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LETTERATURA: Maurizio De Giovanni: “In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi” – Einaudi

27 Luglio 2014

di Francesco Improta

Dopo un intervallo di due anni, dedicati alla stesura del ciclo dei bastardi di Piz ­zofalcone, Maurizio De Giovanni con il suo ultimo romanzo In fondo al tuo cuore, ritorna, con grande gioia dei suoi tantissimi estimatori, alle indagini del suo per ­sonaggio più famoso e più amato il commissario Luigi Ricciardi della Regia Questura di Napoli che opera agli inizi degli anni trenta, in pieno regime fascista.

Mi sembra doveroso sottolineare, fin dall’inizio, che l’attesa dei suoi lettori, da me condivisa e divenuta spasmodica negli ultimi tempi, in parte è andata delusa e non perché la storia non risulti intrigante o convincente, anzi si può affermare, senza tema di smentite, che si tratta del suo romanzo di più ampio respiro, come risulta, e non solo, dalla mole poderosa del libro, ma il meccanismo narrativo talvolta s’inceppa. De Giovanni si concentra sulle relazioni tra i personaggi, preferendo al lineare sviluppo narrativo, sua precipua caratteristica in passato, derive di dettagli e digressioni ambientali. Perde, quindi, in tensione narrativa senza acquistare in atmosfere, che risultano sbiadite o convenzionali. Rimangono assenti o sullo sfondo gli stessi riferimenti politici che avevano dato spessore alle sue trame in precedenza.

    In una calda sera di luglio dalla finestra del suo ufficio all’ultimo piano del Policlinico precipita il professore Tullio Iovine del Castello, famoso ginecologo napoletano. Sul posto arrivano dopo non molto il commissario Ricciardi e il fedele brigadiere Maione, seguiti a breve distanza dall’immancabile dott. Bruno Modo, per gli accertamenti del caso e sarà proprio l’autopsia, eseguita da quest’ultimo, a esclu ­dere l’ipotesi della morte volontaria e ad avvalorare quella dell’omicidio. Iniziano, a questo punto, le indagini del commissario e del suo aiuto, indagini ad ampio raggio che li portano a contatto con numerosissimi personaggi che, per motivi professionali, affettivi, familiari o semplicemente commerciali, hanno avuto rapporti con il pro ­fessore Iovine. È una galleria di personaggi eterogenea e variegata, di diversa estrazione sociale, che porta i nostri “eroi” in giro per la città partenopea da Mergellina al Corso Umberto, a Santa Teresa a Capodimonte, ai Quartieri Spagnoli, a Piazza del Mercato e anche al Vomero, quartiere, all’epoca, in via di espansione, e per giunta a piedi, sprovvisti come sono di mezzi di locomozione, in un’estate tra le più torride che si siano registrate. Contemporaneamente si rovesciano addosso al commissario, che da sempre combatte con i suoi demoni, altri due grandi dolori: la scomparsa di Enrica, che da tempo Ricciardi ama in silenzio e che è andata a Ischia a lavorare, come maestra, in una colonia estiva per dimenticare il commissario che, a dispetto dei suoi sentimenti, non si fa avanti e non le apre il suo cuore e, sofferenza per lui ancora più grave, le gravissime condizioni di salute di Rosa, la sua Tata, che da tempo costituisce ormai tutta la sua famiglia e che è entrata in coma irreversibile.
Tutto questo nella settimana dei festeggiamenti per la Madonna del Carmine con “l’incendio” del campanile e i fuochi di artificio…

L’incipit è bellissimo, addirittura da brivido e ci riporta alla mente, fatte le debite differenze non solo linguistiche, due film straordinari, entrambi diretti da Billy Wil ­der, La fiamma del peccato (1940) e Viale del tramonto (1950). Il professore Iovine, mentre precipita dalla finestra, in un lunghissimo piano-sequenza, almeno così sem ­bra al lettore oltre che al personaggio stesso, rivede sullo schermo della memoria, quasi fossero dei flash che si accendono improvvisi, attimi di vita vissuta che riguar ­dano la sua infanzia, la sua vita professionale e soprattutto la sua relazione extra ­coniugale con la giovane e sensuale Sisinella, sul cui sorriso infantile e lascivo si conclude la caduta e il professore si sfracella al suolo.

Le indagini, poi, seguono diverse direzioni, come è giusto che sia, ma perdendosi talvolta in inutili lungaggini a discapito del ritmo e della tensione. I personaggi di contorno, con i quali avevamo imparato a familiarizzare nelle precedenti indagini, ci sono tutti ma non sono sufficientemente armonizzati, non hanno lo stesso spessore o lo stesso spazio che avevano avuto in precedenza, almeno nella prima metà del romanzo quella, a mio avviso, meno convincente. Mi riferisco logicamente al dott. Modo, a Livia, a Enrica, a Bambinella, a Falco e all’untuoso e strisciante vice-questore Garzo. Lo stesso commissario Ricciardi sembra talvolta farsi da parte per lasciare la scena al brigadiere Maione, impulsivo, geloso, non esente da pregiudizi ma dotato di grande generosità, pronto a riconoscere i propri errori e a prendere ini ­ziative, a fin di bene, anche all’insaputa di Ricciardi. Rosa, come abbiamo accennato, è ricoverata in coma all’ospedale dei Pellegrini, assistita dalla nipote Nelide, una ragazza di campagna che Rosa, consapevole di avere poco tempo da vivere, aveva mandato a chiamare perché si prendesse cura del commissario Ricciardi, che per lei è sempre stato il Signorino. Nelide rimane in piedi, quasi silenziosa statua del dolore, in un angolo della stanza d’ospedale, senza mai muoversi fedele alla zia, come sarebbe stata in futuro fedele al commissario, che a sua volta ogni sera dopo il lavoro si reca in ospedale per tenere tra le sue la mano della Tata con affetto e tenerezza, sperando di poterla risarcire, almeno in parte, di tutti i sacrifici, le premure e le attenzioni che gli aveva riservato fin da piccolo.

