. Dopodomani si riunisce il primo vertice di maggioranza sulle riforme e il 29 saranno presentate in Parlamento le mozioni di indirizzo. Sia Alfano sia Letta hanno rassicurato il capo dello stato, l’agenda sarà pronta “e si andrà avanti con ritmo martellante”. Chissà. Il presidente della Repubblica ritiene fondamentale l’avvio di questo iter, nessuno più di Napolitano sa che la grande coalizione muore se precipita nell’inedia. La sua idea è che sia meglio cominciare dalle cose facili, anche da provvedimenti di natura ordinaria ma capaci di riempire di senso l’iniziativa politica dell’esecutivo. Letta ieri ha incontrato a lungo Stefano Rodotà. L’asse Quirinale-Palazzo Chigi vuole coprirsi su tutti i fronti, anche nella sinistra più sinistra, anche nel mondo confuso di Beppe Grillo. “Se le riforme riescono poi ci sarà un referendum”, dicono da Palazzo Chigi. Contro vento non si riforma.


Strage di Sant’Anna di Stazzema, in archivio per sempre
di Alessandro Alviani
(da “La Stampa”, 21 maggio 2013)

Berlino

La procura generale di Stoccarda ha respinto il ricorso contro l’archiviazione dell’inchiesta per la strage di Sant’Anna di Stazzema che era stato presentato dall’avvocatessa di Enrico Pieri, il sopravvissuto al massacro nazista che il 12 agosto 1944 costò la vita a 560 civili. Dall’analisi del ricorso, di alcune sentenze italiane e tedesche e di una perizia scritta dallo storico Carlo Gentile – si legge in un comunicato della procura generale – è emerso che non può essere contestata la decisione della procura di Stoccarda, che il primo ottobre aveva archiviato il procedimento in quanto non aveva rilevato un indizio di reato sufficiente per muovere un’accusa.

Non è possibile dimostrare con certezza che gli accusati ancora in vita abbiano commesso un crimine o si siano macchiati di concorso in crimine, per cui, nel caso in cui venisse mossa l’accusa, è molto probabile che un tribunale li assolverebbe, argomenta la procura generale. È certamente possibile che il massacro sia stato programmato, tuttavia non si è potuto accertare con la sicurezza giuridicamente necessaria che si sia trattato di un’azione di sterminio pianificata sin dall’inizio, continua la procura generale, che fa pertanto sua la motivazione già usata a ottobre dalla procura di Stoccarda per sospendere il procedimento. Non si può escludere, prosegue il comunicato, che l’operazione avesse inizialmente come scopo quello di combattere i partigiani e di rastrellare uomini da spedire ai lavori forzati e che la fucilazione della popolazione civile sia stata ordinata soltanto nel momento in cui divenne chiaro che non era più possibile raggiungere l’obiettivo iniziale. Pertanto bisogna provare singolarmente che ognuno degli accusati ancora in vita abbia commesso un omicidio o abbia aiutato altri a commetterli. Nonostante ampie indagini non è stato però possibile fornire questa prova, prosegue la procura, che aggiunge che non si è potuto chiarire in modo certo cosa abbiano fatto il 12 agosto 1944 i cinque accusati ancora in vita.

Lo scorso 9 ottobre Enrico Pieri, presidente dell’Associazione Martiri di Sant’Anna, aveva presentato un ricorso contro l’archiviazione delle indagini, che era stato poi integrato dalla sua avvocatessa, Gabriele Heinecke, a fine gennaio. Nelle scorse settimane lo storico Carlo Gentile aveva depositato una perizia nella quale rimproverava alla procura di Stoccarda di aver commesso errori e omissioni durante le sue indagini.

Non è comunque ancora detta l’ultima parola: Enrico Pieri e Gabriele Heinecke possono ricorrere presso la Corte di Appello di Karlsruhe contro l’attuale decisione della procura generale. Il tempo, però, passa inesorabile: a ottobre, al momento dell’archiviazione delle indagini, gli accusati ancora in vita erano otto; ora, si legge nella nota della procura generale, sono cinque.


