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Quando i giudici italiani calpestano la libertà

24 Settembre 2013

Che i giudici italiani ormai si identifichino con il Padreterno o con qualche divinità antica è risaputo da chi tra noi ha ancora un briciolo di autonomia nell’accendere i motori del proprio intelletto. Per gli altri la magistratura è come il papa per i cattolici: fonte di verità assoluta in materia di Fede. E dunque i giudici sono fonte di verità assoluta in materia di diritto. Anche quando la nostra costituzione che regola principi e doveri di noi cittadini è esplicita nell’assicurare l’esercizio delle proprie libertà di pensiero e di espressione, salvo che nei casi espressamente indicati.
Ma la magistratura se n’è fatta un baffo varie volte dei vincoli costituzionali, li ha ristretti oppure allargati secondo opportunità e convenienze.

Ha allargato i cordoni della borsa giuridica quando si è trattato di salvare il contenuto delle telefonate tra Napolitano e Mancino, concedendo al capo dello Stato una immunità quasi totale che i padri costituenti esplicitamente vollero escludere. Basta riandare al dibattito di allora e che pubblicai qui nelle parti di specie.

Oppure ha introdotto nel diritto nuove forme di “prova”, mai nominate e quindi mai ammesse dalla costituzione, la quale considera il cittadino innocente fino a prova contraria, la quale deve resistere ad ogni ragionevole dubbio. Invece i nostri creativi giudici, credendo di trovarsi a giocare in qualche Luna Park, magari al Teatrino delle marionette, si sono inventati due prove da applicare ad libitum a seconda delle qualità personali dell’imputato. La prima è quella che va sotto il nome di “non poteva non sapere”, il cui spessore di prova è demandato esclusivamente alla soggettiva valutazione del giudice, il quale accende la fiammella della sua cervice e avvia il ragionamento che,  fregandosene degli altrettanti validi ragionamenti della difesa, li va a sovrastare tutti come se fosse una enciclica papale.

L’altra è quella che il giudice Esposito ha chiamato nella sentenza Mediaset, la “prova logica”. La quale non differisce dalla precedente se non nel nome. Infatti la prima formula, avendo ricevuto continue critiche da vari giuristi, risultava permeabile e sospetta, perciò non poteva più reggere ai nuovi tempi. E il presidente Esposito ha pensato bene, nel giudicare Berlusconi, di metterla in soffitta, coniandone una nuova altrettanto subdola e speciosa ma con una denominazione più folgorante, sulla quale si potrà contare fino a che, come per la prima formula, non si avventeranno su di essa i soliti giuristi impiccioni, che – non trovandola scritta nella costituzione, e ovviamente mancando di rispetto alla infallibilità della magistratura –   oseranno criticarla, costringendone ancora una volta la sostituzione con un’altra nuova di zecca, temporanea ma efficace come la ghigliottina.

Per fortuna però che c’è una giustizia superiore che, se chiamata a vigilare, non si perita di dire pane al pane e vino al vino.
È successo per la condanna a 4 mesi di carcere (pena sospesa) inflitti dalla corte di appello di Milano a Maurizio Belpietro per avere ospitato un articolo diffamatorio a firma di uno dei suoi giornalisti. Ebbene, come potete leggere qui, la Corte di giustizia europea ha riconosciuto valida la sentenza nella sola parte che commina la sanzione pecuniaria, mentre afferma che la condanna al carcere di un giornalista configura la violazione dell’art 10 della convenzione europea dei diritti umani, il quale ammette il carcere solo per reati estremamente gravi,quali l’incitamento alla violenza o la diffusione di discorsi razzisti. Pertanto la corte d’appello di Milano ha violato la libertà d’espressione di un cittadino, per lo più giornalista, e perciò lo Stato italiano dovrà versare al direttore di Libero 10mila euro per danni morali e 5mila per le spese processuali.

Sono convinto che se i cittadini condannati sulla base di una “prova logica” o sulla base del “non poteva non sapere” avessero i mezzi per sostenere le spese del ricorso alla corte di Strasburgo, molte sentenze emesse dai nostri poco efficienti tribunali (del resto sono agli ultimi posti nella classifica mondiale) sarebbero riformate, fino a che apparirebbe evidente anche a un ciuco che la giustizia in Italia non solo non funziona, ma è stata messa in mano a persone che si permettono di interpretare le leggi anche in violazione degli intoccabili principi di diritto costituzionale e internazionale.


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Bart