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LETTERATURA: Marliesi di Piaggiola

23 Gennaio 2012

di Daniela Toschi  

Mi piace il nome Marlia e lo pronuncio con piacere quando mi chiedono: “Dove sei nata?”

Ci pensavo durante un convegno a Bagni di Lucca, quando il parigino Pierre Bancel, professore di Linguistica e Antropologia Preistorica, spiegava che la proto-parola ‘MAMA‘, che designa la madre o una figura di accudimento femminile nella quasi totalità delle lingue presenti sul pianeta, si trasmette da cinquantamila anni. Dimostrazione linguistica che discendiamo tutti da un antenato comune? Più probabilmente il fonema ‘MA‘, che si pronunzia unendo le labbra come in un bacio, esprime istintivamente il bisogno di nutrimento e protezione; reclama e suscita affetto e accoglienza.

Ogni volta che dico “Marlia”   mi soffermo per un po’ sulla prima sillaba e sul movimento che unisce le mie labbra; così prolungo il sentimento di tenerezza che me ne deriva.

 

Come ‘luogo della mente’ Marlia è ben definita e immutabile, fondata su ricordi indelebili. Ne passo in rassegna alcuni: la casa con le palme, il forone, il lavatoio con l’Arca Vecchia, l’uomo della fotografia, le favole di mio nonno… Sì, sono ricordi molto vivi. Ma quando provo a fissarci lo sguardo e ad estenderli sgusciano via. Solide radici che si rifiutano di essere afferrate dalla mente.

 

Sono nata in una casa con due palme in giardino. Era attigua alla Maternità, dove lavorava mia nonna, e alla scuola dove ho frequentato la prima elementare.

Non mi ero resa conto di quanto fosse eccezionale avere due palme in giardino finché qualcuno non me lo fece notare. Seppi allora che le aveva piantate il mio bisnonno, esperto giardiniere.

Sulle scale di quella casa ho ‘volato’, una volta. Mi spiego: da bambina ero certa di aver volato su e giù per quelle scale, grazie a un vestito di velluto color porpora con le ali che mi aveva cucito la zia. Un giorno mi misi a fare i capricci: volevo quel vestito per volare di nuovo. La nonna e la zia, pazientemente, mi mostrarono uno a uno i miei vestiti, anche quello di velluto color porpora: nessuno aveva le ali.   Dovetti cedere di fronte all’evidenza, ma quel volo (e l’emozione provata)   continuavano a sembrarmi reali.

Tutto ciò mi è servito molti anni dopo, quando preparavo l’esame di psicopatologia, per capire cosa sono le ‘paramnesie’: falsi ricordi vissuti come realtà.

Quel volo straordinario sulle scale della mia casa di infanzia l’ho rievocato tante volte, così tante che ancora oggi l’ho stampato nella memoria. Ricordo altrettanto bene l’espressione pacata sui volti della zia e della nonna, mentre mi insegnavano a distinguere il sogno dalla realtà: “Hai sognato! Non esistono vestiti che permettono di volare!”

Un altro esempio di paramnesia: ero convinta che le palme non ci fossero più nel giardino di quella casa (che nel frattempo, chissà quando, è stata tinta di un verde chiaro che non mi piace).   Mi era sembrato di averla rivista un giorno e di aver pensato. “Che brutto verde! E le palme? Sono state tagliate, che peccato!” Invece giorni fa sono tornata da quelle parti e ho constatato, sorpresa, che le palme piantate dal mio bisnonno ci sono ancora.

 

I ricordi possono ingannare, e ciò è pericoloso perché è proprio con il loro materiale ambiguo che costruiamo le fondamenta della nostra storia personale.

 

Forse chiederò l’aiuto di altri per verificare ed espandere i miei ricordi.

 

Il ‘forone’ era un bosco dove andavo con la mia amica nella stagione in cui fioriscono i ciclamini. Ne facevamo mazzetti da regalare alle nonne e alle zie, che fingevano di gradirli molto. Al forone si poteva anche fantasticare di avventure in terre lontane. Non sono più riuscita a localizzare il luogo in cui si trovava il forone e questo mi ha provocato un costante autorimprovero per la disattenzione con cui ho vissuto la mia infanzia e con cui, più in generale, vivo il presente: come se fosse eterno e non dovessi perderlo mai. Così il presente mi scivola addosso e quando è passato lo cerco e non lo trovo più.

Radici intricate, edera, foglie morte nella terra grassa, la mia amica che raccoglie i ciclamini: questo è quanto riesco a riportare alla memoria. Pochi fotogrammi dotati di una magia sbiadita.

Il forone non era l’unica meta delle nostre avventure. Raggiungevamo il torrente Fraga per camminare nel suo letto di ciottoli fino ai giardini situati di fronte alla Villa Reale. Altre volte ci spingevamo fino alla Caipira e alla Specola, sostavamo nell’edificio diroccato e cercavamo di interpretare le scritte e i disegni osceni scarabocchiati sulle pareti.