Via D’Amelio, oggetto rosso non era agenda di Borsellino ma parasole per auto
di Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”, 21 maggio 2013)

Un pannello parasole, di quelli di cartone pieghevole utilizzati sulle automobili per riparare il cruscotto dal calore estivo. Solo che questo era di colore rosso e dopo il botto di via D’Amelio si era staccato dall’automobile alla quale apparteneva, finendo a brandelli a pochi metri dai resti carbonizzati di Emanuela Loi, una dei cinque agenti di scorta che persero la vita insieme a Paolo Borsellino il 19 luglio del 1992. Sarebbe questa la macchia rossa individuata nel filmato girato dai vigili del fuoco pochi attimi dopo la deflagrazione della Fiat 126 a pochi metri del civico 21 di via Mariano D’Amelio. Quel filmato era da anni agli atti delle varie inchieste della procura di Caltanissetta. Pochi giorni fa però era saltato fuori quel particolare: una macchia rossa sull’asfalto, molto simile all’agenda rossa di Borsellino, scomparsa subito dopo la strage. Per molti non c’erano dubbi: era quello il quaderno rosso in cui Borsellino appuntava le informazioni più delicate di cui era in possesso. La scatola nera della seconda Repubblica quindi non si sarebbe trovata nella borsa del giudice, come sostenuto per vent’anni, ma era proprio lì, a pochi metri dai resti delle vittime e inspiegabilmente integra dopo la terribile esplosione. “Se fosse vero sarebbe pazzesco” aveva esclamato a caldo il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari. “Bisognerebbe capire – aveva continuato il magistrato nisseno – perché nessuno lo ha mai segnalato prima, dato che quel filmato è agli atti dell’inchiesta da anni”.

Nessuno lo aveva mai segnalato prima perché semplicemente non si trattava assolutamente dell’agenda rossa di Borsellino: troppo piccola come dimensioni (meno della metà di una targa di automobile) e straordinariamente integra dopo un botto che fa strage di uomini, distrugge auto e palazzi. E infatti i tecnici della polizia scientifica – come confermato al fattoquotidiano.it da fonti giudiziarie – avevano già appurato che quella piccola macchia rossa a pochi metri da una Citroen BX altro non era che una semplice pezzo di un pannello parasole per auto. Un pezzo di cartone senza importanza coinvolto nell’esplosione e sparpagliato sull’asfalto. “Non voglio commentare la notizia errata che ha destato scalpore – ha detto al fattoquotidiano.it Sergio Lari – certo è che la scientifica aveva già ampiamente attenzionato quel filmato. Noi adesso abbiamo chiesto un supplemento d’indagine, ma quella macchia rossa è troppo piccola per essere l’agenda. E oltretutto non si capisce come possa essere rimasta integra. E’ tra l’altro illogico che si trovi lì, a pochi metri dai resti della Loi e parecchio distante da dove è stato rinvenuto il cadavere di Borsellino. Se è vero, come ipotizzato, che Borsellino la tenesse sotto braccio quell’agenda sarebbe andata distrutta, e non sarebbe certo rimasta integra, tra l’altro a una ventina di metri da dove si trovava Borsellino”.

Sulla scomparsa dell’agenda rossa era stata aperta un’inchiesta in cui l’unico imputato era l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli. Il militare, filmato mentre si aggira con la valigetta di Borsellino, in via D’Amelio subito dopo l’esplosione è stato assolto dall’accusa di aver rubato l’agenda. Non è riuscito a ricordare con precisione il percorso della valigetta, ma ha ammesso di averla aperta, ricordando che al suo interno vide soltanto un crest (stemma) dei carabinieri. Proprio questa mattina il magistrato Giuseppe Ayala, tra i primi accorsi in via D’Amelio, è tornato in aula a ricostruire gli attimi successivi alla strage. “Non ricordo – ha detto deponendo al processo Borsellino quater – se ci fossero oggetti rossi sul luogo della strage in via D’Amelio. Ma è anche vero che in quel momento le nostre preoccupazioni ben erano altre”.

Anche Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, si è espresso in maniera molto critica riguardo a quel fotogramma che sembrava aver risolto una parte del rebus dell’agenda rossa scomparsa. “Agli agenti sono esplose in mano le pistole. Le mani erano ridotte a brandelli e le braccia sono state strappate. I loro corpi erano carbonizzati. Come si può pensare che l’agenda sia rimasta integra? Se volete fare un depistaggio fatelo secondo logica, in maniera che sia credibile e verosimile. Così c’è da vomitare”. Borsellino è parte civile nel nuovo procedimento che a Caltanissetta sta processando gli autori delle false dichiarazioni che già negli anni ’90 depistarono le indagini su via D’Amelio. “Nel momento in cui si cerca di arrivare alla verità si solleva l’ennesimo fumo per cercare di confondere le idee. Sono qui per conoscere gli autori del depistaggio. Da lì si risale ai mandanti. Mi interessa la sparizione dell’agenda rossa perché è lo snodo di quella strage e su quell’agenda si basano i ricatti incrociati che reggono gli equilibri di questa Repubblica. Se viene fatto un depistaggio ci deve essere un motivo”. Le ragioni di quel depistaggio però rimangono ancora oggi oscure. Come del resto rimane ancora senza risposta una domanda fondamentale: che fine ha fatto l’agenda rossa?


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Bart