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LETTERATURA: Marino Magliani: “La Tana degli Alberibelli” – Longanesi 2009

30 Marzo 2009

di Francesco Improta

La tana degli alberibelli (Longanesi editore) per struttura, spessore, misura e densità è, a mio avviso, il romanzo più completo e definito di Marino Magliani. Inoltre l’acquisita consapevolezza e maturità di scrittore lo porta a rivisitare temi, motivi, stilemi e suggestioni che in precedenza aveva soltanto accostato e a usarli come elementi di un sistema o tracce di un complessivo progetto ideologico e artistico, il che è la conferma indiscutibile della sua autorialità.
A una prima lettura sembrerebbe un giallo intricato o quanto meno un avvincente thriller ma in realtà Magliani continua in questo romanzo la ricerca di quella verità morale prima ancora che storica che possa mettere in fuga ombre, sospetti e rimorsi e rimarginare ferite che non hanno mai smesso di bruciare nell’animo. Tutti i personaggi di La Tana degli Alberibelli, come dei precedenti romanzi di Magliani sono spiati, pedinati se non addirittura braccati da qualcun altro oltre che dalle proprie ossessioni, da quei fantasmi che arrovellano la coscienza e tolgono la pace.
La Tana degli Alberibelli, anche se inizia in mare con la vista della città di Santaleula, che agli occhi di chi rema sembra un galleggiante, non è un libro d’acqua ma di terra, una terra “arsa e spinosa, difficile da attraversare per ormai i suoi tre quarti, muri diroccati e rocce sgretolate dai secoli di fuoco“, come dice lo stesso Magliani. Il mare ritorna alla fine del libro quando Jan Martin, seduto sulla riva, ricorda un altro mare a lui più familiare, quello del Nord, le cui onde per effetto della bassa marea si arrestano al largo “infrangendosi sulla barriera di sabbia e ciò che arrivava a riva è solo l’eco della loro morte“. Su quella spiaggia che il vento modula a suo piacimento spostando, innalzando o cancellando le dune, Jan Martin, da bambino camminava in compagnia del nonno, curiosando tra i bunker della seconda guerra mondiale. Il nonno sostituisce la figura materna che tanto spazio aveva avuto nei precedenti romanzi di Marino e da cui ora prende le distanze.
La vicenda ha la struttura del diario, non a caso ogni capitolo reca in alto il giorno e il luogo in cui si svolge l’azione e nei capitoli conclusivi a rendere ancora più serrato e incalzante il ritmo si segnano persino le ore. Ciò rende difficile incantamenti estatici dinanzi al paesaggio ligure che del resto, come abbiamo detto, sembra soprattut ­to nell’entroterra una discarica a cielo aperto o un cumulo di macerie; ci sono però dei momenti magici, dovuti non tanto alla bellezza degli scenari descritti quanto all’occhio che li accarezza e li vagheggia; del resto si sa che la bellezza è negli occhi di chi guarda. “Un volo di gabbiani si staccò da una falesia e si perse nella luce


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Bart