 

Comunque la nostra storia personale, al di là di ciò che selezioniamo per narrarla, ha fondamenta vere e solide. Solo che queste fondamenta ci restano in gran parte inaccessibili.

 

Il nonno aveva una fabbrica che produceva i rocchetti per i filati. Mi portava a casa i rocchetti per giocare. Ci costruivo castelli e inventavo storie.

 

Nel giardino della casa con le palme si riunirono un giorno gli amici di mio padre. Uno di loro aveva scritto una poesia, l’aveva inviata alla radio per un concorso e aveva vinto. Mio padre e i suoi amici aspettavano che la Radio trasmettesse l’avvenimento, mentre io accucciata per terra giocavo con i rocchetti. Mi alzai quando sentii provenire dalla radio il nome Marlia: “Il concorso è stato vinto da XX, di Marlia, con la poesia intitolata ‘Africa’. L’autore non è mai stato in Africa, ma l’ha sognata così tanto che gli sembra di esserci stato, e a giudicare da questa poesia sembra proprio vero. Ascoltate!” Erano tutti molto fieri. L’autore della poesia non diceva niente ma gli brillavano gli occhi e sorrideva timidamente di soddisfazione. Era un giovane uomo alto e magro, soprannominato ‘il Mutino’. “Perché si chiama così? E’ muto?” “No. Potrebbe parlare se volesse, ma non parla mai.”

Quella volta imparai che le persone silenziose hanno un mondo interiore ricco di sorprese e un pensiero che si spinge lontano.

 

Ho chiesto al mio cugino Andrea di aiutarmi con i ricordi e di prestarmene alcuni suoi. Mi spiega che la fabbrica di rocchetti era in realtà una cooperativa (una delle prime sorte nel dopoguerra) nata per iniziativa del mio nonno e di altri marliesi di Piaggiola, operai e contadini che credevano in un futuro diverso. Era situata sotto il Bello (il Bar del Bello: c’è ancora?) e si chiamava ‘la Fabbrichetta’. Nemmeno Andrea ricorda quanti anni sia sopravvissuta e come sia finita. Io so solo che a un certo punto non mi arrivarono più i rocchetti con cui costruire castelli.

Andrea mi dice che quello di Marlia era ‘un proletariato che nasceva nei campi e nelle fabbriche’. Intende forse dire che non era la novella di qualche intellettuale? “Sì, quello era un proletariato che nasceva nei proletari. Ognuno di loro sapeva di essere speciale e unico, voleva dignità e il diritto di creare qualcosa di proprio.”

 

Una psicoanalista trapiantata in Toscana mi raccontava un giorno delle difficoltà   che incontra ad ‘analizzare’ persone di sinistra impegnate politicamente: “Iniziano l’analisi volenterosi come tutti gli altri, col desiderio di conoscersi a fondo. Ma appena si arriva a sfiorare la verità fuggono. Non reggono l’analisi. Non reggono il confronto con nessuna verità, nemmeno la più banale. Sembra che abbiano una vera e propria idiosincrasia per la verità”. Mi ha chiesto quindi di farle capire le origini del comunismo toscano, com’era realmente, da cosa nasce, perché è diventato così.

Non ne so niente. Forse Andrea può aiutarmi. Ma prima voglio chiedere qualcosa a mio padre.

 

“Perché vuoi scrivere di Marlia?”

“Mi basta qualche ricordo tuo. La prima cosa che ti viene in mente. Cos’è Marlia per te?”

“Non c’è da dire molto. A Marlia c’è l’aria bassa.”

“Che intendi dire?”

“L’aria bassa. Persone di aria bassa. Però siamo gente di carattere, questo sì.”

“Ne so quanto prima. Comunque, da cosa viene questo carattere?”

“Dall’onestà. Ma la nostra è un’onestà tremenda, perché non nasce dalla paura della legge: nasce dalla paura dell’inferno. Ci mettevano una paura matta dell’inferno, da bambini. E’ questo che forgiava la nostra onestà, e l’onestà forgiava il nostro carattere.”

“Ma hai smesso presto di credere all’inferno.”

“Presto? Forse non ci ho mai creduto. Non in quel senso. Ma in un altro senso l’inferno c’è, è evidente.”

 

Andrea e io concordiamo sul fatto che ci venivano trasmessi valori etici estremamente forti. Erano, forse, i principi contenuti nei vangeli e passati al setaccio della ragione, selezionati dall’insofferenza tipicamente toscana nei confronti di ogni dispotismo e di tutto ciò che risuona di ipocrisia, predica, indottrinamento. Entrambi, vangeli e ragione, contribuivano a dare forza sacrale a ciò che scaturiva dal loro connubio.

