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LETTERATURA: “Macelleria Equitalia” di Giuseppe Cristaldi – Lupo editore

7 Agosto 2013

di Francesco Improta

Macelleria Equitalia di Giuseppe Cristaldi (casa editrice Lupo) è un libro straordinario che ti cattura fin dalla prima pagina, tenendoti inchiodato alla poltrona fino a lettura ultimata. Non si tratta, come si legge nel risvolto di copertina, di cinque racconti drammatici, ma di un romanzo nel vero senso della parola, i cui personaggi recitano in prima persona il proprio dramma come se entrassero in scena uno per volta – è il caso di Rocco, Enrico e Paolo – prima che le loro vicende vengano recuperate attraverso la memoria e continuate dalle loro donne (Elvira e Mariana) o dalla loro prole (Nico). È una struggente testimonianza della crisi che si sta vivendo non solo in Italia ma in quasi tutta l’Europa, ma che nel nostro meridione, da sempre abbandonato a se stesso da uno Stato latitante o inadempiente, ha raggiunto dimensioni ipertrofiche. Ed è anche un atto d’accusa nei confronti della famigerata Equitalia, simbolo di uno Stato che mira all’esclusione più che all’inclusione, e che nella difesa di ricchi e potenti rivolge la sua sferza nei confronti dei più deboli e disarmati, trasformando in evasori fiscali quei poveri diavoli, che trascinano con i denti, tra mille difficoltà e sofferenze, la loro misera esistenza. Sono questi ultimi a essere bollati come evasori solo perché hanno chiesto una dilazione, una pausa o un po’ di respiro, schiacciati come sono da cartelle esattoriali sempre più pesanti e insostenibili, mentre i veri evasori fiscali continuano a versare, mediante prestanomi o fantomatiche società, fiumi di denaro nelle banche dei cosiddetti paradisi fiscali.

Equitalia, dal nome apparentemente rassicurante in quanto rimanda ad un’attività esercitata in maniera giusta e imparziale, è “l’apparato che si occupa, per conto dello Stato Italiano, di porre in esecuzione gli atti emessi dagli uffici giudiziari”. Procedimenti di esecuzione forzata, che, in tempi di crisi, hanno mandato sul lastrico intere famiglie. Basti pensare ai tanti piccoli imprenditori, agricoli e non, costretti a togliersi la vita o a scendere a patti con la propria dignità e talvolta con la malavita organizzata per poter far fronte all’emergenza. Si pensi alla vergogna e al dolore di chi, insolvente, è costretto a subire un pignoramento, che non è, come ha detto giustamente Cristaldi, una semplice procedura ma una violenza devastante in quanto ti costringe ad assistere alla decomposizione di tutto il tuo passato e talvolta a subire un gratuito esercizio di sadismo da parte di qualche inadeguato ufficiale giudiziario. Con ciò non vogliamo col ­pevolizzare gli ufficiali giudiziari o demonizzare il loro lavoro, che è un lavoro come tanti e che in quanto tale merita rispetto, né vogliamo contestare il diritto dello stato di esigere tributi che consentano lo sviluppo razionale e civile del nostro paese, che servono, cioè, a far funzionare la macchina dello Stato riteniamo, però, che tutto questo vada fatto con criteri di maggiore equità, con un’attenzione costante alle difficoltà con ­tingenti, ai casi particolari, e soprattutto con la precipua volontà di perse ­guire i grandi evasori fiscali.

Azzeccati ed efficaci il titolo ossimorico (Macelleria Equitalia) e la co ­pertina che rappresenta in maniera iconica e icastica la carne da macello a cui ci ha ridotto un sistema perverso che ci stritola sempre di più. Forse perché per sopravvivere ha bisogno, come il Leviatano di hobbesiana memoria, di continue vittime o sacrifici.

Nel romanzo affiorano i temi cari a Cristaldi, affrontati già nei romanzi precedenti e che fanno di lui uno scrittore politico e civile, quale da tempo non si incontrava nella nostra letteratura (dai tempi forse di P.P. Pasolini e di F. Fortini). Ma è soprattutto la lingua utilizzata a lasciarci senza parole: una lingua, concreta ed evocativa al tempo stesso, che accosta sapien ­temente – e spesso fonde – l’italiano al dialetto salentino, a testimonianza di un sentire profondo e condiviso, capace di trasmettere sensi, valenze e significati, anche laddove ricorre al dialetto più stretto. Un impasto di suoni, colori e odori. Una lingua dura, affilata, tagliente come una selce appuntita, che incide non graffiti rupestri ma ferite profonde nella mente e nel cuore di chi ha conservato un minimo di umanità, ma capace anche di squarci autentici di poesia, si pensi alla zattera rudimentale, costruita con le bottiglie vuote di plastica, che consentono a Enrico e a Nico di “prendere il volo”, disancorandosi dalla terra e dalla triste realtà in cui vivono:

…..“Stelle, giù. / Provaci, prova a chiamarle qui sulla nostra zattera, mettile tutte in bocca e poi sputale di nuovo in cielo, figlio mio, ché la terra è lontana. / … Si addormentò, si addormentò nella sua bellezza. Scesero tutte le stelle e si misero intorno alla zattera e quella, così come era andata, tornò a riva.”

Siamo in presenza di un grande talento narrativo, capace d’intingere la penna nel fuoco che scorre nelle vene di un uomo vero, legato alla terra, ai compagni di lavoro e di lotta, e disposto ad andare fino in fondo, suc ­chiando gli umori di una vita disperata e di bere sorsi di terra, parafrasando il titolo di un’opera di Heinrich Böll. Un libro che ti riconcilia non solo con la narrativa ma anche con la tua coscienza, spesso colpevolmente addormentata.

Grazie Giuseppe.


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