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LETTERATURA: I MAESTRI: La lunga guerra di Remarque

26 Settembre 2008

di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, 26 settembre 1970] ¬†

Locarno, 25 settembre.
Erich Maria Remarque √® morto in seguito ad una crisi cardiaca nella clinica Sant’A ¬≠gnese di Locarno, dove era sta ¬≠to ricoverato alcuni giorni fa.
Lo scrittore – che da molti anni viveva a Porto Ronco, un piccolo villaggio vicino ad Ascona, nella Svizzera italiana – era nato ad Osnabrueck, nel 1898; proveniente da una fami ¬≠glia modesta, studi√≤ dapprima nella sua citt√† e poi frequent√≤ l’universit√† a Munster. Succes ¬≠sivamente lavor√≤ come istitu ¬≠tore, uomo d’affari e giornali ¬≠sta: in questa veste collabor√≤ al giornale sportivo ¬ę Sport im bild ¬Ľ a Berlino. La sua car ¬≠riera di scrittore data dal 1929, con la pubblicazione di All’O ¬≠vest niente di nuovo, che lo rese famoso. Il suo vero nome era Erich Paul Kramer. Ave ¬≠va ottenuto la cittadinanza sta ¬≠tunitense nel 1939. Nel 1958 aveva sposato in terze nozze l’attrice Paulette Goddard. ¬†

__________

Il nome di Erich Maria Re ¬≠marque √® legato a quello del suo libro pi√Ļ famoso, Im Westen nichts Neues, apparso nel 1929 e tradotto due anni dopo in italiano con il titolo di Niente di nuovo sul fronte oc ¬≠cidentale. Come molti ricorde ¬≠ranno, si tratt√≤ di un successo straordinario di pubblico che andava tradotto in cifre di mi ¬≠lioni di copie. Remarque √® il tipico scrittore di un libro solo, nel senso che quando, trenten ¬≠ne (era nato ad Osnabruck nel 1898) cerc√≤ di fare un bilancio delle tragiche e stupide vicen ¬≠de della guerra, fatalmente si trov√≤ ad esprimere uno stato d’animo molto diffuso e quindi ad essere l’interprete di quanti avevano subito le stesse delu ¬≠sioni e prima avevano avuto modo di provare quale abisso ci fosse fra l’esaltazione reto ¬≠rica dello spirito di guerra e la miseria dei risultati ottenuti. Ma non basta: il libro, che ot ¬≠tenne anche fuori della Ger ¬≠mania consensi eccezionali, ser ¬≠viva a rafforzare un momento di meditazione pi√Ļ largo e a suscitare il desiderio di supe ¬≠rare i limiti e i pregiudizi dei diversi nazionalismi.
Naturalmente Remarque non fu l’unico rappresentante di questa letteratura della disfat ¬≠ta – nata gi√† negli anni del ¬≠la guerra e che, per esempio, era stata consacrata dall’altra parte del fronte da scrittori co ¬≠me Barbusse – ma la sua te ¬≠stimonianza ebbe il grande pregio di una comunicazione di ¬≠retta attraverso una rappresen ¬≠tazione molto efficace. N√© il fatto di partire dal mondo te ¬≠desco della disfatta impediva ai lettori di tutto il mondo di ritrovare nel libro delle solle ¬≠citazioni di libert√† e di indi ¬≠pendenza di spirito che sareb ¬≠bero state accettate dagli uo ¬≠mini di buona volont√†: insom ¬≠ma, il caso si scioglieva in una visione pi√Ļ ampia, e lo scritto ¬≠re aveva saputo, nel tessuto della sua cronaca quotidiana, mettere a nudo le ragioni sem ¬≠plici e comuni dell’umanit√†.
E’ chiaro che una consonan ¬≠za del genere non si sarebbe pi√Ļ ripetuta. Purtroppo il mes ¬≠saggio di pace e di fratellanza nel dolore che saltava fuori dal libro (e che fu poi ripreso e allargato attraverso la riduzione cinematografica di Lewis Milestone) fu ben presto rifiutato e combattuto dalla nuova po ¬≠litica nazista, e il libro, che aveva avuto un significato cos√¨ alto e diretto, venne proibito e non soltanto in Germania. Nel nostro paese, per esempio, dieci anni dopo era diventato una rarit√† bibliografica.
Inutile aggiungere che l’au ¬≠tore dovette pagare le conse ¬≠guenze della sua coraggiosa pre ¬≠sa di posizione contro la guer ¬≠ra, andando in esilio: prima in Svizzera e poi in America. Co ¬≠me molti altri scrittori tede ¬≠schi, il Remarque non si arre ¬≠se e continu√≤ a pubblicare li ¬≠bri, restando fedele alla sua vi ¬≠sione di un mondo libero da violenze e da oppressioni. Pri ¬≠ma di partire per l’esilio, Re ¬≠marque aveva pensato di svi ¬≠luppare i temi della prima ope ¬≠ra nella Via del ritorno, pren ¬≠dendo sotto la luce della sua indagine l’altra tragedia dei re ¬≠duci, degli scampati, seguendo la prima interpretazione forni ¬≠ta da lui stesso di Nulla di nuovo: ¬ę Questo libro non vuo ¬≠le essere n√© un’accusa n√© una confessione. Esso cerca solo di render conto di una generazio ¬≠ne che fu distrutta dalla guer ¬≠ra, anche quando scamp√≤ alle sue granate ¬Ľ. Voleva dire mantener fede alla promessa; pur ¬≠troppo era passato il tempo della consonanza piena: la fame dei lettori si era fermata alla prima rappresentazione.
Remarque cerc√≤ allora di al ¬≠largare le ragioni della sua vi ¬≠sione e per questo pubblic√≤ in inglese Tre camerati nel 1938, dedicato alla crisi economica; Ama il tuo prossimo, nel 1941, dove era centrato il mondo dei profughi tedeschi, e infine, nel 1946, in Arco di trionfo, per la prima volta, diede un’interpre ¬≠tazione attiva dei lunghi anni di dolore e di sofferenza, por ¬≠tando in scena un medico te ¬≠desco che si vendica del suo aguzzino dei campi di concen ¬≠tramento.
Alle vergogne del nazismo, e in modo particolare all’infer ¬≠no dei campi, Remarque dedi ¬≠c√≤ nel 1952 L’ultima scintilla. Col passare degli anni lo scrit ¬≠tore fu portato a rivedere e ad approfondire le sue pi√Ļ lonta ¬≠ne esperienze seguendo due strade: con la prima voleva ri ¬≠scoprire, nel mondo nuovo del secondo dopoguerra, ragioni e motivi del passato lontano, o al contrario, con la seconda (per esempio, nell’Obelisco ne ¬≠ro del 1956) affrontando diret ¬≠tamente il tempo dell’infla ¬≠zione.
Da questi brevissimi cenni sar√† facile capire quello che √® stato il posto di Remarque nel ¬≠la letteratura di questo seco ¬≠lo: quello, cio√®, di uno scritto ¬≠re d’occasione (nel senso mi ¬≠nore del termine) ma che ha saputo fondere nell’ambito di una testimonianza diretta e appena romanzata il dramma di una generazione con quello di una trasformazione ben pi√Ļ larga del mondo.
A ripensare oggi all’eco avu ¬≠ta dal suo libro pi√Ļ famoso, vien fatto di aggiungere un’al ¬≠tra cosa: i milioni di lettori di Remarque trovavano nel ro ¬≠manzo qualcosa di pi√Ļ di una cronaca ben fatta, forse in ¬≠consciamente avvertivano che il mondo della guerra stava per risorgere e che la lebbra del 1914 fra poco avrebbe ripreso a offendere e divorare il volto dell’Europa. Sentivano che il dramma stava per ricomincia ¬≠re e il loro consenso era de ¬≠terminato pi√Ļ dal terrore che non animato dalla speranza.