Ma se davvero alla base di questi forti valori etici non ci fosse nient’altro che la terribile paura dell’inferno inculcata da bambini ai nostri padri? E cos’è l’inferno che intende mio padre, quello che c’è? La risposta arriva subito, forse troppo presto: l’inferno è il mondo quale può essere senza l’onestà.

So già cosa direbbe mio padre se gli chiedessi una conferma: “Non osare fare filosofie sulle cose che dico.” Queste sono cose che vanno lasciate stare, perché, se appena le smuovi, rischiano di diventare retorica.

Un’onestà che sopravvive alla perdita della superstizione che l’ha generata col terrore; che, privata delle sue radici, resiste tenace. Cerca altri inferni di cui avere timore, altre fedi su cui radicarsi.

 

Le ‘criptomnesie’ sono ricordi dimenticati. Non sappiamo di averli, ma agiscono dentro di noi e sono tra gli elementi fondanti del nostro modo di essere e di pensare.

 

E’ in questo modo che i principi cristiani, trasmessi nelle generazioni, appresi in casa o al catechismo, hanno pervaso le idee di chi pure cercava di sottrarsi ai dogmi imperanti?

 

Quando lessi “La vita di Gesù”, opera giovanile di Hegel, mi sembrò di ritrovarvi, pari pari, il ‘cristiano-comunismo’ ribelle dei nostri nonni, refrattario ad altari e piedistalli.

 

I principi enunciati nel ‘Discorso della Montagna’, così straordinariamente sovversivi, li ho sempre conosciuti, come se fossero nati con me. Non credo di averli imparati leggendo i Vangeli; devo averli respirati con l’aria di Marlia.

 

E comunque se le criptomnesie, pur dimenticate e sottratte alla coscienza, permangono e agiscono, devono avere un significato importante, anche in senso antropologico e non solo psicologico.

 

Ma innanzitutto Andrea mi fa notare che la Marlia di cui parliamo non era quella propriamente detta, bensì la Piaggiola. “Sì, è la Piaggiola di cui parliamo. Ha poco a che fare con il resto di Marlia. La Piaggiola era il vero centro di Marlia”.

“La Piaggiola sta a Marlia come Manhattan sta a New York?”

“Come il Bronx sta a New York, piuttosto. Ma non è un paragone azzeccato. Era il posto dove si erano realizzati i primi cambiamenti, da cui partiva quel futuro in cui tutti credevamo forte. La gente, in Piaggiola, viveva con i piedi nel presente e con la testa nel futuro. Poi quel futuro non è mai venuto. Ma era gente viva, colorata, libera. C’erano personaggi che non si dimenticano, che restano impressi dentro. Tutto è nato lì, in Piaggiola: il Dopolavoro, la Fabbrichetta, la Maternità dove lavorava tua nonna, la prima scuola elementare. Pensaci, prova a ricordare.”

 

Ricordare è difficile. Alla memoria si riaffacciano solo quei frammenti che già conosco, quelli che nel corso degli anni sono riaffiorati spontanei come sospinti in superficie da qualche movimento tellurico che si è svolto a mia insaputa in profondità. Sono capricciosi e   indipendenti dalla volontà.

 

Era chiamato Piaggiola il luogo dove vivevano le nostre famiglie, e secondo Andrea quello era un luogo speciale, sia storicamente che urbanisticamente. La Piaggiola era delimitata dalle mura della Villa Reale (oggi conosciuta come Villa Marlia), dal torrente Fraga e dalla Villa Lenci. Il centro di Marlia, che prima era probabilmente la Chiesa, si era spostato in Piaggiola ai tempi dei tempi, quando vi furono create le prime istituzioni significative.

“Vuoi   scrivere di Marlia?” mi dice mia sorella. “Allora devi chiedere ad Andrea se ricorda le scritte sulle pareti del Dopolavoro. Erano eccezionali.”

 

Istituito in epoca fascista, il Dopolavoro era stato il luogo di raduno dei Figli della Lupa e degli Avanguardisti.   Da lì partivano i raid punitivi nei confronti di chiunque avesse il torto di parlare troppo, ma anche, mi raccontavano, nei confronti di persone che non avevano nemmeno quel torto. Un uomo lo finirono a bastonate. Aveva bambini piccoli di cui mia nonna, l’ostetrica del paese, continuò ad occuparsi pur rischiando di passare seri guai. Alla fine della guerra il Dopolavoro diventò un luogo di ritrovo dove si poteva parlare liberamente e vi si andò costituendo quella specie di filosofia della Piaggiola che Andrea ricorda con piacere e divertimento. Ai tempi in cui era gestito da Matraia (il personaggio di Piaggiola preferito da mio cugino) il Dopolavoro diventò una specie di originale centro culturale. Vi si scambiavano libri e opinioni. Pensieri sublimi vi venivano prodotti e immortalati sulle pareti. Matraia era il figlio della maestra di mio padre, quella che lo mandava in punizione perché non faceva il saluto fascista. “Perché non facevi il saluto fascista? Per le idee di nonno?” “Non le conoscevo le idee di nonno, era pericoloso parlarne ai bambini. Non è per questo. E’ che non sono mai riuscito a sincronizzare i miei gesti con quelli degli altri. E nemmeno il pensiero. Sono fatto così. E’ la mia costituzione.”

