Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Marco Weiss – Il bravo soldato, Sedizioni, Milano 2011

1 Febbraio 2012

di Alfio Squillaci

A chi lo rimproverava di non essere un buon italiano o di non aver amor  di patria allorché   veniva colto a   stigmatizzare   alcuni vizi nazionali, Umberto Eco soleva esibire   il proprio “congedo militare illimitato”, sfidando l’interlocutore   a fare altrettanto. Parlare male della patria avendola servita, o imbrodarsi a lodarla dopo essere ricorsi a una robusta raccomandazione per evitare la naja? Quanti “patrioti” si nascondono dietro questi comportamenti? Anch’io, soldato artigliere di leva, congedato sergente, ma esulcerato notomizzatore dei vizi nazionali, ogni tanto mi diverto a chiedere   a molti risentiti compatrioti   testimonianza del loro servizio militare. C’è chi risponde genericamente di avere “assolto al servizio di leva” (come si scriveva nei formulari burocratici), ma alle incalzanti domande chiuse   e “tecniche”, su gradi e mostrine, ufficiali di picchetto e composizioni delle mute dei turni di guardia, sui corpi d’armata e sugli armamenti e munizionamenti, seguono spesso farfugliamenti, quindi parziali ammissioni… figli di inabili al lavoro, nipoti di ave vedove, finti riformati, soprannumerari. Raramente qualcuno ammette di avere pagato per non   farlo o di essere ricorso a potenti raccomandazioni, colto   in pieno e conclamato vizio nazionale italico!

Invero il bravo soldato   di questo romanzo tenta anch’egli la raccomandazione: un ufficiale dei carabinieri che giocava a tennis con papà; ma non doveva essere una grande “spinta” se   la cartolina precetto arriva invece   immancabilmente, ed è una cartolina beffarda, in quanto camuffata da accettazione di una sua richiesta, mai avanzata,   di arruolamento presso la scuola sottufficiali!

La raccomandazione serpeggia per tutta la narrazione, sembrerebbe il basso continuo con cui si accompagna la melodia principale della vicenda, ossia l’impatto di un giovane nell’Italia degli anni ’60 (da una serie di indizi si deduce facilmente che trattasi del 1966) con una “istituzione totale” quale la caserma.“È tutto deciso dalle raccomandazioni”, “i raccomandati vincono, non lo sapevi?”, sibila il bravo   soldato, che pur   da milite controvoglia riesce ad arrivare primo nel suo corso e pensa di guadagnarsi, col   merito, l’assegnazione in un reparto vicino casa.

Tutta la narrazione successiva,   precisa nel rendere le atmosfere casermesche,   molto godibile, ossia   mai noiosa per chi conosce il codice gnomico sottotestuale   dell’ambientazione tipica, si dipana dalla scuola sottufficiale di Maddaloni (Caserta) all’applicazione in reparto a Novara presso una caserma della sussistenza (quella che Napoleone – un artigliere geniale – chiamava “Intendance” e che nella sua famosa   boutade avrebbe seguito le fulminea avanzata dell’esercito).

Al tema della raccomandazione come dispositivo regolatore occulto delle logiche casermesche ( e della nostra Italia) si aggiungono ricognizioni precise delle predazioni degli ufficiali e delle mogli degli ufficiali sulle derrate alimentari dei soldati (chi ha fatto il militare sa che le derrate vengono calcolate secondo la presenza della “forza”, ossia della truppa, dato aleatorio e manovrabile quant’altri mai), sulla miseria infinita degli interni delle camerate, sullo squallore dell’insieme, sui compagni di sventura ben delineati: Giudice, un leguleio destinato alla magistratura, Fottemeglio, un borghese beccato in un distinto faute de mieux, traslitterato nel nomignolo di cui sopra, Brescia sempre in calore, l’Inculaformiche, epiteto per ufficiale non gentiluomo, il fascista Trieste, e il povero Uccio, il minus habens che tutti abbiamo avuto in caserma, e che comprendiamo e aiutiamo quando, giunti alla fine di tutti i ragionamenti, capiamo   perfettamente che il gioco perverso delle raccomandazioni autoescludentesi porta questo poverissimo calabrese analfabeta a pagare per tutti.

Il bravo soldato ascolta Tenco (“Lontano”), vede Bellocchio (“I pugni in tasca”), legge Garcia Lorca e Pasolini (immaginate di essere sorpresi   in caserma mentre leggete dei   poeti “froci”) e sta per laurearsi, sommo dell’ignominia, in Filosofia con una tesi su Lévi-Strauss, ed ha anche la pretesa, coronata peraltro dal successo, di ottenere disciplina   e spirito di corpo non   con la punizione, ma con il dialogo e l’intelligenza: insomma è uno di sinistra che vuole portare nuove regole o inediti scenari mentali   (siamo a due passi dal ’68) in un ambiente chiuso, asfissiato da monarchici, fascisti e servizi segreti manovrati da Gladio (organizzazione sullo sfondo, mai citata, ma intuibilissima nelle narrazioni di un soldato chiamato col toponimo di Trieste com’era usuale sotto le armi, dove pullulavano Brescie, Sicilie, Calabrie ecc).

Tra le ore di caserma intervallate da canzoni   di stagione (“Nessuno mi può giudicare” della Caselli impera), si compie la sottile opera di spersonalizzazione cui è sottoposto il civile-crisalide dal quale deve uscire il soldato-farfalla attraverso la somministrazione ossessiva   di regolamenti, cazziatoni, uniformi, esercitazioni ridicole (che trovano nel lancio della bomba a mano il momento culmine in cui si rivela lo squaccheramento dell’Esercito Italiano; e   fra tutto questo fiume carsico della memoria affiorante, la narrazione si muove in equilibrio tra la radiografia oggettiva di   una Italia eterna, traffichina, truffaldina (i marescialli “abbuffini” e panzuti   dotati di   Taunus dai bauli enormi dove far sparire la refurtiva!)   e la memoria, soggettiva, della giovanile Erlebnis (così i tedeschi chiamano un significativo “momento di vita”, vissuto non in modo passivo ma   vivo nel fluire della coscienza), quel   momento di vita in cui anche questo atto feroce di iniziazione alla società   e alla vita riceve l’indulgenza e l’occhio molle della nostalgia.
Fino alla liberazione, al sospirato congedo e all’avvio della vera (?) vita.
Ci sono levità e stati di grazia nel racconto di Weiss, ma anche acuti e rigorosi momenti di riflessione sulla caserma,   questa istituzione metà carcere e metà manicomio, e sull’Esercito Italiano che vi viene descritto come in effetti è (o era),   un disastro: e non perché Esercito, ma perché non lo è abbastanza, perché non è ontologicamente, seriamente Esercito.


Letto 1922 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart