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LETTERATURA: Maurizia Tazartes: “Fucina lucchese” Edizioni ETS – Pisa

24 Settembre 2013

di Bartolomeo Di Monaco

“Fucina lucchese”
di Maurizia Tazartes

Edizioni ETS – Pisa
Isbn 978-884671490-9
Euro 35

Una donna minuta, ma forte, ostinata, Maurizia Tazartes (qui e qui).
Storica dell’arte e ricercatrice di prim’ordine (torinese, con un cognome che proviene dalla Grecia e dall’Asia Minore), ha fatto le ossa nelle redazioni di molti giornali, anche di rilievo nazionale, e il suo occhio si è affinato nello scoprire i segreti delle città in cui svolgeva i suoi servizi.

È stata anche a Lucca, nella redazione de “La Nazione”, e ovviamente anche a Firenze.
Di queste due città toscane ormai conosce i segreti. Di Lucca si è addirittura innamorata. Città piccola, gelosa della propria intimità difesa dalle sue splendide mura, forse le assomiglia. Sta di fatto che a lei dedicò nel 1987 un suo libro: “Una città allo specchio – Lucca fra cronaca e storia” (editore Maria Pacini Fazzi), un viaggio dell’intelligenza applicata ad una città dalla storia preziosa e singolare.

Già in questo primo libro emergeva la sua curiosità di ricercatrice appassionata. Non si accontentava di vedere, ma andava in cerca della storia che arricchisse l’immagine antica. Strade, piazze, monumenti, personaggi compaiono come rievocati dal passato con tutto il carico di memoria che li ha resi immortali.
Non vi è dubbio che è questo primo viaggio la fonte ispiratrice del secondo libro “Fucina lucchese”, edito dalla pisana ETS nel 2007, ma sconosciuto ai più, e arrivato ad oggi senza che la città di Lucca, fatta eccezione per gli specialisti, ne abbia saputo valorizzare il contenuto.

Di che si tratta?
Semplice. Semplice ovviamente per una ricercatrice di razza. Nel suo pellegrinare per la città e dintorni, Tazartes si accorse di una lacuna insopportabile che si abbatteva soprattutto sui nostri pittori del XV e XVI secolo. Ossia i loro nomi erano stati perduti e le loro opere, non firmate, erano state attribuite con denominazioni generiche, quali, ad esempio: Maestro di Benabbio, Maestro dell’Immacolata Concezione, Maestro del tondo Lathrop, Maestro di Stratonice, e via di questo passo. Studiosi di notevole peso, quali Bernhard Berenson, Roberto Longhi e il lucchese Carlo Ludovico Ragghianti, si limitarono a valutare i loro dipinti sotto il profilo stilistico e non   si preoccuparono di ricercare nome e cognome dell’autore, così da consegnarlo alla storia dell’arte, anche se di un’arte minore.

Ciò avrebbe indubbiamente richiesto un lavoro certosino e assai faticoso e, forse per i loro già gravosi impegni, non si decisero ad affrontarlo. E così questi pittori, che vissero il loro tempo nell’amore per la propria professione (alcuni svolsero contemporaneamente un altro mestiere, come quello di mugnaio o di conciaiolo o di cuoiaio) e che crearono opere ammirate e diffuse anche oltre i confini della loro terra, avrebbero continuato a vivere nella smemoratezza della loro identità e della loro esistenza.

Ci voleva l’impegno di una ricercatrice appassionata per colmare il pesante vuoto, e così la Tazartes si è rimboccata le maniche e si è messa al lavoro. Sapeva bene che le sarebbe costata uno sforzo immane, ma non si lasciò vincere dalla paura. Ci avrebbe impiegato tutto il tempo necessario. Sarebbe andata dovunque si potessero avere tracce dell’autore dimenticato. Di più: avrebbe verificato l’esistenza delle opere e la loro rispondenza ai risultati delle sue ricerche.

Ma come cominciare?
L’idea è stata vincente. Frugare negli archivi notarili dell’epoca onde rintracciare il contratto di committenza. Il lavoro le ha così consentito di apprezzare la ottima conservazione dell’antico materiale e la precisione, quasi la pignoleria, con cui tali contratti furono redatti.

La Tazartes racconta che ogni volta (ma sempre al termine di un lungo cammino di ricerca) che riusciva a trovare la committenza di un quadro oggetto del suo lavoro, non solo tirava un sospiro di sollievo, ma scendeva le scale e si precipitava al primo bar per rilassarsi con un caffè e una pasta.

Trovata la committenza, il lavoro non era finito; occorreva recarsi a verificare se il quadro esistesse ancora e fosse rispondente alle caratteristiche descritte nell’atto notarile. Qualche volta il quadro non è stato più trovato, smarrito nei meandri del tempo (rubato? venduto? distrutto?) Amarezza e delusione.

Ma alla fine la ricerca è arrivata al suo compimento, e tutti gli autori anonimi hanno avuto in dono dalla Tazartes il ritorno alla vita.
Gli appassionati dell’arte (vi sono ricerche che riguardano anche taluni scultori) non possono che ringraziare la caparbia ricercatrice, ed in particolare le dovrà essere fortemente debitrice la città di Lucca.
Meraviglia, perciò, che le autorità cittadine non abbiamo ancora dato il riconoscimento dovuto a questo lavoro, che, per la serietà con cui è stato condotto e per la ineccepibile documentazione prodotta, non si presta a dubbi o ad equivoci.

Per ogni attribuzione, infatti, la Tazartes si è fatta accompagnare dallo specifico contratto di committenza, il quale, come ognuno può capire, vale assai di più di qualunque expertise.


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