Ci sono persone che smuovono l’aria (l’aria bassa di Marlia di cui parlava mio padre) e danno ossigeno ai pensieri, per loro costituzione o perché portano ventate di terre lontane. Matraia aveva viaggiato tanto e portava salubri tempeste. Ai tempi in cui Matraia gestiva il Dopolavoro rinacque il Carneval Marlia. Andrea ha detto che mi porterà la foto di quel carro che fecero, che raffigurava Matraia ubriaco, adornato di file di salsicce.

Amico dei figli come era stato amico dei padri, Matraia viene commemorato ogni anno all’anniversario della sua morte da Andrea e dagli altri ex ragazzi di Piaggiola, davanti a succulente bistecche al sangue, tra risate e occhi lucidi. Con lui vengono commemorati Ciccio e il Martellato, gli altri amici persi giovani. “E’ con la carne, e non col pane, che vanno ricordati questi amici”. Gigantesche bistecche, carne assimilata attraverso la carne. Matraia se ne era andato come aveva sempre desiderato: “Voglio morire da vivo, con un fiasco di vino in una mano e una filata di salsicce nell’altra”. Ciccio invece era morto a causa di ferite riportate in un conflitto a fuoco in Angola, dove era andato a lavorare come camionista. Il Martellato aveva perso la vita in un incidente di fabbrica.

 

“Tuo padre è sempre stato un ganzo”, mi aveva detto una volta Matraia.

“Perché?”

“Ti faccio un esempio. Quando si sentì dire in giro che aveva deciso di sposarsi eravamo a cena con gli amici, e stavamo mangiando un’insalata di pomodori. ‘E’ vero che ti sposi?’ gli chiesi. Mi fece cenno di aspettare che finisse il suo boccone: lui era educato, e non parlava a bocca piena. Masticò lentamente, e io aspettavo con pazienza. Quando ebbe finito, mise di nuovo la forchetta nel piatto, infilzò altre fette di pomodoro, piano, con stile, come faceva lui, e ricominciò a masticare, senza dire niente.”

“Tutto qui?”

“Sì, era un ganzo davvero.”

Tutto qui?! Se immagino la scena, però, posso trovarla divertente. Mio padre ha sempre qualcosa che spiazza e sorprende. Per sposarsi era opportuno avere prima un lavoro, ma lui era giovane e a quei tempi il lavoro era precario, come oggi del resto. Inaspettatamente decise di sposare mia madre con la quale era fidanzato da quando erano ragazzini. Il risultato di quella decisione sono io.

 

Una volta il nonno mi disse che aveva avuto un’altra fidanzata prima della nonna. Questa sua prima fidanzata era morta di tubercolosi. Le era stato vicino fino alla fine, e mi disse che anche in punto di morte era bellissima.

“E poi?” “Poi conobbi tua nonna.” “Era bella anche lei!” “Sì, ma soprattutto era molto buona. Voleva diventare ostetrica, ma suo padre non voleva. Così la sposai subito, anche se era così giovane, e la feci iscrivere all’Università.” Mi sembrò strano che la nostra vita e le relazioni che avevano costituito la nostra famiglia non fossero state stabilite ab aeterno, che il nonno avrebbe potuto sposare un’altra donna… Io non sarei mai nata, o forse sì, ma in tal caso sarei stata io?

 

La nonna ebbe la sua prima condotta a Bagni di Lucca. Dai luoghi più remoti i futuri padri andavano a prenderla col mulo per condurla ovunque stesse per nascere un bambino. Il mulo si inerpicava sulle montagne per tragitti di sette, otto ore, e un parto poteva impegnarla anche per giorni. Il nonno e mio padre ancora piccolo andavano a trovarla il fine settimana.

Io credevo che la nonna fosse una persona importante. A volte mi portava con sé a visitare le puerpere e a fasciare i bambini. Ricordo case profumate di pulito, lenzuola e fasce candide, sorrisi teneri e parole sottovoce. Rivedo mia nonna alla Maternità mentre pesava i lattanti e distribuiva il latte in polvere e le farinate. Era alta, bruna e austera.

Anche la Maternità, mi dice Andrea, era nata in epoca fascista, ma poi era rimasta come istituzione di forte valore popolare: le donne che non potevano allattare ricevevano qui gratuitamente il latte in polvere, i bambini venivano visitati e la loro crescita attentamente controllata.

La Maternità (insieme al Dopolavoro e alla cooperativa di rocchetti) è secondo Andrea la dimostrazione che la Piaggiola era diventata a un certo punto il centro di Marlia. Prima la Chiesa, poi la Piaggiola. Coesistevano, anzi, questi due baricentri. Ma noi eravamo in Piaggiola.