I temi affrontati nel romanzo, talvolta solo fugacemente, sono molteplici: le baronie universitarie, sempre poco rispettose dei meriti individuali; l’eutanasia; la religiosità del popolo napoletano talmente viscerale da sfiorare spesso la superstizione, e la disperazione che, all’inizio del secolo ventesimo, spingeva molte persone ad emi ­grare, a intraprendere con pochi stracci ma molte speranze, rinchiuse nelle loro vali ­gie di cartone, un viaggio verso l’ignoto. È l’amore, però, nelle sue molteplici forme il vero protagonista del romanzo, quell’amore che alberga con sfumature diverse nel cuore di ognuno di noi, raffigurato nella bella copertina del libro oltre che nel titolo del romanzo. Un amore che sente anche chi, come il commissario, vive sul labile confine tra la vita e la morte, segnato da una terribile maledizione, quella di dialogare con i morti, e che si ritrova condannato, ormai, alla solitudine estrema per il lutto e l’abbandono che si sono rovesciati su di lui. Un amore che in un temperamento caldo e sensuale come quello di Livia diventa passione, ossessione maniacale e Passione di Libero Bovio, di Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente, tra le più belle melodie napoletane di tutti i tempi, è la canzone che Livia, dopo tanti anni di silenzio, canta per il commissario Ricciardi e che probabilmente segna il suo ritorno all’attività di cantante. I nodi intricati alla fine si sciolgono quasi tutti, rimane ancora qualcosa in sospeso per cui, probabilmente, ci sarà un’ottava indagine del commissario, ma, a mio modesto avviso, sarà l’ultima; credo che il sipario stia per calare definitivamente sul ciclo di Luigi Alfredo Ricciardi, commissario di pubblica sicurezza della Regia Questura di Napoli. De Giovanni con ogni probabilità si dedicherà soltanto o prevalentemente (rimane immutata, infatti, la sua passione calcistica) al ciclo dei Bastardi, foriero di notevoli sviluppi e più in sintonia con i tempi, con il suo animo e persino con il suo attuale linguaggio.

All’inizio ho accennato ad alcune incertezze o sbavature e credo che siano da mettere in relazione proprio con le esperienze, a livello tematico e stilistico, di De Giovanni con il commissariato di Pizzofalcone (sono contrario a chiamarla la serie dell’i ­spettore Lojacono, come molti fanno, dal momento che in questi libri prevale la collegialità e non c’èun protagonista in senso tradizionale, a meno che non si voglia considerare tale il commissariato stesso o, addirittura, la città di Napoli). Nei libri, in ­fatti, dei bastardi di Pizzofalcone la scrittura a contatto con una realtà più drammatica e contraddittoria era diventata meno fluida e omogenea, più complessa e magmatica, più efficace e sfaccettata, in una parola più moderna. E tale appare spesso in quest’ultimo romanzo, In fondo al tuo cuore, quasi l’autore non fosse riuscito a recuperare completamente quella chiarezza e tersa eleganza dei romanzi precedenti. Ritrova la sua misura stilistica più autentica, quando il linguaggio torna ad essere più lineare e affettuoso, intriso di ironia e dolente tenerezza e la stessa Napoli, fino ad allora semplice sfondo, ritrova la sua schietta vitalità penso alla attesa della festa della Madonna del Carmine o alla descrizione, ancora più colorita e vivace, di una domenica di luglio sul lungomare:

 L’interno della basilica del Carmine assomigliava più a un cantiere che a un luogo di culto. L’imminenza della festa, un momento al quale partecipava l’intera città in un’esplosione di gioia, fuoco e danze che molto aveva di pagano, si rifletteva in un’attività frenetica anche lungo le navate della bellissima chiesa antica. Una dozzina di uomini si arrampicavano su precarie scale di legno per fissare drappeggi e festoni in seta e cotone, di colore bianco e azzurro, decorando il portale interno e gli altari, le colonne e le navate. […]

Il litorale aveva assunto, per l’intera lunghezza, l’aspetto di una trincea in cui si consumava una guerra incruenta, dove la frase non mi serve niente era solo l’inizio delle schermaglie. I più rapidi e insistenti, che giravano con le sporte di legno appese al collo tramite una correggia di cuoio oppure con vecchie carrozzine riadattate, incoraggiati da un diniego che costituiva pur sempre una risposta, erano capaci di seguire il potenziale acquirente per centinaia di metri, toccandolo fastidiosamente più volte sul braccio per richiamarne l’attenzione, finché quello, esasperato, mollava qualche centesimo a fronte di un inutile pacchetto di semenzelle o di un insapore spassatiempo, che poi avrebbe consumato di malumore gettando in terra le bucce con gran gioia dei piccioni.

Francesco Improta


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