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5 Comments

  1. Commento by Felice Muolo — 26 Settembre 2008 @ 17:22

    Ci siamo nutriti di Remarque, nevvero Bart?
    Saluti cari.
    Felice

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 26 Settembre 2008 @ 19:59

    Un Remarque ricordato da Carlo Bo, peraltro.

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 26 Settembre 2008 @ 23:17

    Si ripropone con Remarque l’importanza della Letteratura e, quindi, anche e soprattutto della Poesia, nel denunciare e combattere regimi totalitari e nel deplorare la guerra.
    Quando a scuola ci dicevano che aveva fatto pi√Ļ male all’Austria, al tempo del nostro Risorgimento, il libro di Silvio Pellico “Le mie prigioni” che una guerra perduta, si confermava questo grande compito e questo carisma della parola scritta
    Gian Gabriele Benedetti

  4. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: I MAESTRI: La lunga guerra di Remarque - Il blog degli studenti. — 27 Settembre 2008 @ 06:36

    […] Marco Minghetti: […]

  5. Commento by eralda — 28 Aprile 2009 @ 23:36

    Remarque e’ uno che ti aiuta a diventare grande dentro… non parla soltanto della guerra, parla dell’amicizia e dell’amore in un modo che pochi sanno fare, dice cose importanti in una maniera semplice… e’ la vita stessa.
    Lo adoro

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