“Era una distinzione politica? La Chiesa a destra e la Piaggiola a sinistra?”

“No, non direi. C’erano anche fascisti convinti in Piaggiola, e c’erano tanti che di politica non ne volevano sapere. Ma tutti erano gente aperta, energica, che pensava e faceva, perché credeva in quel futuro che poi non è venuto.”

Mi spiega comunque che sopra il Dopolavoro (forse proprio in quegli appartamenti dove aveva abitato la famiglia di uno dei miei zii, dove andavo ai compleanni dei miei cugini, e dalle cui finestre si   vedevano le palme di casa mia) mio nonno, già anziano, aveva aperto la prima sede marliese del Partito Comunista. Poi fu costituita la prima FIGC ed elessero Andrea, che aveva solo quindici anni, come presidente: iniziarono in quattro (Andrea e tre suoi amici) e in poco tempo arrivarono a quindici iscritti. Mio nonno ne era orgoglioso.

“Tuo nonno e io eravamo amici. La cosa meravigliosa di quei tempi (i tempi in cui la Piaggiola era il centro di tutto) è che non c’era distinzione tra i vecchi e i giovani, perché i vecchi avevano idee giovani. Così i vecchi volevano imparare dai giovani e i giovani volevano imparare dai vecchi. Ragionavo tanto con tuo nonno, lui mi rispettava e io rispettavo lui.”

 

Se si pensa che in un piccolo paese, a quei tempi, tra la gente comune non vi fosse cultura, è un grosso errore. Nei giorni scorsi mio marito e Marisa parlavano del libro di Giuseppe Berto, “Il male oscuro”, che ancora viene citato a proposito del concetto dell’Edipo in Freud e della prima diffusione della psicoanalisi in Italia. Ebbene, io quel libro lo ebbi in prestito, poco più che una bambina, dalla giovane parrucchiera del paese, che me ne parlava mentre mi stirava i capelli. Circolavano tra noi tanti libri. Molti ce li prestava Matraia. Ricordo “Pian della Tortilla” (il suo libro preferito) e “Furore” di Steinbeck.   Ricordo anche vari libri di London. Poi c’erano Moravia e Sartre, che non mi piacevano, e Cassola, che mi piaceva perché parlava come noi.

Una volta trovai in soffitta uno scatolone pieno di lettere, cartoline, piccoli oggetti e tanti libri, alcuni dei quali in francese. Erano appartenuti ad Adolfo, il fratello di mia nonna disperso nella Campagnia di Russia. “Perché aveva dei libri in francese?” “Voleva imparare quella lingua per parlare con le persone che avrebbe incontrato in Russia.”

Adolfo era l’uomo ritratto nella fotografia che, incorniciata, stava sul comò in camera dei miei nonni. La nonna, che gli aveva fatto da madre, non aveva mai smesso di aspettarlo: “Non è stato dichiarato morto, ma solo disperso. Potrebbe tornare, forse ha un’amnesia, chissà!”. Percepivo nella nostra casa una quota di amore in più, non investita in persone presenti e quindi fluttuante nell’aria, e sapevo che era diretta ad Adolfo. A volte guardavo fissa quella foto (o anzi mi lasciavo fissare da quegli occhi neri penetranti) immaginando il suo ritorno. Di lui so solo che faceva le corse in bicicletta e che il suo nome da ciclista era “Il Diavolo”, che vinceva sempre e che una volta che perse gettò la bici contro un muro. La nonna mi disse che nell’ultima lettera le chiedeva di mandargli dei calzini di lana: aveva freddo ai piedi perché le scarpe dell’esercito erano di cartone e c’era tanta neve. Glieli aveva mandati, ma non seppe mai se li avesse ricevuti. Immaginavo il cartone sfaldarsi nella neve.

In casa nostra, come forse in tutte le case, si conoscevano poesie a memoria. E soprattutto opere liriche. Si ascoltavano alla radio, si cantavano. La nonna le ascoltava assorta e noi bambini morivamo dal ridere: “Che gelida manina, se la lasci riscaldaaar…” (risate). “Cercar che giova, al buio non si troovaa…” (altre risate). Negli anni successivi la televisione portò un altro genere di cultura e limitò la precedente, fatta di dialoghi, discussioni, digressioni, dei ‘perché’ dei bambini e delle spiegazioni a questi ‘perché’; spiegazioni a tiro incrociato da una parte all’altra del tavolo di cucina, alcune pacate, altre accese, altre ancora sussurrate a mezza voce o interrotte poiché non adatte ai piccoli (ed erano queste ultime, che restavano sospese nell’aria, a suscitare in noi la più insaziabile curiosità e interminabili solitarie riflessioni).

