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LETTERATURA: Lupi contro un duca

9 Maggio 2009

di Alberto Pezzini  

Sono dovuto partire di notte. Al freddo. Eravamo inseguiti dagli uomini del Duca. Mia moglie aveva rifiutato di concedersi la prima notte a lui. La prima notte di nozze. Io non ce l’ho fatta. Sembravo un uccello impazzito. Ardevo di rabbia. E’ quella che mi ha permesso di prendere quattro stracci, mia moglie, bella come una luna fiorente nel cielo, e salire verso il passo.
Di notte è dura. La luna ci ha fatto da battistrada. Era grossa, piena, estiva. L’aria faceva da contraltare. Fredda come una lama. Bruciava come il ghiaccio. Sarà che eravamo giovani e neanche i lupi mi spaventavano.
Siamo finiti al Pian delle Gorre. Lì abbiamo lasciato i cavalli. Li abbiamo abbandonati a loro stessi. Volevo ucciderli ma mi è mancata la mano. Uno dei due, Luce, mi ha cresciuto. Ho ancora negli occhi il ricordo dei suoi. Mi ha lanciato uno sguardo muto, sembrava capire. Non posso dimenticarlo. Abbiamo cominciato a salire. C’è un sentiero di cui mi avevano parlato. Dopo un ponticello comincia a serpeggiare nel bosco, sinuosamente.   E’ tutto sotto gli alberi. Mia moglie ansava. Credo che fosse già quel bambino che si portava dentro la pancia. Lo ius primae noctis non avrebbe avuto senso anche per questo motivo. Noi eravamo già stati insieme. Mia moglie era bella di più dopo che avevo giaciuto con lei. Non avrei potuto permettere che altri la toccassero. Neanche il pensiero sopportavo.
La notte in un bosco è piena di voci. E luci. La luna ci permetteva di salire senza paure. Gli occhi degli animali ci guardavano, luminosi.
Quando abbiamo sentito i cani latrare eravamo già molto in alto. Nella conca delle Carsene. Stavamo salendo verso la forcella più in là. Quella dove il passo si restringe tra le pietre e diventa difficile anche per i cavalli passarci.
Bisogna che il cavaliere scenda da cavallo e lo meni a mani, tenendo strette le briglie. Un uomo può essere più veloce. Solo che gli uomini del Duca sono bestie, abituati a camminare in montagna. Hanno fiato potente e polmoni da mantici inesausti. Ho avuto paura di non farcela. Quando i cani sembravano ormai a breve distanza, tanto da poterli toccare con gli occhi e sentire la loro canicola sotto i piedi, siamo entrati dentro al passo.
Qui, la prima cosa che ho visto sono stati i loro occhi. Fermi, numerosi, splendide torce che ardevano nel buio. Erano grossi, distanziati tra di loro di una buona spanna. Indice della taglia robusta di chi li portava. Quando i cani hanno scavalcato per la forcella, sono stati rapidi. Le torce hanno cominciato a danzare nel buio come coltelli senza un padrone. I lupi hanno attaccato. Sono i padroni della montagna. I cani hanno cercato una difesa, si sono battuti, ma nulla è stato possibile per loro. I lupi sono stati micidiali. Avevano fame, erano grossi come cinghiali, ed i denti hanno squarciato i petti dei cani che ci inseguivano.   Anche gli uomini del Duca hanno dovuto ritirarsi. I lupi sentivano l’odore del sangue e i cavalli hanno preso ad imbizzarrirsi. Siamo fuggiti dall’altra parte. I lupi ci hanno guardato fuggire. Erano sazi. Il più grosso si è accoccolato sul passo. Aveva lo stesso sguardo di Luce. Sembrava capire. Ci hanno fatti vivere.   Oggi mia moglie ha dato alla luce una bambina, chiara di capelli, dagli occhi trasparenti come l’acqua di montagna.
Non ha paura di cani o altri animali. Una sera guardava la luna e mi ha detto che l’unico animale capace di prenderti il cuore è l’uomo. Sempre che non ci sia un lupo nei paraggi.   E’ cresciuta forte. Siamo sopravvissuti grazie a loro. Siamo lupi.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 9 Maggio 2009 @ 21:48

    Echi di un tempo lontano, in cui vigeva barbaramente ed insensatamente quello che si definiva jus primae noctis. La storia si snoda vibrante ed incalzante, tanto da avvertire nella sua fisica concretezza l’ansia, l’affanno, l’angoscia, la paura; tutti gli stati d’animo che ben si coniugano con i vari elementi figurali, con la tangibilità delle immagini. Saranno i lupi, normalmente ed erroneamente considerati nemici dell’uomo, a portare salvezza quasi in extremis, dimostrando che anche l’animale più feroce e per di più affamato talvolta (se non molto spesso) si manifesta migliore dell’essere umano.
    Prosa acuta, realistica, quasi grido soffocato seppur lacerante, che si avvale di un linguaggio deciso, di efficace effetto, offrendoci, nel finale, la dolcezza di una vita vista attraverso gli occhi fanciulli, capaci già di distinguere “l’animale più feroce”.
    Gian Gabriele Benedetti

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