di Gian Gabriele Benedetti
[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]
Lo so, amico mio, abbiamo solcato la vita. Anni ed anni a crescere, ad annaffiare speranze, a coltivare entusiasmi, a macinare utopie, a raccogliere croste di pane in fondo al sacco degli eventi o briciole tra gli sterpi, a incidere montagne alte di incertezze e di finzioni, a ricucire cocci, una marea, a segnare distacchi amari, a riempire vuoti opprimenti…
Lo so, amico mio, che ci siamo caparbiamente inventati per la follia di un giorno e che abbiamo acceso contatti con l’imprudenza o il caso, sparigliando le carte o gettando i dadi per le scelte…
Lo so che abbiamo palpato il divenire nei suoi ventagli, senza mappa del tesoro o con bussole imprecise, che ci ha toccato qualche indifferenza forse di troppo, che dure muraglie hanno premuto e schiacciato la mente ed i suoi chiasmi e abbiamo sparpagliato e forse disperso sopra il suolo manciate di talenti…
Ma in fondo abbiamo vegliato intensi sui sentimenti buoni, rispettato molte promesse, sfoderato dignità, ascoltato linguaggi diversi, seguito teorie e teorie che credevamo consolidate, steso le nostre idee lungo percorsi intricati, stretto mille e mille mani, abbozzato partenze, sfiorando libertà di vento; a volte siamo partiti, per andare là dove si voleva o doveva finire, o dove da tempo eravamo attesi; abbiamo invocato luci, guardando in alto, per imprimere negli occhi tutto il colore pulito del cielo; abbiamo creduto fino all’ultimo con immutata fede e cullato continuamente pegni forti d’amore…
Ed anche se il mondo non ci ha capito o non si è accorto di noi e ci ha chiuso per cinismo od a ragione non pochi usci in faccia, fermiamoci a custodire ed a curare il nostro campicello, messo su pezzo a pezzo con forza ed ironia, con piccole saggezze, con un credo radicato, non negandogli il sole di questo crepuscolo ormai indifferente.
E allineiamo, amico mio, due sedie qui nella quiete del camino di questa stanza ancora profumata di sogni intrecciati e abbandonati e stiamo seduti insieme al pari di una volta ad apprezzare le cose così come son venute. Assaporiamo il raccolto anche se non copioso o differente da quanto immaginato, alziamo uno stendardo alla vita, usiamo giusta comprensione persino al volto beffardo della morte e beviamoci pian piano un calice di vino rosso, amico caro di questa irripetibile avventura, mentre rapida si fa la sera e già sanguina l’orizzonte estremo sulla scena e sopra una distesa lunga di memorie affastellate presso la soglia.
E chissà che non continueremo a svariare le stelle, nel buio che ci insegue e fa tremare pure le foglie.
Commenti
3 risposte a “Lo so, amico mio”
Ma sì, Gian Gabriele, beviamo di quel vino. Per non dimenticare, per inebriarci ai ricordi, forse per addolcire Monna Morte. Che male c’è, in fondo, se l’accogliamo con un buon bicchiere?
Un bellissimo pezzo ‘a consuntivo’, intenso assai, sfuggitomi alla lettura. Ora che l’ho letto lo trovo affine al mio stato d’animo di adesso.
Saluti
Carlo
Grazie, Carlo!
Arrivati ad una certa età (fra poco più di due mesi sono 72!!!), si è portati a fare un consuntivo e, soprattutto, ci si lega ai ricordi. Lo so che è sinonimo di vecchiaia, anche se mi sento, grazie a Dio, ancora “arzillo”. Non temo la Morte, ma il mio cruccio maggiore è quello di lasciare, eventualmente, sola mia moglie. Tuttavia dobbiamo cercare di essere il più possibile ottimisti, dando un calcio a visioni brumose.
Un’infinità di bene e a ritrovarci presto
Gian Gabriele