 

Ma prima di tutto questo (o insieme) c’erano le favole. Non ho   ancora detto che mio nonno si chiamava Aladino e che era un grande narratore di novelle.

 

Emanando un luccicore che abbaglia, i ricordi mi respingono ancora e oppongono al mio sguardo la consueta espulsione.

 

Non ne ricordo nemmeno una delle novelle che raccontava mio nonno. Un giorno gli chiesi perché si chiamasse proprio come uno dei personaggi di cui narrava le avventure. Mi spiegò che anche suo padre, suo nonno e i suoi zii amavano raccontare novelle. Avevano in casa una copia di “Le mille e una notte” e quando lui nacque decisero di battezzarlo col nome di uno dei personaggi principali di quel libro, Aladino appunto.

Ci penso e ci ripenso, ma delle favole di mio nonno mi è rimasto solo qualche frammento che sembra appartenere alla stessa storia con qualche variante. Un giovane (che di solito, ma non necessariamente, si chiamava Aladino) vagava solo e disperato per i motivi più vari (cacciato via dal suo castello o in cerca di una principessa da salvare) quando incontrava un mago (o il genio della lampada) che si offriva di aiutarlo a districarsi dai guai o a conquistare la principessa. Prima, però, il giovane doveva scendere in una grotta sotterranea per prendergli un tesoro (o un talismano o un oggetto magico). Ma a quel punto il mago (o genio che fosse) si rivelava un truffatore senza scrupoli e, ottenuto ciò che voleva, scompariva dopo averlo rinchiuso nella grotta. Solo dopo essersi inoltrato nei sotterranei e aver superato infinite difficoltà il giovane riusciva a riemergere; qualche altra avventura e la favola si concludeva a lieto fine.

 

Il nonno in verità era uno a cui le favole non piacevano affatto, salvo quelle per intrattenere e divertirsi. Ma le storie raccontate per alterare la realtà, per ingannare, quelle suscitavano la sua indignazione. Come si arrabbiava quando tornavo dal catechismo o dalla scuola con qualche strana idea per la testa! Aveva una fede smisurata nella potenza del pensiero: se uno ce la faceva a non farsi manipolare il cervello, secondo lui, poteva spezzare ogni catena e liberarsi da qualunque schiavitù. Probabilmente la fine tanto attesa del fascismo, per uno che, come lui, era iscritto al Partito Comunista dal 1921, l’aveva riempito di un ottimismo difficile da smantellare e che mantenne fino alla sua morte. Il suo ultimo desiderio non fu mai esaudito (“Sono vecchio ma non posso ancora morire: devo prima vedere i compagni al governo”). Ciò si realizzò solo molti anni dopo, e certamente si era rivoltato nella tomba nel vedere come, nel frattempo, si erano ridotti i suoi ‘compagni’.

 

Ma già a quei tempi, in casa nostra, sentivo rimproverargli di essere un ingenuo: ad esempio si era sempre rifiutato di prendere atto che, nel dopoguerra, tra i ‘compagni’ spadroneggiavano ex fascisti, usciti quatti quatti dalla finestra e rientrati dalla porta dopo un rapido cambio di camicia.

 

“Vattene!” mi intimano i miei ricordi. “Non permetterti di affondare il tuo sguardo impudente e indagatore dentro di noi. Non osare nominarci, banalizzarci, trovare un senso e scrivere storie su di noi! Non è posto per te. Vai via!”

 

Forse non dovrei farlo, ma resisto e continuo a ricordare. E’ importante, perché da mio nonno, oltre alle favole, sentivo anche raccontare senza mezzi termini l’inferno che era stato il mondo ogni volta che la gente aveva rinunciato a pensare con onestà, ogni volta che era stato dimenticato che al primo posto nella scala dei valori c’è la pietà per i propri simili.   Per il ‘prossimo’. Chi è il nostro prossimo?

 

Non il sacerdote, non il dottore della Legge si fermano a soccorrere l’uomo ferito a morte e denudato sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico. E’ un samaritano che si ferma, e non in nome della religione, non in nome della Legge, ma perché prova compassione, una compassione che gli spezza il cuore e lo prende nel profondo dell’anima.

La forza con cui i nostri nonni sostenevano le loro idee nasceva da quel tipo viscerale di compassione.

 

‘Io Cristo’ è un intercalare comune in Piaggiola quando gli animi si accendono e vengono espresse affermazioni con convinzione tenace. E’ come dire: questa mia affermazione nasce contemporaneamente nell’anima e nella carne, nel cervello e nel cuore, nel cielo e nella terra, perciò è inconfutabile. O è come dire: questa verità   la sento nelle mie viscere tanto in profondità che questa profondità oltrepassa i miei limiti umani e sfonda nella sfera divina. Qualcosa del genere. Forse vuol dire anche: potrei anche essere messo in croce per questo, e dalla croce continuerei ad affermare quanto ti dico.

La sua versione più forte, ‘Dio Cristo’, ribadisce l’aspetto teandrico della verità percepita come tale. Non riesco a trovare blasfema questa affermazione di una trascendenza interiore, che ribadisce il   limite umano e il mandato di superarlo.

 

Andrea mi racconta di quella volta che, ‘io Cristo’, il prete si rifiutò di dare la benedizione pasquale a casa della sua nonna Imola, perché aveva votato comunista.

Imola non sopportò quell’affronto e partì per rivendicare le sue ragioni personalmente di fronte a tutte le autorità religiose, fino al Vescovo. Sì fermò solo quando il prete ritornò a benedire la sua casa.

Imola era vedova, aveva cresciuto cinque figli e sofferto due guerre. Andava alla messa ogni mattina perché ci credeva, ma aveva le sue idee e credeva anche in quelle. Non avrei sospettato tanta energia in quella donna che ricordo piccola, vestita di nero, coi capelli bianchi. Ma a pensarci bene aveva occhi neri vivaci e intelligenti e stava dritta come un fuso. Andrea mi racconta che Imola, pur avendo fatto solo la quinta elementare e nonostante i cinque figli e la guerra, aveva letto tanto e conosceva la Divina Commedia a memoria, tutta intera, secondo lui: “La recitava e la spiegava come Benigni, ‘io Cristo’!”

 

Quando ci fu la famosa Festa dell’Unità a Tirrenia, mio nonno volle che ce lo accompagnassi. Si portò dietro la tessera con la fatidica data del 1921 e si aspettava chissà quale accoglienza. Vagò per i padiglioni mostrandola, ma quel cimelio non suscitò alcun interesse. Cercava i ‘suoi’ compagni ma trovò solo compagni troppo giovani per capire il significato di quella data e le sue implicazioni.

La grande macchina organizzativa della festa si rivelò impenetrabile alla commozione di un vecchio. L’ingranaggio che sgretolò definitivamente il suo entusiasmo fu un tizio dell’organizzazione (giovane, ben vestito, barbetta e occhialini) che si prese il tempo, prima di tornare frettoloso alle sue faccende, di far finta di guardare la tessera e di dargli una pacca sulla spalle dicendo “Bravo, nonno!” con gli occhi rivolti altrove.

 

La cooperativa di rocchetti (la Fabbrichetta) presumibilmente finì proprio perché era nata ‘nelle fabbriche e nei campi’, senza una gigantesca macchina organizzativa dietro. Quest’ultima ne avrebbe forse garantito la sopravvivenza, ma l’avrebbe snaturata: non sarebbe stata quello che desideravano i nostri nonni. Le cooperative nate in seguito (molti anni dopo) hanno durata maggiore. Nascono con buone intenzioni, si snaturano presto, sopravvivono al loro snaturarsi.

 

Quando il nonno raccontava quelle sue novelle c’era una cosa che mi turbava. Fino alla fine aspettavo che il mago (o il genio della lampada, insomma colui che si era presentato come un salvatore e si era rivelato un truffatore) ricomparisse di nuovo per aiutare Aladino, rivelando che lo aveva rinchiuso nella grotta per un benevolo scherzo o perché vi era stato costretto. Non riuscivo a comprendere l’ambiguità di quel personaggio che entrava nella storia come buono e ne usciva come cattivo. Forse la mente infantile ha bisogno dell’archetipo del ‘vecchio buono’ che soccorre il giovane e gli risolve magicamente i problemi. Chiedevo al nonno di raccontarmi una favola con un mago buono, buono fino in fondo. “Non posso” rispondeva. “Perché?” “Perché la novella dice così e non la posso cambiare.”

Da grande ho sospettato che il nonno volesse, con le sue novelle, metterci in guardia dai falsi maestri e da chiunque, travestito da mago buono, avrebbe potuto trarci in inganno. Lo schema della favola è significativo al riguardo e di grande insegnamento: il giovane ingenuo, di fronte a un problema, incontra un sedicente mago che gli offre il miraggio di una facile soluzione; ma non esistono soluzioni magiche, e chi le offre ha fini malvagi; il giovane si trova così in guai ben peggiori e si perde nei meandri della disperazione; alla fine impara che deve cavarsela da solo e che può farcela. “Ognuno lotti per sé, per trovare la via stretta della buona condotta di vita” riporta Hegel nella sua “Vita di Gesù”.

 

Imola, che aveva sofferto due guerre e allevato cinque figli, andò da sola dal Vescovo, prendendo l’autobus fino in città. Riuscì ad orientarsi in corridoi labirintici; le porte si aprivano davanti alla forza delle sue idee (“Io Cristo!” diceva, forse, in cuor suo).

 

E ancora non sono in grado di spiegare alla mia amica psicoanalista le radici vere delle idee comuniste in Toscana, intrise di valori cristiani. Né tanto meno so dirle qualcosa di articolato sul perché persistano tenaci (seppur ridotte a formule stereotipate), in persone che sembrano resistenti all’analisi a causa di una più diffusa fobia della verità. Si tratta solo di un banale schermo protettivo contro la ‘paura di precipitare nella verità’ che si riscontra nelle personalità conformiste? O deriva dal non poter abbandonare, pena un terribile senso di colpa, gli ideali che i nostri nonni hanno vissuto sulla loro pelle nel tentativo di trasmetterci un mondo migliore?

 

Ma ecco che ricordo quando la nonna mi portava con sé al lavatoio. Si attraversava la strada con la tinozza in mano e si percorreva via dei Sassi, al cui ingresso ci accoglieva una vecchietta vestita di nero con le gambe storte e gli occhi guerci che fermava chiunque passasse e gli elencava le maldicenze del paese. La nonna, alta, bruna e austera, la salutava gentile e tirava diritto senza ascoltarla.

Il lavatoio era colmo di acqua limpida e corrente. Mi divertivo a guardare l’acqua insaponata diffondersi nell’acqua pulita e dirigersi verso l’Arca Vecchia: pochi metri alla mia sinistra l’acqua scorreva veloce sotto un ponte basso, e la nonna mi diceva di stare attenta a non cadere, perché la corrente mi avrebbe trascinato sotto quel ponte e lì, nascosta, c’era l’Arca Vecchia che afferrava i bambini che cadevano nell’acqua. “Com’è l’Arca Vecchia?” “Non si sa. Nessuno l’ha mai vista, perché non si muove mai da lì”. Mi sporgevo, cercando di scorgere la sua mostruosa figura nell’ombra nera. Non avevo paura perché sapevo che l’Arca Vecchia non poteva uscire dal suo nascondiglio sotto il ponte.

 

La casa delle palme è ritornata tante volte nei miei sogni. Uno di questi era ricorrente: mi trovavo alla finestra di quell’appartamento sopra il Dopolavoro dove avevano abitato i miei cugini, scorgevo le due palme e scendevo di corsa le scale col cuore in gola per la smania di raggiungere la mia casa. Ma non ci riuscivo: era come se intorno ad essa si fossero concretizzate altre costruzioni che ne rendevano labirintico l’accesso. Tornavo al punto di partenza, rimiravo la mia meta e ripartivo, per perdermi di nuovo. Intanto scendeva la sera, si faceva più buio, si accendevano luci fioche e cresceva il silenzio. Mi svegliavo.

Affiorano altri frammenti di sogni: in uno di essi ero davanti al cancello di casa e volevo entrare, ma era sprangato e non riuscivo ad aprirlo. Bussavo alla porta della Maternità per cercare aiuto ma non mi apriva nessuno; ogni casa intorno sembrava disabitata.

In un altro sogno riuscivo a entrare in casa ma tutto mi sembrava diverso, abbandonato, desolato. Salivo le scale sulle quali credevo di aver volato e raggiungevo la camera dei nonni sperando di trovarvi qualcosa di familiare; volevo fortemente che vi fosse ancora la fotografia di Adolfo sul comò. Non c’era quel comò, non c’era quella foto. Una luce fredda e troppo forte inondava quella stanza che ricordavo avvolta da una soffice penombra. Mi svegliavo.

 

Da Capannori Anthology autori vari, a cura di Luciano Luciani e Lorella Sartini,   Giulio Perrone editore, 2009.


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2 Comments

  1. Commento by Daniela — 23 Gennaio 2012 @ 21:39

    Copioincollo con gratitudine un commento che mi ha inviato l’amico Gian Gabriele.

            L’autrice si destreggia abilmente tra il saggio ed il racconto. Il tracciato diviene una struggente analisi psicologica all’interno di un vivace, ardente, dinamico memoriale. Il ricordo, reale, ricostruito, ideato, auspicato, si fa protagonista attivo di una teoria poetica e di un desiderio forte di vedere e di rivedere, come da una specola, a ritroso, riducendo a tensione viva tutta una realtà emersa dallo scavo evocativo ed inventivo. Risveglio privilegiato, capace di porci le cose, le persone, gli eventi secondo l’incanto affabile e desiderato del sentiero dell’anima.

                          La dimensione del saggio-racconto, attraverso un riconosciuto impegno intellettuale, non può fare a meno di appendersi ai rami del sogno. Ogni riferimento, quasi paradigma di riflesso emotivo, ha trasparenze di immagini rivissute e ricreate per un godimento che definirei “primordiale”.

                          Il testo decide una presenza immateriale e cara, trasfigurata dal tempo nel tempo. E così continua il “volo” rigenerativo, necessario, vitale per un’adesione transitiva ad una sorta di rifrazione positiva, che non è soltanto appunto di stupore.

                                                                                                           Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Pierangelo — 14 Dicembre 2013 @ 08:37

    bellissimo grande Daniela quanti ricordi della Piaggiola  

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